Scuola in piazza domani…l’opinione di Rita Faletti

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Domani ci sarà la mobilitazione della scuola. Ne sentivamo la mancanza dopo due anni di sospensione di ogni attività, compresa quella didattica, che ha arrancato tra aperture e chiusure e insegnamento da remoto.  A soffrirne maggiormente gli studenti, le prime vittime di un sistema educativo che fa acqua, su cui si è intervenuto con soluzioni che sapevano di posticcio in attesa della grande riforma. Quali sono i motivi dello sciopero? Sostanzialmente la presa di mira del decreto Pnrr 2 su reclutamento e formazione dei docenti. Per la precisione, ad essere contestati dai sindacati di categoria sono gli articoli 44-47. Cosa dicono? Per essere assunti in ruolo, dopo la laurea servono: 1) un percorso universitario e accademico abilitante di formazione iniziale con 60 crediti formativi universitari o accademici; 2) il superamento di un concorso pubblico nazionale, indetto su base regionale o interregionale; 3) un periodo di prova in servizio, di durata annuale, con test finale e valutazione positivi. Se si è precari, in servizio presso le istituzioni scolastiche statali da almeno 3 anni scolastici, non necessariamente continuativi, saranno sufficienti 30 crediti. Il decreto comprende anche, e giustamente, la formazione continua. Giustamente dal momento che in Italia, nel pubblico impiego, quello che interessa è entrare e assicurarsi una stabilità economica a vita. Il ministro Bianchi è sotto attacco perché non ha svolto il necessario confronto preventivo con i sindacati e nel decreto non si fa accenno alla carriera professionale degli insegnanti. Chi ha ragione?  Il fatto è che il degrado del sistema educativo italiano ha un responsabile: lo schema istituzionale-amministrativo centralistico. La formazione e il reclutamento sono una faccenda del Ministero, cioè dell’amministrazione centrale dello Stato. Quindi, l’Università offre il sapere, l’Amministrazione organizza i corsi abilitanti e i concorsi, i vincitori vanno ad occupare i posti scoperti, la carriera corrisponde agli scatti di anzianità. Poiché in tutto ciò rientrano orari, organizzazione del lavoro, stipendi ecc., i sindacati ritengono di dover regolare con contratti specifici queste materie. Il punto è che le scuole non dovrebbero essere un’articolazione dello Stato centrale, perché sono, a tutti gli effetti,  un’istituzione della società civile, radicata nelle varie comunità civili e religiose, nelle organizzazioni della produzione e del lavoro. Si tratta di un assetto giuridico-istituzionale che si chiama “autonomia”. Lo Stato deve portare a scuola tutti i giovani e verificare, attraverso un sistema rigoroso di valutazione (che si disdegna con le scuse le più diverse) la capacità della scuola di rispondere alla domanda di istruzione e educazione. E’ quello che Luigi Berlinguer e Letizia Moratti tentarono di fare, trovando l’opposizione della maggioranza degli insegnanti, dei loro sindacati e dei loro partiti, ostili, tutti, alle responsabilità che un’autonomia presa sul serio comporta.  Il merito sarebbe stato premiato. Al suo posto trionfano l’incompetenza, l’indifferenza, il menefreghismo e la fannullaggine. E lo sciopero è l’arma migliore contro la serietà e l’impegno. Provare a vedere come funzionano le cose in Paesi in cui l’istruzione è ritenuta fondamentale per la crescita delle generazioni future. In Germania, per fare un esempio, la prassi è la seguente: per prima cosa si sceglie cosa insegnare (si possono scegliere due discipline), ci si iscrive a un corso di laurea triennale e successivamente a un corso di laurea specialistica (Master) attinente alle discipline scelte. Contemporaneamente, è necessario seguire corsi  (Lehramt) che preparano ad insegnare le due discipline e forniscono una formazione pedagogica. Conseguiti  Bachelor (Laurea) e Master insieme ai Lehramt, è possibile presentare la propria candidatura ( non si è sicuri di essere scelti perché i posti sono limitati) per essere ammessi a quello che una volta si chiamava Refendariat: si tratta di due anni di insegnamento assistito ed esaminato periodicamente da un’apposita commissione di docenti, integrato da corsi ed esami di argomento pedagogico. Alla fine si deve sostenere un esame di Stato dal cui superamento dipende l’abilitazione all’insegnamento. E noi in Italia vorremmo che gli stipendi degli insegnanti fossero uniformati  a quelli dei  colleghi europei! Purtroppo la scuola è diventata un serbatoio di voti, alla stregua di un partito politico. E’ il populismo bellezza!

 

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