
Osservando molti concorsi fotografici internazionali, una domanda mi accompagna sempre più spesso: stiamo ancora premiando la fotografia o, piuttosto, l’impatto visivo?
Sempre più immagini premiate presentano caratteristiche ricorrenti: luci perfettamente controllate, colori esasperati, microcontrasto spinto, sfondi ripuliti, geometrie impeccabili e un’estetica che spesso richiama il cinema, la pubblicità o la grafica digitale. Naturalmente la fotografia è sempre stata anche interpretazione. Nessuno auspica il ritorno al negativo sviluppato senza alcun intervento. La postproduzione è parte integrante del linguaggio fotografico contemporaneo.
La domanda è un’altra.
Quando l’elaborazione diventa protagonista, stiamo ancora premiando soprattutto l’occhio del fotografo o la sua abilità davanti al computer?
Le giurie devono esaminare migliaia di immagini ed è comprensibile che il primo impatto abbia un peso enorme. Ma proprio questo meccanismo rischia di innescare una spirale nella quale ogni autore si sente costretto a spingere sempre più in là la postproduzione pur di emergere.
Non è un problema di regolamenti. È un problema culturale.
Il timore è che anche la fotografia stia seguendo un percorso già visto in altri campi della nostra società: un progressivo allontanamento dalla realtà a favore della sua rappresentazione.
Accade nell’informazione, dove spesso prevale la narrazione sui fatti. Accade nei social network, dove vite normali diventano perfette grazie a filtri e ritocchi. Rischia di accadere anche nella fotografia, dove il momento decisivo può finire in secondo piano rispetto alla costruzione di un’immagine sempre più spettacolare. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, né tantomeno di accusare fotografi o giurie. La fotografia evolve ed è giusto che sperimenti nuovi linguaggi.
Ma ogni evoluzione porta con sé una domanda.
Se premiamo soprattutto ciò che stupisce, non rischiamo di allontanarci progressivamente da ciò che la fotografia ha sempre avuto di unico: il suo rapporto privilegiato con la realtà?
Forse è questa la riflessione che il mondo dei concorsi dovrebbe iniziare ad affrontare.
Perché una fotografia può essere straordinaria anche senza sembrare perfetta. E la realtà, molto spesso, non lo è.
Giannino Ruzza
Giornalista e fotografo


