Concorsi fotografici: stiamo ancora premiando la fotografia?

Tempo di lettura: 2 minuti

Osservando molti concorsi fotografici internazionali, una domanda mi accompagna sempre più spesso: stiamo ancora premiando la fotografia o, piuttosto, l’impatto visivo?

Sempre più immagini premiate presentano caratteristiche ricorrenti: luci perfettamente controllate, colori esasperati, microcontrasto spinto, sfondi ripuliti, geometrie impeccabili e un’estetica che spesso richiama il cinema, la pubblicità o la grafica digitale. Naturalmente la fotografia è sempre stata anche interpretazione. Nessuno auspica il ritorno al negativo sviluppato senza alcun intervento. La postproduzione è parte integrante del linguaggio fotografico contemporaneo.

La domanda è un’altra.

Quando l’elaborazione diventa protagonista, stiamo ancora premiando soprattutto l’occhio del fotografo o la sua abilità davanti al computer?

Le giurie devono esaminare migliaia di immagini ed è comprensibile che il primo impatto abbia un peso enorme. Ma proprio questo meccanismo rischia di innescare una spirale nella quale ogni autore si sente costretto a spingere sempre più in là la postproduzione pur di emergere.

Non è un problema di regolamenti. È un problema culturale.

Il timore è che anche la fotografia stia seguendo un percorso già visto in altri campi della nostra società: un progressivo allontanamento dalla realtà a favore della sua rappresentazione.

Accade nell’informazione, dove spesso prevale la narrazione sui fatti. Accade nei social network, dove vite normali diventano perfette grazie a filtri e ritocchi. Rischia di accadere anche nella fotografia, dove il momento decisivo può finire in secondo piano rispetto alla costruzione di un’immagine sempre più spettacolare. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, né tantomeno di accusare fotografi o giurie. La fotografia evolve ed è giusto che sperimenti nuovi linguaggi.

Ma ogni evoluzione porta con sé una domanda.

Se premiamo soprattutto ciò che stupisce, non rischiamo di allontanarci progressivamente da ciò che la fotografia ha sempre avuto di unico: il suo rapporto privilegiato con la realtà?

Forse è questa la riflessione che il mondo dei concorsi dovrebbe iniziare ad affrontare.

Perché una fotografia può essere straordinaria anche senza sembrare perfetta. E la realtà, molto spesso, non lo è.

Giannino Ruzza
Giornalista e fotografo

 

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2 commenti su “Concorsi fotografici: stiamo ancora premiando la fotografia?”

  1. Personalmente, preferisco l’analogico. Per quanto la tecnologia mi abbia sempre attirato, nella fotografia il digitale sa di artefatto, di fasullo, di comodità e di pigrizia.
    Con la reflex analogica si blocca la pellicola per sovrapporre le immagini, si sovra o sottoespone, si usano tempi lunghi e mano fissa per non usare flash e far entrare la giusta luce, una ripresa di soggetti a velocità bisogna saperla fare, si utilizza l’obiettivo adatto per quel tipo di immagine. Si studia prima, non ci si sofferma dopo con calma. E non si sprecano scatti sperando che su 10 ce ne sia uno decente, si ha un’occasione, e si aspetta il momento dello sviluppo.
    Nessun ausilio di strumenti, solo la capacità tecnica imparata con l’esperienza, l’occhio al momento giusto, la fantasia in quella frazione di secondo e non con comodo seduti ad un pc.
    L’attesa e la pazienza, portano l’uomo a creare qualcosa di bello prima nella sua testa e poi nell’immagine, e non viceversa.
    Come uno scultore, prima pensa all’opera, poi la realizza.
    Auspico un ritorno a questo, come per la musica, dove in un mondo di cacofonie e musica liquida, un supporto fisico e la purezza dell’analogico trasmettono sensazioni che nessuna tecnologia digitale sarà mai in grado di trasmettere.
    Anche qui, pazienza, tempo, cura e dedizione, per godersi il risultato.
    Ormai tutto è commerciale, la qualità non si ricerca più, velocità e comodità per chiunque non abbia voglia di imparare, dedicare tempo o appassionarsi.
    Questo rispecchia fedelmente la societa in cui viviamo, cervello passivo e pigrizia.

  2. Tonino Spinello

    Sig. Paolo, e non finisce qui!
    Ora sono tutti presi dall’AI compreso il supporto del mainstream e Lei pensa al nostalgico vinile? Come Ruzza pensa “all’arte” della fotografia?
    Ormai siamo fottuti e non si torna indietro, anche perchè rischi il giudizio dei buon pensanti.
    A me piace ascoltare la musica classica ad alto volume, e quella che usciva dal disco era tutt’altra cosa del Pc o simili. Ma molti non lo capiranno mai cosa significa immortalare con una foto l’immenso nell’infinito. La foto era un’arte e a volte era come musica orchestrata. Cioè qualcosa di bello!
    O forse noi attempati (non so Lei) siamo nostalgici della pura arte e non vediamo la bellezza della pura tecnologia?

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