Assedio a Capitol Hill…l’opinione di Rita Faletti

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Il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio del 2021, verrà ricordato come il giorno dell’assalto a Capitol Hill. Il tempio della democrazia americana violato e sfregiato da un’orda di scalmanati e violenti sostenitori di un ormai ex presidente “out of his mind”, fuori di testa, secondo alcuni, forse in riferimento a uno stato permanente di precarietà mentale, tenuto sotto controllo fino al momento in cui la sconfitta elettorale è stata inequivocabile. A quel punto gli argini si sono rotti e la follia è esplosa. Avvisaglie si erano manifestate già dopo la conta dei voti postali e la parola brogli aveva iniziato a correre. Quindi la richiesta del riconteggio e la conferma della vittoria di Biden, da ultimo il controllo del Senato da parte dei democratici. Una persona “normale” avrebbe accettato la sconfitta. La pazzia di Trump sta nell’aver rifiutato la realtà valicando la soglia del “normale” che è anche razionale, per entrare nella terra dove anormale e irrazionale è anche sconsiderato eversivo criminale autolesionista e persino grottesco.  Grottesco come mascherarsi da “sciamano”, indossare pelli di animale e corna da vichingo. Può darsi che Trump con la messa in scena e l’insurrezione non c’entri, ma è indubbio che quello che è andato in onda davanti allo sguardo incredulo del mondo sia stato l’effetto di un comportamento inaccettabile perché sovversivo da parte dell’uomo al vertice della catena di comando della prima potenza mondiale, non facilissimo da classificare sotto il profilo della personalità, comunque da respingere e condannare senza riserve sotto il profilo istituzionale. Dietro all’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti la teoria del complotto, i seguaci di QAnon, i gruppi di estrema destra e dei suprematisti bianchi come i Proud Boys, coloro che credono che esista una rete, mai scoperta, di pedofili che tramerebbe contro Trump, e il “tradimento” della democrazia proprio nel giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden. “Stop the steal”  sui cartelli dei manifestanti,  “fermate il furto”, il furto di voti  ai danni del popolo che ha scelto Trump suo presidente. “I patrioti sono stati derubati di un’elezione”, di questo sono convinti gli assalitori del Campidoglio e milioni di americani che hanno deprecato il “golpe” ma non le ragioni che l’hanno determinato. Non è un mistero che l’America sia divisa e lacerata, non dal giorno dell’Epifania, non da quando Trump ha vinto le elezioni quattro anni fa, ma dai tempi di Obama. C’è una grossa fetta di americani che non ne può più del proto-politicamente corretto e della collettivizzazione , è quella fetta di americani che Hillary Clinton aveva definito “deplorable” per aver votato a favore del suo competitor. Chi è mai Hillary Clinton per attribuirsi il privilegio di dare pagelle di degnità o indegnità? Non è certo delegittimando l’oppositore politico bollato con disprezzo come “deplorevole” che si fa un servizio alla democrazia, semmai si genera una pericolosa reazione che definire “fascista” è palesemente ipocrita. I “golpisti” di mercoledì scorso non sono neanche “gruppi para regolari, che non sono ben inseriti nella società” come ha detto Papa Bergoglio. Il luogo comune secondo cui trasgressione e violenza sono espressioni di un’emarginazione sociale andrebbe definitivamente derubricato. Non esiste correlazione tra violenza e emarginazione. Il vichingo Jake Angeli, lo “sciamano” dell’irruzione a Capitol Hill non è un disgraziato che vive ai limiti della civiltà, né lo è l’uomo in tuta mimetica col volto coperto e la bandierina americana sul petto con il teschio del Punitore, né il poliziotto morto che aveva le foto del presidente sui suoi profili social, né i tanti repubblicani rispettabili, né i comuni cittadini che nel 2016 hanno votato Trump. E non sono nemmeno le grandi piattaforme social della Silicon Valley a poter stabilire cosa è giusto e cosa sbagliato senza fornire spiegazioni. Aver chiuso gli account di Trump è stato un atto censorio, incompatibile con un sistema democratico e foriero di nuove disgrazie e ulteriori processi di radicalizzazione. “E’ possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale”, ha osservato Angela Merkel.

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