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La poesia, “nuovo tempio” di Epidauro /7 … di Domenico Pisana

Alla ricerca di una “visione poetica” di impronta soteriologica
Tempo di lettura: 2 minuti

Leggendo vari poeti del nostro tempo, a volte anche come membro di giuria di qualche Premio, si nota che sono in molti a mantenere il loro discorso poetico dentro connotazioni prosodiche, di stati d’animo, di modulazioni e sequenze emotive forti ed intense.
Senza nulla togliere a questa scelta, appare verosimile che nel caos e nella frammentarietà del mondo contemporaneo ove la liquidità del pensiero ha reso tutto veloce e incerto, privo di certezze e riferimenti valoriali, una poesia dal piglio più diegetico e pervasa anche di toni lirici, possa affabulare e coinvolgere meglio il lettore. In altri termini, più una poesia è comprensibile mentre si legge, più diventa apprezzata; meno relazionale e dialogica si presenta, più viene confinata nell’ambito della complessità, che è il contrario della frammentarietà.
Entra qui in campo la critica letteraria, che dovrebbe avere un ruolo di valutazione quanto più possibile oggettivo per esprimere il valore di un’opera poetica, magari ponendola nella collocazione ad essa più consona. Intanto occorre partire dal presupposto che ogni opera poetica ha bisogno di una decodificazione critica, che può risultare positiva ma anche sollevare perplessità, specie se l’opera in questione appare priva di un “novum di originalità” rispetto all’esistente.
Su quest’ultimo punto vedo che spesso la critica letteraria si muove tra una visione diremmo “tradizionale” e una “visione nuovista”, ritenendo forse – come direbbe Montale – che “la novità è meglio che la ripetizione”. Su questo punto, però, le riflessioni, spesso divergono.
Io credo che in poesia il concetto di tradizione non va inteso in modo superficiale, ma nel senso etimologico latino del “tradere”; tradere implica tenere conto della lezione che ci hanno consegnato i grandi della poesia del ‘900 , non per imitarli ripetendo cose già dette e scritte, ma per tracciare, sulla loro consegna, nuovi orizzonti e ricerche sul piano formale, linguistico, dell’analisi tematica, della qualità letteraria e originalità del contenuto, dell’efficacia, validità e intensità del messaggio evocato.

Verso una poetica con una visione soteriologica

Credo che per superare il minimalismo poetico contemporaneo serve una poesia con un’idea di poetica. Fare poesia non è certo un mestiere, ma non può essere neanche un gioco; se il poetare diventa il pastiche-passatempo di anime belle, cioè lo sfogo di emozioni che coinvolgono il sentimento, la denuncia o il lamento di cose che non vanno, con versi che in tutto o in parte rielaborano brani tratti da opere preesistenti, per lo più con intento imitativo, credo sia difficile per la poesia contemporanea lasciare un segno negli anni.
E’ importante chiedersi verso quale “ideazione e direzione di marcia” i poeti intendono orientare le loro singoli voci, senza alcuna pretesa, certamente, ma con la consapevolezza di andare oltre l’idea che ognuno scrive per se stesso. Bisogna trovare, a mio avviso, una diversa “Weltanschauung poetica”, nella direzione di una poesia che sappia connotarsi con una visione “soteriologica e ri-costruttrice” dell’esistenza e come “atto profetico” in grado di aiutare l’uomo a leggere dal di dentro se stesso, i suoi rapporti con l’altro, con la società e con il mondo, superando così quel minimalismo che ripete il passato perpetuando la stagnazione e confermando l’idea che i poeti sono tutti uguali, direi interscambiabili, imitabili e privi di originalità.

La poesia, “nuovo tempio” di Epidauro

Al di là di forme, di ricerche linguistiche, di tradizione e di novità, una cosa resta però certa. Quel che rimane della poesia è la parola, la quale continua ad avere ancora oggi, come nel passato, una funzione guaritrice e di salvezza per l’umanità. Le novità passano, le tradizioni si superano, le avanguardie cessano, le correnti muoiono, gli stili si avvicendano, ma quel che rimane immutata è la “parola come linguaggio” detto in una situazione di vita.
Freud sosteneva che quando ci si trova di fronte ad un malato nevrotico, la medicina migliore per curarlo è la parola, e prima di tutto la sua. Oggi il grande malato è la società, è l’Europa, il mondo globalizzato ed è possibile che i poeti cerchino per sé e quindi anche per gli altri una dimensione terapeutica nei confronti della nevrosi: la sua, la nostra, quello di ogni possibile interlocutore.
Se nei miti greci Apollo presiedeva alla medicina, alla poesia, all’arte e veniva considerato il dio della salute e della poesia, non deve oggi meravigliare che il poeta contemporaneo cerchi nella parola poetica una “terapia” per sé e per gli altri, non intesa, certo, psichicamente, ma come funzione di cura terapeutica per un malato in fase di declino: il nostro mondo, quello vicino e quello lontano.
Direi che oggi anziché discutere sempre di “poesia e non poesia” di crociana memoria , è forse il caso di apprezzare quanti credono nella poesia, che, stando sempre ai miti greci, può essere sicuramente terapeutica per questo nostra realtà di vita; cercare la poesia è come andare al santuario di Epidauro in età ellenistica, centro per eccellenza dedicato al culto di Asclepio, divinità salutare del pantheon greco, che guariva i fedeli che si recavano in pellegrinaggio ad Epidauro durante le feste in suo onore.
Se è vero che oggi tutti i nostri comportamenti sono spesso liquidi, convenzionali, oleati di nichilismo e di pessimismo, la poesia è parola che rimane per i poeti lo strumento minino della loro personale sopravvivenza. La poesia può intraprendere formalmente e stilisticamente anche i sentieri più impensati e differenti, scadendo, in qualche caso, anche nella banalità (come avviene, stranamente con qualche autore pubblicato dalla grande editoria), ma rimane sempre lo strumento e la medicina per curare la malattia del non senso, del vuoto e del nulla e aprire nuovi varchi, orizzonti, visioni che l’uomo comune non riesce a vedere; essa può essere necessaria a tutti perché – dice il Parini nel suo “Discorso sulla poesia”- può rendere felice l’uomo; può essere anche utile e spingere alla virtù e ai principi che promuovono il “viver civile”.
Se “l’assenza di parola” spesso contiene in sé il seme della guerra che distrugge relazioni, rapporti tra persone, tra stati, tra gruppi, la “presenza della parola poetica” può divenire ponte di dialogo e di amicizia; in tal senso, la poesia è uno spazio privilegiato perché può essere come un nuovo tempio di Epidauro, quello ove la parola si fa voce, azione, idea, sentimento, stupefazione, contemplazione, denuncia, dissenso, contestazione, salvezza e guarigione; può rischiare, certo, di essere solo monologo, ma verrà il tempo in cui troverà il suo interlocutore, perché – direbbe Zanzotto – “può configurarsi come un manoscritto nella bottiglia (lo si è detto spesso) o lettera che viene dimenticata chiusa in una tasca per indifferenza o disamore”.
La poesia rimarrà sempre un viaggio nel mistero: può o meno riprodursi, ma non ha tempo. La parola poetica conosce la vita e la morte, fa prendere coscienza del limite, del sogno e dell’amore, conduce sempre verso strade di “forze buone” e sentieri di verità, e in questo senso è inafferrabile, è libera e per questo aiuta a guarire il poeta stesso e i suoi destinatari, facendosi “terapia” generale per l’umanità. /Continua

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1 commento su “La poesia, “nuovo tempio” di Epidauro /7 … di Domenico Pisana”

  1. Tullio Sammito

    Un articolo bellissimo. Critica vera,concetti semplici ma non scontati,anzi profondi. Una breve,lucida indagine da esperto colto,da profondo conoscitore della poesia, da studioso sensibile e abituato a scandagliare le profondità.

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