E’ morto a Istanbul il leader Toumani Touré… di Giannino Ruzza

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E’ morto all’età di 72 anni in ospedale a Istanbul Amadou Toumani Touré ricordato nel bene e nel male come il più grande leader della storia del Mali. Colonnello dell’esercito ha guidato il colpo di stato che ha posto fine a più di due decenni di governo autoritario, avviando la transizione verso la democrazia multipartitica. Famoso il suo discorso di dissenso, passato alla storia, nella città di Bamako che in seguito al colpo di stato era stata saccheggiata da cima a fondo dai cittadini, nel quale Touré condannava severamente il caos e le devastazioni. Ebbene il giorno dopo in seguito alle sue parole di biasimo, sono stati visti i cittadini restituire tutti i beni sottratti negli edifici in cui li avevano presi. Dopo la sua transizione durata un anno, Touré si è dimesso volontariamente per far posto a un capo di stato eletto nel 1992, ricordato come fulgido esempio da seguire. Peccato che la sua reputazione dopo due decenni fosse ridotta in brandelli.

La storia:

Touré, per molti aspetti rispecchiava l’identità del Mali postcoloniale e dell’Africa in generale. Come studente durante il regime del presidente Modibo Keita (1960-68), Touré si è formato per diventare un insegnante e incarnare i valori della costruzione della nazione socialista. Pochi mesi dopo la cacciata di Keita in un colpo di stato militare, tuttavia, Touré decise di arruolarsi nell’esercito. Divenne paracadutista e scalò i ranghi gerarchici, fino a comandare il reggimento aviotrasportato e la guardia presidenziale. Nel marzo 1991, mentre i nascenti movimenti democratici proliferavano in tutta l’Africa, il colonnello Touré è intervenuto dopo settimane di proteste di piazza a Bamako, contro il regime duro e impopolare del presidente Moussa Traoré. Ha arrestato il presidente, fermato la sanguinosa repressione contro i manifestanti e istituito un governo ad interim. Sotto la sua guida furono gettate le basi per nuove istituzioni democratiche che avrebbero rimodellato il paese per i decenni a venire. Quando ha lasciato l’incarico, Touré era diventato noto come il “soldato della democrazia” del Mali. Nell’era inebriante e ottimista tra la fine della Guerra Fredda e gli attacchi dell’11 settembre a New York, si dedicò alla difesa internazionale. Ad esempio, ha condotto una campagna con organizzazioni non governative come il Carter Center per sradicare il (nematode) verme della Guinea e altre malattie infettive, ha creato una fondazione per la salute dei bambini e si è impegnato per l’abolizione delle mine terrestri. Si è anche dato da fare, come mediatore, nella regione dei Grandi Laghi devastata dal conflitto e anche nella Repubblica Centrafricana. Dopo essersi ritirato dall’esercito nel 2001, Touré è tornato alla politica del Mali, capitalizzando il suo ampio sostegno popolare. Piuttosto che unirsi a una delle dozzine di partiti appena costituiti o formarne uno proprio, si è presentato come indipendente, vincendo a mani basse le elezioni presidenziali del 2002, portando al governo persone provenienti da tutta la classe politica del Mali, predicando “un governo basato sul consenso”. Touré, tuttavia, ha cercato di rimanere al fuori dalla ribelle mischia partigiana, approccio che gli ha assicurato una comoda rielezione nel 2007. Ma è anche un periodo che ha iniziato ad offuscare il suo cammino di leader, laddove i suoi sostenitori vedevano il governo di Touré come aperto e inclusivo, i detrattori lo consideravano troppo inefficace per affrontare problemi seri e il tempo alla fine, ha dato loro ragione. La riluttanza di Touré a umiliare i funzionari pubblici colpevoli di appropriazione indebita, e altro ancora.., ha permesso alla cultura dell’impunità di rafforzarsi. La sua riluttanza a schierare truppe per sedare i crescenti disordini nelle regioni desertiche settentrionali del Mali lo ha portato invece a sostenere le milizie etniche locali e a chiudere un occhio sul numero crescente di combattenti jihadisti radicali e di narcotrafficanti. Piuttosto che attuare le necessarie riforme militari, Touré ha preferito ingrossare i ranghi dei suoi generali. Nelle parole di un importante critico, il suo approccio basato sul consenso “ha diluito tutti i conflitti e svuotato il gioco politico del suo contenuto, con la corruzione come fondamento”. Questi problemi sono venuti a galla nella primavera del 2012 quando il secondo mandato presidenziale era giunto alla fine.  Il conflitto latente nel nord si era intensificato, mentre i combattenti Tuareg, provati in battaglia, intenzionati alla secessione, hanno unito le forze aggregandosi con i gruppi jihadisti. L’esercito maliano, scarsamente equipaggiato e mal guidato a combattere la ribellione, abbandonò le sue basi settentrionali subendo una sconfitta umiliante. E’ seguito il 21 marzo 2012 a Bamako l’ammutinamento dei giovani ufficiali dell’esercito. I cittadini maliani erano stufi di Touré e del suo modo di governare. Molti credevano che avesse volutamente fomentato la ribellione come pretesto per annullare le elezioni e rimanere al potere. Mentre gli ammutinati si avvicinavano al palazzo presidenziale, Touré è stato costretto a fuggire per poi rifugiarsi in Senegal. Il ventennale esperimento democratico del Mali gli era crollato addosso, mettendolo al tappeto.

 

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