
Reclutatori, logistici, corrieri e sabotatori transitano attraverso aeroporti e frontiere apparentemente senza difficoltà, sfruttando l’apertura delle società democratiche contro le stesse democrazie. Paesi europei ed extraeuropei diventano tasselli di una rete operativa che dalla Bielorussia alla Turchia, dalla Serbia alla Polonia conduce sempre al medesimo centro decisionale: Mosca e il Gru, il servizio di intelligence militare russo. E’ il risultato al quale sono giunte le indagini e le ricostruzioni emerse sull’attentato sventato all’aeroporto di Lipsia, che aveva l’obiettivo di sabotare un’infrastruttura collegata agli aiuti destinati a Kyiv. Ma l’obiettivo politico era molto più ambizioso: diffondere insicurezza e paura, mostrare che nessun Paese è al riparo e soprattutto convincere governi e opinioni pubbliche occidentali che continuare ad aiutare l’Ucraina comporta rischi crescenti. Non basta. Ogni azione di sabotaggio è anche un test. Si verifica quanto siano efficaci i controlli, quanto cooperino i servizi di intelligence europei, quali siano le vulnerabilità delle infrastrutture e, in particolare, fin dove ci si possa spingere senza incontrare una reazione adeguata. A questo proposito, l’attentato di Lipsia dimostra gli errori della politica europea che per molti anni ha preferito non vedere i segnali che arrivavano da Mosca. I governi hanno scambiato la prudenza per realismo, l’opportunismo economico per politica estera e hanno ritenuto che Vladimir Putin ragionasse come un qualunque leader occidentale. Non hanno capito che già da tempo il Cremlino considerava l’Europa un terreno di scontro sul quale esercitare pressione politica, psicologica e strategica. Dall’avvelenamento degli oppositori alle campagne di disinformazione, dagli attacchi informatici alle incursioni di droni e jet militari nei cieli europei, i segnali sono stati numerosi. Eppure, si è continuato a parlare di dialogo come se dall’altra parte vi fosse un interlocutore interessato alle stesse regole e agli stessi obiettivi, tra cui la pace. L’Ucraina sta pagando il prezzo più alto di questa illusione, ma oggi il conto comincia a presentarsi anche agli europei. Di questo ha parlato Friedrich Merz in riferimento all’attentato all’aeroporto di Lipsia, attribuendo con nettezza la responsabilità dell’operazione a Mosca. Più di una presa di posizione, la dichiarazione del cancelliere ha rappresentato un passaggio politico fondamentale: Putin sta giocando tutte le carte disponibili per spezzare la resistenza degli ucraini e logorare la volontà degli europei. La guerra ibrida russa non riguarda soltanto l’Ucraina, riguarda direttamente la sicurezza europea. Esserne consapevoli non è sufficiente, non ci si deve lasciare intimidire. Mosca deve capire che l’Europa non è più il terreno permissivo sul quale sperimentare sabotaggi, intimidazioni e operazioni clandestine a basso costo. Farne pagare il prezzo a chi organizza tutto questo è indispensabile. La deterrenza non serve a provocare uno scontro. Serve a impedirlo. E la sua efficacia dipende da una sola condizione: che chi sta dall’altra parte sia convinto che l’Europa abbia finalmente la volontà di difendere se stessa. Se non lo farà, l’inazione sarà un invito a spingersi ancora più avanti. La debolezza non favorisce la pace. Più chiaro di così.



9 commenti su “Lipsia, la guerra ibrida russa e il test della deterrenza europea…di Rita Faletti”
A prove come siamo messi? Molto, molto male…
Solo dichiarazioni. E su questo, si cerca lo scontro frontale con la Russia.
Pretesti, false flag, giramenti di frittata a triplo carpiato…
Roba da stolti e pazzi. Sulla base di gentaglia che fa affermazioni che nessuno verifica, ci si fida dopo anni di menzogne sempre venute a galla.
Che vergogna, e cosa stiamo rischiando.
Certo che fa impressione sentire certi racconti proprio da chi poco tempo fa diceva che la Russia stava capitolando ed aveva finito persino le munizioni. Poi mettere un drone li bello e buono sotto un aereo che trasporta armamenti senza essere sorvegliato la dice tutta.
Un aereo del genere, non dovrebbe essere sorvegliato e piantonato dai militari?
E poi com’è possibile che con 22 devastanti sanzioni e la promessa di altre ancora più letali, la Russia sia capace di orchestrare dei sabotaggi invece di essere annichilita come si diceva nei precedenti anni?
Poi abbiamo la ciliegina sulla torta: Mentre le streghe Leyen e Kallas annunciano sanzioni alla Russia non potendo fare altro, mentre il defunto (politicamente) Merz si reca a Kiev a fare promesse che non potrà mantenere e dire un mare di fesserie, l’ex cancelliere Schroeder è andato al 74° compleanno di Putin in quanto invitato come amico.
Però dobbiamo dire pure che il nazista Merz si è profondamente indignato di questo. Poverino!
E mentre il sig. Merz fa la sfilata a Kiev per rappresentare la grande Europa, anzi i quattro volenterosi, ecco le dichiarazioni di Maria Zakharova:
“Il cancelliere tedesco Merz è andato personalmente a Kiev perchè lui stesso fa parte del vasto giro di corruzione che ruota attorno ai nazisti ucraini. Ogni singolo “leader” dell’Unione Europea ha avuto un pezzo della torta delle tangenti ucraine”.
Qualche mese fa si gridava all’attacco alla Finlandia ed era quasi imminente l’invasione gridando al lupo al lupo. Il presidente finlandese Alexander Stubb qualche settimana fa dichiarava:
“La Finlandia non si aspetta un attacco dalla Russia. In Europa abbiamo un problema di comunicazione perchè alcuni leader confondono due cose. Una cosa è uno scenario, un’altra è la percezione della minaccia. Ci aspettiamo che la Russia ci attacchi? La risposta è no. Non abbiamo alcuna prova che lo farà”.
Ma andare avanti a proclami e propagande false e infondate, aiuta i nostri leader a prolungare l’agonia dei cittadini europei e delle loro stesse poltrone a cui sono molto affezionati.
Dott.ssa Faletti, lei dice “La debolezza non favorisce la pace”. Io le dico che chi è forte non ha bisogno di gridarlo ai quattro venti, chi è forte non abbaia ad ogni passante.
@ Paolo
l’attribuzione alla Russia si basa sulla convergenza di diversi fattori. Il movente: interesse strategico a ridurre il sostegno europeo a Kyiv; il bersaglio: infrastruttura logistica cruciale in un paese che svolge un ruolo centrale nell’assistenza militare all’Ucraina e uno dei pilastri del riarmo europeo; il contesto: numerosi governi europei hanno attribuito alla Russia operazioni di guerra ibrida sul territorio occidentale; elementi investigativi emersi finora: tracce di DNA su droni, antenne e altri materiali collegati all’operazione. Le analisi hanno consentito di identificare alcuni sospetti e di ricostruirne parte degli spostamenti. Storicamente, quando governi e servizi segreti fanno affermazioni così pesanti, dispongono di informazioni classificate che non possono essere rese pubbliche. Durante la Guerra fredda molti europei non credevano che l’URSS conducesse operazioni clandestine in Europa occidentale, fino a quando l’apertura di archivi e testimonianze di ex funzionari rivelarono che quelle operazioni erano più estese di quanto si immaginasse. Tra l’altro, la natura autoritaria del sistema politico russo è un elemento rilevante perché influisce sul processo decisionale che dipende quasi esclusivamente dal vertice. Nel caso della Russia contemporanea, tutto è nelle mani di Putin che nel 2020 ha promosso una riforma che gli consente di restare al Cremlino fino al 2036. In una realtà simile, la sopravvivenza del regime e la conservazione del potere diventano obiettivi strategici prioritari dello Stato. Se la leadership percepisce una minaccia ai propri interessi vitali, è più incline a utilizzare strumenti di pressione, intimidazione, sabotaggio o guerra ibrida verso il “nemico esterno”. I risultati dell’operazione militare speciale non sono certo confortanti e credo siano fonte di preoccupazione anche per l’uomo solo al comando della Federazione russa.
Eh si. C’è un aggressore e un aggredito, un invasore e un invasato e non ci sono più le mezze stagioni: o fa caldo caldo caldo o fa freddo freddo freddo.
Lucio Caracciolo ha recentemente affermato che una eventuale guerra contro la Russia durerebbe 15 minuti: il tempo di coordinare un testo congiunto per la dichiarazione di resa e di trasmetterlo al Cremlino. La Russia non ha alcuna mira egemonica: ha sempre visto l’Europa per quello che è (un mercato). Chiedo all’estensore dell’articolo di non prestarsi alla diffusione di notizie assolutamente fondate sul nulla, simili per merito a quelle di powellliana memoria (la fialetta di antrace). Zelensky ha una sola via da percorrere: quella che lo porta a Mosca. Come suggeritogli da Trump, percorra la via per Mosca, insieme alla famiglia; Trump lo aiuterà a recidere il cordone sanitario inglese e farà in modo che il nostro giunga a Mosca, unico porto sicuro in cui sarà certo di conservare la vita. Gli USA si sono sfilati: senza loro fare la guerra alla Russia è impossibile. Che i nostri dirigenti se ne facciano una ragione.
@Luther Blisset
Leggendo il suo commento colpisce una cosa: non una parola sul diritto degli ucraini a scegliere da chi essere governati. Solo l’invito ad arrendersi. È una visione profondamente illiberale: il forte comanda, il debole obbedisce. Ma è esattamente questa logica che l’Europa ha cercato di superare dopo le tragedie del Novecento. Chi siamo noi e chi è Caracciolo per dire a un popolo libero che deve rinunciare alla propria indipendenza? Gli ucraini combattono e muoiono perché vogliono decidere da soli il proprio futuro. Si chiama autodeterminazione. Vale per Kyiv e per qualsiasi altra nazione. Chaplin ricordava che i dittatori promettono protezione mentre chiedono obbedienza. Putin lo fa con carri armati missili droni e bombe plananti. Trump lo fa quando suggerisce agli ucraini che la loro salvezza consista nell’accettare ciò che Mosca pretende. Cambiano i metodi, ma l’idea di fondo è la stessa: il diritto del più forte prevale sul diritto dei popoli. Io continuo a stare dalla parte opposta. “Non vi consegnate a questa gente senza anima! Uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore!” Chaplin si riferiva a Hitler, oggi potremmo riferirci alla coppia di cui sopra che pensa di fare affari assieme fottendosene dei diritti dei popoli. I governi europei dovrebbero convincersi che l’America che conoscevano se n’è andata e non ritornerà. Farebbero bene a prepararsi mentalmente alla nuova realtà e a mettere assieme le forze se vogliono salvare la libertà loro e dei loro cittadini.
“È una visione profondamente illiberale: il forte comanda, il debole obbedisce.”
Già, la stessa dinamica che è in atto a Gaza: Israele è il più forte ed ha diritto di vita o di morte e i Palestinesi obbediscono… ma Hamas si ribella, e il dramma non finisce e non finirà.
@Anonimo
Il dramma dei palestinesi è stato originato dal rifiuto di riconoscere lo Stato ebraico e di accettare, accanto ad esso, un loro Stato. Ottant’anni di attacchi, due intifade (2000, 2005), terrorismo, attentati suicidi, intifada dei coltelli e risposte israeliane. Abbandono della Striscia da parte di Israele, elezioni e vittoria di Hamas, costola del movimento islamista dei Fratelli Musulmani con dietro il regime teocratico dell’Iran, massacro del 7 ottobre, guerra a Gaza per la distruzione di Hamas e dei tunnel della morte. Hamas si ribella a cosa? Al fatto che l’Arabia saudita sta per normalizzare le relazioni con Israele e far scomparire dall’orizzonte la questione palestinese. Che è sempre stata lo strumento usato da regimi arabi per deviare il malcontento popolare delle crisi popolari interne. Il sostegno di facciata ai palestinesi serviva a fermare il malcontento sociale e dare l’impressione di un’unità araba che non esiste. La geopolitica regionale ha sempre interessato di più delle reali aspirazioni della popolazione palestinese. Il 7 ottobre è stato anche un messaggio ai Paesi arabi. Basta glorificare Hamas. La tragedia palestinese finirà quando Hamas e gli altri gruppi terroristi saranno eliminati. Intanto, Israele non ha altra scelta che difendere la propria esistenza. Giustamente, legittimamente. Togliersi il paraocchi ideologico sarebbe un primo passo importante. Acclamare Hamas non aiuta la pacificazione tra due popoli che vivono nella diffidenza reciproca, che gli occidentali alimentano prendendo le parti dei palestinesi senza considerare la situazione nella sua complessità. Così si aiuta solo Hamas credendo di aiutare i palestinesi. Le manifestazioni pro Pal sono di carattere politico nel senso che sono i partiti della sinistra estrema che ne traggono vantaggio, sperando di raccogliere consensi che altrimenti non avrebbero. Voti per la sopravvivenza. In Francia, i movimenti pro Pal si saldano con quelli dei gruppi LGBTQ+ e con la sinistra radicale e antisemita di Mélenchon.
Si, certo, perché se i Palestinesi, a casa loro, avessero accettato i sionisti, Israele non li avrebbe scannati come ha fatto e come sta facendo.
Ci sarebbe da piangere, ma non fateci ridere!
Tanto oramai il re è nudo e potete nascondervi dove volete, potete dire e scrivere delle falsità, ma il mondo intero, tranne qualche stato fascista, non vi crede più!