
Una raccolta poetica capace di congiungere l’alta liricità del verso a un urgente messaggio di dialogo interculturale e riscatto umano, e che si connota per la sua forza etica a difesa della dignità umana e per la luminosa bellezza della sua cifra stilistica. E’ questa la prima impressione che si avverte accostandosi al volume di poesie Ombra, Kanaga edizioni, 2022, di Cheikh Tidiane Gaye, un autentico “poeta del ponte” tra la cultura africana e quella europea.
Nato a Thiès (Senegal) nel 1971 e da oltre vent’anni attivo e radicato nel panorama culturale italiano ed europeo, l’autore rappresenta una delle figure di maggior rilievo e spessore intellettuale della poesia e della letteratura interculturale contemporanea. Traduttore e divulgatore di Léopold Sédar Senghor, nonché autore di saggi, romanzi e raccolte poetiche pubblicate sia in italiano sia in francese, Gaye si offre al lettore come custode e testimone della memoria collettiva, profeta del dialogo tra i popoli e ponte vivente tra l’Occidente e la tradizione orale africana.
Laureato in Filosofia e in Lettere/Scienze dell’Educazione, ha maturato la sua formazione tra il Senegal e l’Italia, specializzandosi nell’ambito della mediazione culturale e delle scienze umane, svolgendo attività accademica e culturale e facendosi promotore di iniziative culturali volte all’integrazione, alla pace e alla cittadinanza globale, e facendosi altresì apprezzare come una delle voci più rilevanti della letteratura dell’immigrazione e dell’italofonia, tant’è che ha ricevuto la Nomina a Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere (Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres), conferitagli dal Ministero della Cultura della Repubblica Francese per il suo contributo alla promozione delle lettere e della Francofonia.
Alle sue diverse raccolte poetiche, tra cui Il metro di un pianeta (2001), Il canto del diaspore (2005), Mery principessa senegalese (2005), Ode laica (2011), Ma il fiore non è morto (2019), si è aggiunta la silloge Ombra, che è un vero e proprio poemetto a tappe sull’identità, sul limite biologico e sulla forza della parola poetica come riscatto spirituale.
Nell’opera, che si avvale della prefazione di Rosa Elisa Giangoia e della postfazione di Claudio Tugnoli, l’ombra viene ripercorsa nella sua complessa evoluzione semantica, concettuale, filosofica e psicologica. Se nel mito, nella letteratura e nell’analisi junghiana l’ombra rappresenta l’inconscio, l’inaccessibile o la precarietà della condizione umana, in Cheikh Gaye assume un valore fortemente rigenerativo; l’ombra perde ogni connotazione cupa e si trasforma in una presenza protettiva e dialogica, in grado di suggerire al poeta un nuovo alfabeto espressivo centrato sull’amore, sulla bellezza e sulla coesistenza pacifica tra gli uomini.
La prima poesia, inserita in apertura della silloge Ombra, rappresenta un esordio di straordinaria sincerità e vulnerabilità, che spiazza il lettore e ne predispone la sensibilità a un’ascolto diverso, più profondo e viscerale. Cheikh Tidiane Gaye evidenzia il dramma dell’invisibilità e della finzione:
Quando ascoltare è difficile,
udire diventa più arduo
comprendere rimane una grande fatica
lo sguardo e il sorriso
nascondono il mio non-udire
finto ascoltare finto sorridere
la testa che finge di capire,
un dondolare tradito
sono cinquanta candele accese con gioia
che inaugurano il non più udire
sorrido il mio non udire
che segna e segnala la nuova stagione
una nuova vita
un altro tempo.(p.10)
Questa è una poesia che si apre con una scala ascendente di ostacoli perplessi e quotidiani: ascoltare, udire, comprendere. La risposta immediata del corpo di fronte alla paura dell’isolamento è la maschera declinata nel sorriso, lo sguardo, la testa che dondola per “fingere di capire”. Il sentimento del poeta snoda in una descrizione quasi teatrale e dolorosa della mimica sociale a cui chi perde l’udito (o la capacità di essere compreso) ricorre per non sentirsi escluso.
Il punto di svolta del componimento sta in una presa di coscienza anagrafica ed esistenziale: le cinquanta candele accese con gioia simboleggiano l’ingresso nella maturità che coincide qui con una rottura biologica e identitaria, mentre la menomazione o la perdita (il non più udire) smette di essere solo una privazione fisica, diventando una vera e propria soglia di passaggio.
Dalla finzione iniziale (finto ascoltare finto sorridere) si passa, nell’ultima parte, a un sorriso completamente diverso: sorrido il mio non udire. Non è più un sorriso di copertura, ma di accettazione. Il “non udire” cessa di essere un limite subìto e si trasforma in un segnale, un confine che inaugura “la nuova stagione”, “una nuova vita”, “un altro tempo”. E così il poeta offre al lettore un messaggio fondamentale consistente in un invito ad abbracciare i cambiamenti del corpo e della vita con dignità e speranza.
Nel percorso di Cheikh Tidiane Gaye l’«Ombra» assume una forte polisemia, tant’è che viene evocata ora come «sorella», ovvero come una presenza intima, familiare e consolatoria, cercata a lungo attraverso la dimensione utopica dei sogni; ora come «pietra fissata in una grotta» , quasi ad indicare che il poeta si ferma, trova una propria collocazione solida e protetta, al riparo dal rumore e dalla frenesia del mondo; ora nell’immagine finale del «paesaggio da colorare», che ribalta la stasi apparente. Insomma, l’ombra e il silenzio della grotta non rappresentano, per il poeta, il vuoto, ma uno spazio bianco di possibilità: la stasi diventa condizione indispensabile per ritrovare l’ispirazione, riappropriarsi dei propri colori interiori e ridefinire il paesaggio della propria esistenza:
“Ombra sorella
ti ho cercato
tra mille sogni
mi fermo come una pietra
fissata in una grotta
riempendo un paesaggio da colorare…”
Particolarmente intenso è il messaggio che scaturisce dalle tre liriche di pp.62-63-65, ove Cheikh Tidiane Gaye, celebra l’amore come la sola forza capace di redimere l’uomo dall’aridità. L’amore è un viaggio evolutivo che parte dal mistero (la scoperta), attraversa la passione carnale e la sofferenza (la prova) e approda alla santificazione del tempo condiviso (la saggezza). Che sia nel mare, nel flauto o nella pittura, l’amore è, in ultima analisi, il «giardino fiorito» in cui la vita trova il suo significato più alto e universale:
“Il cuore come deserto
solo l’amore lo rende vivo
di un vivere verde come le pianure…” (p. 62);
“…l’amore è quel grano
a dissetare una sete che torna all’istante
il ridere, il piangere, il tremare
non udire non parlare non ascoltare
ascoltare solo il cuore che gronda…”(p.63);
“…ogni pensiero fiorisce per celebrare un canto mai sentito
una preghiera mai scandita
nel silenzio canta l’odore riconoscente
l’ombra non si siede.” (p. 65).
Ciò che piace della raccolta Ombra, è l’ inno al potere terapeutico e salvifico della poesia, che emerge, in particolare, dalle composizioni di pag. 70-71:
La poesia colma la ferita
laddove rinfresca gli angoli tiepidi
il tramonto come un ricordo vergine
per ripassare un passato senza semafori
senza divieti
per nutrire un presente vuoto. (p. 70);
La poesia guarisce le ferite
la meraviglia la rende più bella
solleva la morte dalla sua tomba
incornicia la gioia
versa sulla pergamena l’inchiostro bagnato di emozioni
la poesia è questa sillaba nutriente
il verso che purifica
la rima scintillante
il poeta e la sua ombra, il viandante che parla
il pellegrino che santifica
una vita che la poesia rende bella
ogni vita è fatta di bellezza e di rimorsi
a recitare è la poesia. (p. 71).
Si tratta di due testi dove l’autore esalta il potere catartico della poesia, trasfigurata come medicina dell’anima. In entrambi, infatti, la poesia è definita esplicitamente come un rimedio naturale: “colma la ferita”, “rinfresca”, “guarisce le ferite”; è altresì percepita come una “sillaba nutriente” e come un “verso che purifica”. Insomma, la parola poetica per Cheikh Tidiane Gaye, non è mero esercizio stilistico, ma una cura interiore capace di lenire i dolori dell’esistenza, tant’è che nella composizione di pag. 70 l’autore sottolinea come la poesia permetta di rielaborare i ricordi (“ripassare un passato senza semafori, senza divieti“) per riempire le mancanze del momento attuale (“per nutrire un presente vuoto“), donando così una libertà totale alla memoria e superando i blocchi e i limiti del tempo.
Nella seconda poesia, il potere del verso si fa ancora più solenne; l’autore esalta la poesia perché “solleva la morte dalla sua tomba” e “incornicia la gioia“, perché rende immortale ciò che è passeggero e riesce a estrarre la bellezza anche dalle pieghe più oscure della vita, fatta immancabilmente “di bellezza e di rimorsi“. La figura di Cheikh Tidiane Gaye si unisce a quella del “viandante che parla” e del “pellegrino che santifica“, cosicché lo scritto bagnato di emozioni diventa un atto quasi sacro, capace di restituire dignità e splendore a ogni esistenza.
Tutto il corpus della silloge Ombra offre al lettore una poetica trasfigurata come una forza vitale e purificatrice: di fronte alle ferite, ai vuoti e ai rimorsi dell’esistenza, la parola scritta ha il potere di trasformare la sofferenza in meraviglia e di rendere ogni vita degna di essere vissuta.
Sul piano stilistico e del linguaggio, Cheikh Tidiane Gaye si libera consapevolmente dai canoni tradizionali e dalle gabbie metriche europee, attingendo a un’espressività sinestetica e viscerale in cui la parola ha una forza ontologica e salvifica. Il poeta “legge” con gli occhi i suoni della natura e trasforma le percezioni visive e tattili in risonanze interiori. Le sue parole ruotano attorno ad elementi primordiali come il mare, il vento, le foglie, il fuoco, la terra e le stelle, fondendo il piano corporeo con quello cosmico: «Ho sfornato nella cenere delle parole / la sinfonia di una vita vinta per un silenzio / che l’essere ombra accompagna» (p. 22) Spesso il verso assume la cadenza della preghiera, dell’anafora o del canto liturgico-orale proprio della tradizione dei Griot, rivolgendosi direttamente all’ombra come a una divinità o una compagna d’itinerario: «Una parola più vera del silenzio / sei tu, ombra / sono il poeta / che ti ode / il tuo corpo ha preso ogni essere / di notte e di giorno / il tuo essere è / Luce.» (p. 32)
Dal punto di vista formale, la silloge si presenta come un unico e organico poemetto in versi liberi, articolato in brevi stazioni liriche senza titolo o con titoli minimali coincidenti con l’incipit. La punteggiatura è usata in modo scarno, lasciando spazio a frequenti enjambement e a un procedere fluido, simile allo scorrere dell’acqua o al soffio del vento. La forma breve e perentoria di molte strofe riflette la natura sfuggente dell’Ombra stessa, entità “fittizia” che si colloca tra la vita e la morte, la luce e il buio: «Ombra, sei una forma dubbiosa / sei creatura fittizia per scolpire ogni forma di libertà / e nemmeno l’uomo si accorge di te» (p. 36).
Questa opera, concludendo, conferma senza dubbio lo spessore letterario e umano di Cheikh Tidiane Gaye. Con essa, l’autore non solo racconta la propria vulnerabilità fisica ed esistenziale, ma la trasforma in una categoria filosofica e poetica universale; l’ombra cessa di essere motivo di angoscia o simbolo di morte per rivelarsi, in ultima analisi, come la forma segreta della Luce e la guida fedele dell’essere umano lungo i sentieri del mondo.


