Una vita divisa tra due Paesi…di Rita Faletti

Tempo di lettura: 2 minuti

Molte famiglie ucraine vivono da quattro anni in bilico tra due realtà: quello della quotidianità segnata dalla guerra e quello di una normalità dalla consistenza di un miraggio. Le più fortunate non hanno subito perdite, ma tutte condividono lo stesso senso di precarietà e di paura che esorcizzano aiutandosi nell’affrontare le difficoltà e costruendo assieme spazi di “evasione”. Il domani è un’incognita, un orizzonte che si confonde con l’ignoto. In questo contesto, Ugo — padre di Daniel, un bambino di otto anni nato dal suo matrimonio con una donna ucraina — racconta la sua esperienza di vita divisa tra Italia e Ucraina e il rapporto con il figlio che cresce in un Paese ferito.

Come vive suo figlio la quotidianità in un Paese in guerra?

Mio figlio cerca di vivere la sua routine senza rinunciare a nulla: scuola, giochi, amici. Ma dietro ogni gesto c’è l’ansia che qualcosa di brutto possa accadere all’improvviso, la paura di non poter sfuggire al peggio.

 Cosa le racconta delle sirene, dei rifugi, dei blackout?

Le sirene, i blackout, i rifugi sono la parte più dura della quotidianità. Improvvisamente bisogna scappare, interrompere tutto. Sembra di vivere in un film, ma purtroppo è la realtà.

 Come cerca di proteggerlo emotivamente non essendo lì fisicamente?

La protezione che posso dargli è la certezza di esserci sempre, anche da lontano. Con la voce, con le parole, con la presenza costante. Altro, purtroppo, non posso fare.

 Quali sono le difficoltà più grandi per il popolo ucraino che non immaginiamo da   fuori?

La vita quotidiana è diventata un ostacolo continuo. Tutto è aumentato dopo lo scoppio della guerra e molti, soprattutto gli anziani con pensioni irrisorie, faticano ad arrivare a fine mese.

 Quali sono i sentimenti che prevalgono oggi tra le persone?

Stanchezza ma anche speranza. Speranza che tutto finisca presto, anche se sono già passati quattro anni.

Come è cambiato il carattere degli ucraini in questi 4 anni di guerra?

Il popolo ucraino, pur stremato, è forte e determinato. Ha imparato a resistere e a far fronte a qualunque cosa. Questa forza mi ha impressionato più di ogni altra cosa.

Come percepiscono gli aiuti che arrivano dall’Europa?

Gli aiuti militari, soprattutto armi, non li vediamo e non sappiamo quando arrivano. Gli altri aiuti, viveri e beni di prima necessità, vengono distribuiti alle famiglie bisognose, soprattutto a chi è scappato dalle zone più colpite, come Donetsk e Luhansk.

Quali aspettative hanno verso l’esterno?

Il futuro lo vedono in Europa. Si sentono europei, soprattutto le nuove generazioni, con un forte senso di appartenenza. E’ in Europa che vedono la possibilità di ricostruire.

 Lei vive una vita tra due paesi. Come la vive, e in quale dei due sceglierà di vivere a guerra finita?

La mia vita tra Ucraina e Italia la vivo ormai in modo normale, sempre nella speranza che questa guerra finisca presto. Quando finalmente accadrà, vivrò in Ucraina con mio figlio.

 Quali paure ha imparato a gestire?

All’inizio della guerra pensavo che avrei potuto perdere tutto. Col tempo, ho imparato a convivere con l’ansia e il timore del peggio.

Cosa significa per lei la parola normalità?

Normalità significa vivere senza sirene, senza bunker, senza blackout che interrompono la vita dei bambini e li riportano alla realtà della guerra. Quella che vivono da 4 anni è una normalità a intermittenza.

Cosa di questa guerra l’ha segnata di più?

Mi ha segnato la rinuncia dei bambini a vivere una vita normale. Stare chiusi nei bunker, il suono delle sirene, sono cose che non dimenticheranno.

Alla fine dell’intervista, Ugo mi confida che al termine del suo impegno sulla nave, porterà Daniel sui Carpazi, “un luogo meraviglioso”, dove il bambino potrà respirare aria di libertà prima di ripiombare nell’incertezza.

 

© Riproduzione riservata
597965

I commenti pubblicati dai lettori su www.radiortm.it riflettono esclusivamente le opinioni dei singoli autori e non rappresentano in alcun modo la posizione della redazione. La redazione di radiortm.it non si assume alcuna responsabilità per il contenuto dei commenti e fornirà, eventualmente, ogni dato in suo possesso all’autorità giudiziaria che ne farà ufficialmente richiesta.

6 commenti su “Una vita divisa tra due Paesi…di Rita Faletti”

  1. Un popolo che ci sta insegnando molto.
    Hanno sofferto e soffrono il fatto di essere vicini alla Russia , che li ha sempre picchiati , quel mostro di Stalin li ha fatti morire di fame per punizione,
    Adesso sepolto l’unione Sovietica, sepolto il partito comunista sovietico, si poteva sperare finalmente in un futuro migliore lontani dal loro peggior aguzzino , purtroppo Mosca non ha ancora gli Anticorpi per combattere i dittatori da troppi millenni sono stati sempre sotto dittatura, un popolo abituato alla povertà da sempre , non riesce a venirne fuori .

  2. Dando per scontato che l’intervista sia reale, poiché priva di ogni riferimento verificabile, basterebbe che si smettesse di dare soldi ed armi ed alimentare un conflitto provocato appositamente da un paese strumentalizzato dagli USA, per il quale tutti, a parte chi crede alla propaganda, sapevano che non sarebbe finita in breve tempo e, soprattutto, che la Russia non avrebbe perso.
    C’è un ex presidente corrotto in Ucraina, ancora, che diceva che bisognava essere amici dei russi, poco dopo che aveva cessato le sue performance da pagliaccio.
    L’ucraina non è in EU, non è nostra alleata, non abbiamo alcun motivo per sostenerla. Gli usa hanno creato questo conflitto, se la sbrighino.
    Perché anche noi abbiamo anziani che non arrivano a fine mese, ma già da prima, scuole distrutte, sanità collassata, aziende chiuse o svendute. E sinceramente, il sentimento comune nei paesi europei è che ci si sia rotti pesantemente le scatole, nonostante i pagliacci mettano proclami e non eseguano volontà popolari.

  3. Paolo
    Sono perfettamente d’accordo con quello che ha scritto.
    Condivido tutto.
    Se gli Stati Uniti stavano al suo posto, l’Ucraina non si troverebbe in queste condizioni.
    Stessa cosa per l’aggressione all’ Iran, con Trump ricattato dal porcile dei file Epstain da quell’ ass………no di Netanyahu.
    Chi afferma altro, mente.
    Guerre create per ricatto, e per accaparrarsi le risorse dei giacimenti.
    Della libertà, democrazia, o diritti dei cittadini, non gliene fotte un c……o!
    Le favole sono per i fessi che credono a questi ass………i.

  4. @Paolo
    Se anche noi abbiamo anziani che non arrivano a fine mese, scuole distrutte, sanità collassata, aziende chiuse o svendute non crede sarebbe il caso di approfondirne le cause e trovare i responsabili? Sono cause esterne o interne? E’ sicuro che si tratti di una situazione generalizzata? Quando questo Paese inizierà ad assumersi le proprie responsabilità invece di cercarle altrove? Ci riuscirà mai?

  5. Concordo, bisogna trovare i responsabili. Bisognerebbe partire da lontano però, per arrivare ai giorni nostri, è dubito che se ne salvi qualcuno in entrambi gli schieramenti.
    Questo comunque non giustifica il fatto di dover provvedere ai problemi di altri, soprattutto se autoinflitti e perseverati, quando appunto ne abbiamo di gravi da risolvere a casa nostra con la logica giuridica del buon padre di famiglia.

  6. Giustissimo signora Faletti.
    Questo paese non si assume le proprie responsabilità, perché ogni cittadina non si assume le proprie responsabilità. E’ sempre colpa degli altri, e questo vale nel piccolo che nel grande. Purtroppo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Articoli correlati

RTM per il cittadino

Hai qualcosa da segnalare? Invia una segnalazione in maniera completamente anonima alla redazione di RTM

UTENTI IN LINEA
Torna in alto