
Il tribunale di Bergamo è diventato il simbolo di un problema che la magistratura italiana non può più ignorare: le incompatibilità familiari. Qui si concentrano situazioni in cui giudici e parenti lavorano nello stesso contesto, creando un intreccio che mina la percezione di indipendenza e imparzialità. Non si tratta solo di conflitti d’interesse reali, ma anche di quelli “in apparenza”, come ha ricordato il Consiglio di Stato nella sentenza del 18 marzo: l’imparzialità deve essere visibile, non solo dichiarata. Il nodo è semplice ma devastante: una volta nominato un magistrato in una sede dove già opera un familiare, nulla obbliga quest’ultimo a trasferirsi. Così, la convivenza professionale tra parenti diventa strutturale e inevitabile, trasformando Bergamo in un laboratorio di incompatibilità eclatanti. Ma Bergamo non è un caso isolato. Altri tribunali hanno vissuto episodi analoghi: Roma (Tar del Lazio) più volte al centro di ricorsi per nomine contestate, con parentele tra magistrati e avvocati che operano nello stesso distretto; Milano: segnalazioni di giudici con legami familiari diretti con avvocati attivi nelle stesse aule, con conseguenti dubbi sull’imparzialità; Napoli e Palermo: casi di parenti che lavorano in uffici giudiziari contigui, creando intrecci che rendono difficile distinguere tra indipendenza reale e percezione pubblica. Questi episodi mostrano come il problema sia sistemico e non confinato a una singola sede. Le regole del Csm, infatti, stabiliscono chiaramente che nessun magistrato può operare nello stesso ufficio giudiziario dove lavora un parente stretto o un coniuge avvocato. La circolare del 2007 (poi aggiornata nel 2009 e nel 2014) disciplina l’incompatibilità di sede per rapporti di parentela fino al secondo grado, affinità, coniugio o convivenza con avvocati nello stesso distretto. In teoria, queste norme dovrebbero prevenire i conflitti d’interesse; in pratica, la loro applicazione è spesso complessa e non sempre risolutiva. Questa realtà incrina la fiducia dei cittadini, perché la giustizia, come la politica, non può permettersi zone grigie. Ecco perché la bocciatura della riforma Nordio appare come un’occasione persa: avrebbe potuto introdurre regole più chiare e strumenti di “pulizia” indispensabili per restituire credibilità al sistema giudiziario. Il caso Bergamo non è un’anomalia isolata, ma il segnale di un problema nazionale. Senza interventi seri, il rischio è che la giustizia italiana continui a vivere sotto l’ombra del sospetto, proprio quando dovrebbe essere il baluardo della trasparenza.






4 commenti su “Giustizia: le incompatibilità familiari e le regole del CSM…l’opinione di Rita Faletti”
L’ombra del sospetto che non è più un sospetto, da tempo è la prassi che hanno creato e costruito i satanisti per tutelare delle determinate categorie di persone per proseguire interessi oscuri.
Ma la cosa non dovrebbe turbare la cronista in quanto anche al governo e nelle istituzioni la cosa non cambia. Ad esempio la Giorgia nazionale ha sistemato gran parte della sua famiglia nel governo come tanti altri politici sistemano i propri “cari” nei vari dicasteri con cariche importanti.
Quando la magistratura non è interessata alla trasparenza, anzi ci sguazza dentro anch’essa, come può farla rispettare alla politica o ai massoni quando tutti sono ricattati e ricattabili?
La trasparenza e il rispetto delle leggi vale solo per il comune cittadino (Italiano ovviamente) che non deve fare pipì fuori dal vaso, invece gli scelti o i prescelti in un modo o nell’altro si debbono tutelare e per scagionarli ci costruiscono pure tante sentenze o formule machiavelliche che anche se non trasparenti, diventano efficaci per salvare e tutelare chi dev’essere salvato o tutelato.
Ora nello specifico se dobbiamo parlare della magistratura di Bergamo, dovremmo analizzare anche il comportamento avuto dal 2020 ad oggi. Anche questo rientrerebbe nella trasparenza dell’ingiustizia!
In Italia, figure di rilievo come politici, imprenditori e dirigenti sono spesso al centro dell’attenzione della magistratura. In alcuni casi, sembra che una parte di essa interpreti il proprio ruolo non solo come applicazione delle leggi, ma anche come moralizzazione dei costumi, in linea con posizioni politiche. Questo approccio ha portato l’Italia ad essere definita da alcuni come la ‘Repubblica delle toghe’, con conseguenze che ricadono sull’intero Paese. Non va dimenticato che molte condanne si sono poi risolte in clamorosi insuccessi, alimentando la percezione di un sistema più orientato a colpire che a garantire giustizia. Il sospetto non è una prova, il dubbio va verificato:”In dubio pro reo”. Emblematico è stato il pensiero di Piercamillo Davigo, secondo cui se alcune persone non erano in carcere era solo perché non erano ancora state scoperte: un’affermazione che riflette una visione generalizzante e problematica. La vittoria del NO ha rappresentato, a mio avviso, l’affermazione del potere di una parte della magistratura e della politica, non necessariamente la più virtuosa. Non c’è legge che vieti le parentele in politica. Se ha letto l’articolo con attenzione, avrà anche scoperto che il CSM ha stabilito che le parentele in uffici giudiziari contigui sollevano dubbi sull’imparzialità. Imparziali si deve apparire oltre che essere.
Grazie a Dio politici, imprenditori e dirigenti sono spesso al centro dell’attenzione della magistratura: vuol dire che si cerca dalla parte giusta, considerando la grandissima evasione e i tantissimi reati contro il patrimonio e contro lo Stato.
È la linea più corretta, fermo restando che la stessa magistratura, anche a causa delle limitate risorse (chiedete ai politici e fatevi spiegare il perché) e del fatto che si fanno pochissime assunzioni rispetto al fabbisogno, spesso non riesce a fare bene il suo lavoro; e fermo restando che al suo interno c’è la stessa percentuale di persone “normali”, che possono anche sbagliare o essere dei delinquenti, come tutti.
Mi vergognerei di uno Stato nel quale la magistratura attaccasse solo le persone deboli, che magari non hanno neppure i soldi per pagarsi dignitosamente un avvocato per difendersi.
Oggi mi vergogno di uno Stato che imprigiona i ragazzi che partecipano ai rave party e magari lascia passare un sanguinario delinquente ricercato internazionale, come nel caso Almasri.
Non so se rendo l’idea, ma nel dubbio è bene averlo scritto, così che in tanti possano rifletterci.
La vittoria del NO al referendum è stata un risultato sacrosanto e ho spiegato chiaramente le motivazioni per chi vuole capire.
Grazie.
@ R.Faletti;
Provi a contare le incompatibilità esistenti al tribunale di Rg, in particolare con il trasferimento/accorpamento del Tribunale di Modica.
Impressionante, e dir poco.