Università: cattedrali di conformismo…l’opinione di Rita Faletti

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C’era un tempo in cui l’università era il luogo del dubbio, del confronto, della curiosità intellettuale. Oggi sembra il luogo della certificazione ideologica. Non si discute: si aderisce. Non si argomenta: si sottoscrive. Non si cercano la verità o il sapere: si pretende la fedeltà. L’ultimo episodio arriva dalla Sapienza di Roma, dove un gruppo di docenti del Comitato per la Palestina ha chiesto ai candidati rettori di assumere, preventivamente, impegni politici precisi nei confronti di Israele, una sorta di patente morale per guidare l’ateneo. Naturalmente non c’è una norma che lo imponga, ma il messaggio è chiarissimo: chi aspira alla più prestigiosa università italiana deve prima dimostrare di professare la giusta fede geopolitica. È un’idea inquietante di università. Il rettore dovrebbe essere scelto per la sua capacità di garantire libertà di ricerca, pluralismo e autonomia, non per la sua conformità alle aspettative di un comitato militante. Dovrebbe tutelare anche chi dissente, chi difende Israele, chi rifiuta la retorica del “genocidio”, chi non accetta che docenti e studenti israeliani siano trattati come appestati per la sola colpa della loro nazionalità. La Sapienza, del resto, non è nuova a simili pagine poco edificanti. È la stessa università nella quale, nel 2008, Benedetto XVI fu costretto a rinunciare alla lectio inaugurale dopo la protesta di una parte di docenti e studenti. A Joseph Ratzinger, tra i grandi teologi del XX secolo, non fu notificato un divieto formale, fu semplicemente creato un clima tale da rendere impossibile la sua presenza. Anche allora si parlava di libertà. Quella di impedire agli altri di parlare. Purtroppo, la Sapienza non è un caso isolato, benché il più eclatante. Diversi atenei italiani hanno deciso di interrompere, sospendere o sottoporre a revisione i rapporti con università israeliane. L’Università di Pisa, Ca’ Foscari Venezia, le Università di Padova, Bologna, Firenze, Torino. Naturalmente ogni ateneo rivendica motivazioni etiche, peccato che l’etica diventi selettiva. Non risultano, infatti, analoghe campagne per interrompere i rapporti con università iraniane, mentre il regime degli ayatollah incarcera, tortura e impicca, finanzia i gruppi terroristici e arma milizie in tutto il Medioriente. Nessuna mobilitazione di massa contro gli atenei cinesi, nonostante Xinjiang, Tibet e Hong Kong. Nessun boicottaggio sistematico delle università turche dopo anni di repressione accademica, nessuna prova di purezza per Qatar o Arabia Saudita. L’indignazione sembra possedere uno straordinario senso dell’orientamento: sa sempre dove guardare e, soprattutto, quando voltarsi dall’altra parte. Il bersaglio è quasi sempre uno solo. Ed è proprio questa ossessione selettiva a rendere il fenomeno inquietante. L’Italia forse non è il Paese europeo con il maggior numero assoluto di aggressioni antisemite. Ma è certamente uno di quelli in cui l’antisemitismo ha trovato una delle maschere più rispettabili: quella del docente impegnato, del collettivo moralmente superiore, del boicottaggio presentato come virtù civile, dell’ebreo accettabile soltanto se prende le distanze da Israele. È questo il dato più vergognoso: l’odio non arriva più soltanto dalle frange estremiste. Si accredita nei dipartimenti, nei sindacati, nei festival, nelle redazioni e nelle piazze. Si presenta con il linguaggio dei diritti e finisce per negare diritti soltanto a una parte. Si proclama antifascista e riproduce il meccanismo più antico dell’intolleranza: indicare un popolo come colpevole in blocco. Se il luogo della discussione e della complessità è dominato dalla cultura del pregiudizio, della scomunica, degli slogan gridati nei cortei, se il dogmatismo, nemico dello spirito critico e della conoscenza, sostituisce il dibattito e trasforma il libero confronto in un tribunale che divide il mondo in puri e impuri, interlocutori e appestati, le università possono anche chiudere senza essere rimpiante. Bastano i social.

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4 commenti su “Università: cattedrali di conformismo…l’opinione di Rita Faletti”

  1. Tonino Spinello

    Condivido il conformismo degli accademici in quanto pregiudica e imbavaglia la libertà di pensiero ormai seriamente compromessa visto che viviamo in un paese democratico liberale. Il fatto che per presentare un libro devi avere la patente antifascista la dice tutta.
    Purtuttavia la Faletti dopo il bel discorsetto antisemita parlando di patente morale, dimentica di dire che in questo vortice accademico intellettuale hanno limitato se non vietato addirittura la letteratura russa negli atenei con in testa Dostoevskij limitando anche l’accesso agli studenti russi. Se ricordate fino a qualche anno fa tutto quello che era russo rappresentava il male assoluto escludendoli persino nelle competizioni sportive. Cosa che invece paradossalmente Israele partecipa in tutte le competizioni senza nemmeno una sanzione a suo carico. Non ho mai visto la Faletti indignarsi quando negli atenei, nelle istituzioni e addirittura nello sport serpeggiava la russofobia confiscandogli persino i propri beni.
    Usare due pesi e due misure vanifica la credibilità dell’articolo mettendo in risalto solo faziosità e proselitismo.

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  2. Signor Spinello,
    dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia è stata esclusa come rappresentanza nazionale da gran parte dello sport (nel 2022 da Wimbledon i tennisti bielorussi e russi, nel 2023 il divieto è stato revocato), dall’Eurovision solo gli apparati mediatici statali, non i musicisti, dalla fiera del libro di Francoforte le istituzioni russe che organizzavano lo stand collettivo nazionale, non i libri e gli scrittori, eccetto quelli che avevano stretti rapporti con Putin. In Italia, l’Università Milano-Bicocca sospese un corso su Dostoevskij che però fu subito ripreso dopo le proteste. Alcune università occidentali hanno congelato i rapporti con centri di ricerca e atenei russi, ma nessuno studente russo è mai stato allontanato dagli atenei, né tantomeno insultato o aggredito. Ritengo che isolare gli apparati di uno stato aggressore e le personalità organiche alla propaganda del Cremlino sia legittimo e giusto, mentre punire indiscriminatamente romanzieri, atleti o studenti russi per il solo passaporto sia sbagliato perché si adotta quella logica collettivistica secondo cui il regime e il popolo sarebbero la stessa cosa. I russi non sono responsabili dei crimini di Putin, semmai ne sono vittime. La russofobia in Italia non mi pare esista. Esiste invece una velenosa israelofobia che nasce dall’identificazione di un popolo con il suo governo. Lei può continuare tranquillamente a indignarsi e confondere faziosità e proselitismo con obiettività e realismo.

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  3. Tonino Spinello

    Ho apprezzato la risposta Dott.ssa Faletti, intanto che leggevo ho pensato a quanto siamo imprigionati dal sistema. Un sistema che non t’incatena dietro le sbarre, ma con le idee. Infatti oggi viviamo in un mondo ideologico, senza vedere le catene e le sbarre. Chi controlla le idee, controlla il futuro.
    Le università di oggi sono la palestra perfetta per sfornare adepti (e fare proseliti) per questa o quell’altra ideologia e conformare quanto più possibile il pensiero che serve al momento o al periodo. Secondo me non siamo più di fronte ad una “israelofobia” o russofobia in quanto alimentata per i propri scopi, qua stiamo parlando di una vera e propria malattia sociale. Uno smarrimento collettivo. Gli accademici e le università ne sono la conseguenza.
    Ricordiamoci sempre che quando smetti di farti domande, qualcun altro inizia a pensare al posto tuo…

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  4. Signor Spinello,
    in linea generale sono d’accordo con Lei. Il problema è che le evoluzioni o involuzioni non avvengono di colpo, ma gradualmente e se non si è attenti ci si accorge dei cambiamenti quando sono già in uno stato avanzato ed è difficile tornare indietro. Lo smarrimento è collettivo, ma fino a un certo punto, ed è funzionale agli obiettivi di alcuni. Sull’università: esiste un filo che lega le università di ieri a quelle di oggi. Lo dico per esperienza personale. Nel Sessantotto erano gli studenti a occupare le università contro i professori e l’autorità accademica, oggi sono i professori a occupare le università contro il pluralismo. La contestazione non è più fuori dai cancelli, siede in cattedra. Il bersaglio però è rimasto lo stesso: il capitalismo, l’imperialismo, l’America, il sistema occidentale. Il paradosso comico è che quell’Occidente che i protagonisti attaccano e disprezzano è lo stesso che consente loro di farlo senza finire dentro come avviene altrove. La cultura è manovrata ed è entrata nell’istituzione, ha ottenuto cattedre, commissioni, dipartimenti e senati accademici, ma il bello è che continua a rappresentarsi come ribellione contro il potere. Trova alleati e sostenitori anche all’esterno, in partiti politici e in aree della magistratura, occupando quindi i gangli fondamentali del potere in nome di una supposta superiorità morale e intanto accusa di fascismo chi non è dalla sua parte. Una vecchia storia, poco onorevole. In sostanza, la cultura smette di essere conquista e diventa catechismo. E’ il wokismo, che ha imposto il proprio linguaggio, i propri tabù, le proprie gerarchie morali oltre che nelle università, nell’editoria, nello spettacolo, nella comunicazione, nell’associazionismo. Ha trasformato opinioni controverse in criteri di rispettabilità. Il dissenso non viene confutato, viene moralmente squalificato.

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