Personaggi iblei di ieri… di Domenico Pisana.

Giorgio Occhipinti, sacerdote, poeta e scrittore
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Il patrimonio culturale è sempre un luogo di arricchimento e di rivisitazione delle radici della nostra memoria storica. La terra iblea ha conosciuto, senza dubbio, uomini di cultura, di spessore morale e di grande animo umano, che hanno contribuito, con le loro opere, ad accrescere questo patrimonio e a delineare orizzonti di ricerca culturale e di efficace significato valoriale.
Il canonico Giorgio Occhipinti, oggetto di attenzione e di studio, fra l’altro, da parte dell’esperto di storia patria Giovanni Ottaviano che gli ha dedicato una bella Antologia di versi e prose, è certamente una figura di intellettuale da recuperare alla memoria collettiva degli Iblei, un personaggio che parecchie delle passate generazioni della città di Ragusa hanno avuto modo di conoscere e apprezzare per la sua produzione letteraria.
Giorgio Occhipinti nacque a Ragusa Inferiore il 16 giugno 1872 da una famiglia piccolo-borghese, frequentò il seminario di Noto e nel 1985, a 23 anni, venne consacrato sacerdote dall’arcivescovo di Siracusa Fra Benedetto La Vecchia. Lungo il suo percorso di vita ricoprì, per diversi anni, l’incarico di ispettore onorario dei monumenti e coniugò il suo impegno sacerdotale e scolastico con una intensa attività letteraria e poetica, con la quale tracciò spaccati di società del primo Novecento aprendo riflessioni fortemente intrise di fede e di cultura, di spiritualità e sensibilità umana. Nel 1906 ricevette inoltre, da parte del Seminario di Messina, l’invito a tenere la cattedra di italiano del Liceo.
Diciannove furono le pubblicazioni di Giorgio Occhipinti sia in poesia che in prosa, fra le quali segnaliamo: Iuvenilia (1893), Versi giovanili (1897), l’Eneide di Virgilio – saggio di traduzione in terza rima (1900), Quadri invernali (1903), Il poema dantesco (1906), Quadri sinottici della storia orientale e greca (1914), Iblone o l’eroica resistenza d’Ibla a Ippocrate di Gela (1933), La festa di San Giorgio nell’antica Ragusa (1938), La processione figurata (1946), Cava d’alga, Versi(1946), Verso l’occaso, poesie (1950), Peregrinando ottantenne (1952), Nel cimitero di Ibla, poesie (1954), Ragusa nella storia di Sicilia(1956).
Occhipinti ha lasciato anche otto opere inedite, fra le quali un “Discorso sull’ode carducciana La Chiesa di Polenta”, “Il castello di Donnafugata” e “Maddalena”, melodramma in tre atti. L’attività letteraria del canonico Occhipinti si essenzializzò anche in una serie di saggi di traduzione dei classici latini (Virgilio e Ovidio), nonché di autori come Victor Hugo e di poeti spagnoli e argentini, e si caratterizzò, altresì, per un intenso rapporto culturale e di amicizia con Paolo Orsi, il quale, mentre era soprintendente ai monumenti di Siracusa, inviò all’intellettuale ragusano ben 40 epistole nell’arco di tempo 1898-1927. Dal carteggio emerge la stima che Orsi nutriva per il canonico Occhipinti e una sorta di analisi circa l’identificazione e la provenienza di un reliquiario a forma di croce bizantina in bronzo conservato nella Chiesa di San Giorgio e che in quel tempo era oggetto di studio da parte del sacerdote ragusano.
Giorgio Occhipinti morì a Ragusa il 23 giugno 1959.
Sul versante della poesia si mise in luce già sin dal suo esordio con la raccolta Versi giovanili, pubblicati nel 1897 e apprezzati anche da Serafino Amabile Guastella in una lettera del 18 marzo 1898, mentre in due raccolte successive, Cava D’Alga (1937-1944) e Verso l’Occaso (1929-1950), spicca con maggior rilievo la forza semantica della tessitura poetica di Occhipinti. Nella prima risalta il legame affettivo del poeta con Cava D’Aliga, la frazione marinara del territorio di Scicli ove il sacerdote ragusano trascorreva la villeggiatura. I temi poetici della silloge appaiono costruiti su una geometria di immagini che coglie la vita del borgo marinaro nella sua semplicità, nei suoi angoli paesaggistici, nelle sue atmosfere e suggestioni naturalistiche; il tutto all’interno di una riflessione che scandisce le disposizioni d’animo e le proiezioni affettive del poeta.
Nella raccolta Verso l’Occaso si apprezzano i toni crepuscolari e le angolazioni lirico-meditative entro cui il dettato poetico dell’Occhipinti si dimensiona. Il Mistero, il senso della morte, la riflessione sull’eternità e sul valore del tempo diventano i “luoghi tematici” di un poetare che riesce a dare sapore all’esperienza umana e alle cose, nonché ad avvolgere il cammino della vita in una circolarità ermeneutica capace di far interagire passato, presente e futuro, storia e memoria.
Interessante anche l’opera Iblone, dramma epico in cinque atti, ove – come scrive Giovanni Ottaviano – si “racconta la resistenza e la vittoria dei cittadini di Ibla, guidati dal re Iblone, contro il tiranno di Gela Ippocrate, che, in preda a sete di dominio, voleva sottometterli”.
Anche la produzione in prosa di Giorgio Occhipinti appare densa di contenuti e di riferimenti storici. La processione figurata, La festa di San Giorgio nell’Antica Ragusa, Ragusa nella storia di Sicilia, offrono, ad esempio, i tratti di un periodo storico letto dal canonico Occhipinti con l’occhio attento dell’osservatore che riesce a fissare, come in una foto, aspetti, tradizioni, fatti ed eventi propri della terra iblea:

… La statua di San Giorgio veniva dietro lentamente sopra un mare di teste: da un capo all’altro della via Duomo non si vedeva che una calca infinita di popolo, uno spettacolo imponentissimo, indimenticabile. Quando il simulacro fu sotto i balconi del palazzo Donnafugata, ivi la pioggia de’ fiori e de’ cartellini divenne più densa, ivi le grida di giubilo “nGiorgi, nGiorgi viva! risonarono più forti.
Nelle sue elaborazioni poetiche e prosodiche Giorgio Occhipinti si rivela certamente persona colta. La sua scrittura risulta radicata nei classici e costellata di affacci letterari solidi e robusti, tant’è che lo stesso Serafino Amabile Guastella ebbe a scrivergli, nel 1898: “Sèguiti a confortare il bene avviato ingegno suoi buoni scrittori, e principalmente con Sofocle, con Virgilio, con Tibullo, e fra gl’italiani con Dante e col Leopardi…”.
Conoscenze storiche e antropologiche appaiano, poi, sparse qua e là nell’universo letterario di Occhipinti, ove si colgono le connotazioni e le caratteristiche di una personalità che ha saputo interpretare avvenimenti e vicende storiche della Ragusa del primo Novecento.
Basti leggere, ad esempio, il discorso tenuto dall’ Occhipinti nella Chiesa Madre di San Giorgio la sera del 1926, alla presenza di Mons. Carabelli, arcivescovo di Siracusa, per avvertire l’ampiezza e il rigore di una descrizione storica puntuale e dettagliata della festa di San Giorgio, che delinea gli elementi di fede e di religiosità, nonché i contorni folclorici , le usanze e le tradizioni legate al Santo, tra cui quella “ di mettere del cotone non filato a contatto delle Sacre Reliquie e di legare de’ nastrini incarnati al collo del Santo”, e , ancora, quella “del pane di san Giorgio”, allorquando “su apposite barelle venivano trasportati processionalmente due enormi buccellati, spalmati di gelatina di zucchero e ornati con disegni e con fiori”. La stessa pregnanza scrittoria risalta pure in “Orazione ai nostri caduti”, dove Occhipinti canta con mestizia e con il cuore aperto alla speranza il senso della caduta di “ufficiali, soldati, capi e gregari” e di quanti offrirono “il petto alla causa della libertà sulla servitù e alla preminenza della ragione sulla forza”.
Riproporre alla memoria iblea una figura di rilievo come quella del canonico Occhipinti, che ebbe rapporti con altre importati figure come Serafino Amabile Guastella, Paolo Orsi, Benedetto Croce e altre personalità culturali del suo tempo, significa non abbandonarlo all’oblio e offrire alle nuove generazioni la possibilità di non dimenticare le loro radici.
E in questa direzione è sicuramente di aiuto il volume “Giorgio Occhipinti, Antologia di versi e prose” curato da Giovanni Ottaviano, il quale ha creduto opportuno farsi interprete di questa esigenza di recupero della figura del canonico Occhipinti, dando vita ad un apprezzabile testo antologico, che piace perché concepito con il cuore ed organizzato con una strutturazione finalizzata a mettere il lettore a contatto con i testi del canonico ragusano. L’introduzione all’opera da parte del curatore appare lineare e scorrevole, rivela sensibilità, capacità esegetiche e intuito nel sapere cogliere orizzonti tematici ed emotivi del mondo interiore dell’Occhipinti; ben riuscito, altresì, si manifesta il dispiegamento dei testi in poesia e in prosa lungo il corpo antologico, il quale, nel suo complesso ideazionale, si rivela in grado di recuperare aspetti della grande tradizione ragusana ove Giorgio Occhipinti è sicuramente da collocare per i suoi meriti letterari e culturali.

Della produzione in prosa e in poesia di Giorgio Occhipinti , riportiamo solo alcuni testi poetici tratti dalla sua raccolta “Versi” e da “Nuovi versi”(1902 – 1925)

La tomba di Mariannina Coffa

Non sotto l’ombra di chiomati lauri/ bella nel marmo la tua effigie appare,/ nè un lento salcio piègasi/ la tua gelida fossa ad abbracciare./ Qui, senza onor di monumento, in angolo/ umido e oscuro or posa la tua bara;/ così l’amata patria/ ti fu di tanto discortese e avara./ Ma, non veduto, qui de’ carmi il genio/ veglia da presso alle sacrate porte,/ chiuso nell’ ali, e mormora/ la tua mesta armonia oltre la morte./ Oh, ch’io ricopra il tuo diserto tumulo/ di fiori, o donna dal doglioso canto,/
io, dolorante giovine,/ che sul tuo verso ho meditato e pianto.
C’è in questi versi uno stato di malinconia e una dinamica empatica di immedesimazione nella dolorosa e triste vicenda della poetessa netina Mariannina Coffa, che non trovò alcuna sensibilità neanche dopo la morte, al punto che non ebbe neppure una tomba dignitosa ove riposare. Il canonico Occhipinti, a proposito di un giudizio che della poetessa venne dato da Francesco De Sanctis e che Benedetto Croce riprese attribuendo al De Sanctis, erroneamente, la frase “non osò esser donna”, scrisse, il 16 febbraio 1934, una lettera a Croce nella quale gli faceva osservare che nella poesia “A te!” era stata proprio Mariannina Coffa a scrivere “Fata non son … che morto è il mio pensiero/e donna esser non oso”.

Preludio

E voi mi concedete, ore d’ estate,/ d’ abitar questa piaggia, che dichina/ d’ alberi lieta insino alle baciate/ riviere dalla queta onda azzurrina./ Né tu ti lagnerai, patria collina,/ se i tuoi ardori fuggendo, ombre sì grate/ cerco alle membra, e all’ alma peregrina/ d’ agresti luoghi le dolcezze amate./ Sotto il gèmino tetto abita amica/ una gente ‘ospitai: qui cortesìa/ ha proprio albergo e la bontate è antica./ Qui riposo ha la stanca anima mia,/ qui tace ogni bollor d’ira nemica,/ qui la fronte pensosa ergesi e oblìa./

Mattino

Vago è il mattin, quando la bianca aurora/ sul glauco mar ascende lieta e bella/ e su la piaga orientale ancora/ tremola e ride 1’ amorosa stella./ Susurran l’ aure antelucane. — È l’ ora/ che in cielo, in terra e in mar tutto s’abbella,/ e l’estro nelle menti si rinfiora/ e la speme ne’ cor si rinnovella —/ Come liberi stral guizzano intorno/ le rondinelle pispigliando liete/ e il lor canto nel terso aer si perde./ E — Salve — io grido all’ appressar del giorno,/ e — Salve — la fedele eco ripete,/ e il grido muor nel silenzioso verde.

Presso Mazzarelli

Da questo — in mezzo al verde — ascoso nido/ saluto la tua cerula marina,/ o Mazzarelli, e l’ arenoso lido/ piegato in arco verso Camarina./ Lungi d’ un mondo periglioso e infido,/ che contro i buoni i suoi livori affina,/ a te già movo e le mie membra affido/ a’ vezzi della salsa onda azzurrina./ Qui, gemente mio cor, del glauco mare/ e al cospetto del ciel limpido e terso,/ oblìa le cure tempestose e avare./ Qui, nel gioir della natura immerso,/ tu possa, riposando, anche obliare/ e la gloria e la patria e I’ universo.

La poesia è un affresco paesaggistico della frazione marinara di Ragusa Mazzarelli, ove la dimensione del sentimento poetico di Giorgio Occhipinti si struttura come colloquio dal sapore impressionistico e come rapporto tra meditazione e stupefazione che si fa voce di canto. Gioia , riposo si fondono in una efficace sintesi lirica.

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