La guerra unisce l’Europa …di Domenico Pisana

L’OSSERVAZIONE DAL BASSO
Tempo di lettura: 2 minuti

Ricordo, quando frequentavo la scuola media Giovanni XXIII di Modica, che ogni anno, credo in primavera, il docente di lettere ci faceva partecipare ad un concorso sul tema dell’ “Europa unita”. Se non sbaglio, si trattava di partecipare al concorso con un tema di italiano, una poesia, un disegno, ispirati all’Europa unita. Io mi cimentavo a volte in una poesia, altre volte in un acquerello che realizzavo nell’ora di disegno ed educazione tecnica.
Oggi ho 64 anni, e finalmente si realizza il sogno dell’Europa unita. L’Europa ha trovato con decisione, come non mai, l’oggetto dell’ “unità”: la guerra, la corsa agli armamenti per difendersi dal nemico attuale e di altri che potrebbero profilarsi in futuro.
L’Europa si è meravigliosamente trovata unita nella proposta di racimolare per investimenti militari di difesa 500 miliardi di euro. Perfino la Svezia, che non ha fornito armi a nessuno dal lontano 1939, recentemente ha abbandonato la sua politica di neutralità, tant’è che ha inviato 5mila missili anti carrarmato in Ucraina.
La tragica conclusione sembra dirci che non esistono altre vie, per la politica mondiale, idonee a trovare accordi di pace: l’unica strada per fermare la violenza, come in questo caso di conflitto, sono le armi, e chi ne possiede di più ha la vittoria in tasca.
Rispetto chi la pensa così, ma io mi vergogno, perché credo nel dialogo, nella ragione, nel sano compromesso, e da laico cattolico credente condivido l’appello di Papa Francesco, purtroppo inascoltato dalla politica e dall’informazione nazionale, che elogia il Papa, come fosse il capo di un partito politico, se gli argomenti sono graditi, li minimizza quando non lo sono, come nel caso della dichiarazione dei giorni scorsi:

“L’aumento della spesa per le armi è pazzia, mi sono vergognato.
Si spende nelle armi per fare le guerre, non solo questa, che è gravissima, che stiamo vivendo adesso, e noi la sentiamo di più perché è più vicina, ma in Africa, in Medio Oriente, in Asia, le guerre, continue”. Invece “bisogna creare la coscienza che continuare a spendere in armi sporca l’anima, sporca il cuore, sporca l’umanità. A che serve impegnarci tutti insieme, solennemente, a livello internazionale, nelle campagne contro la povertà, contro la fame, contro il degrado del pianeta, se poi ricadiamo nel vecchio vizio della guerra, nella vecchia strategia della potenza degli armamenti, che riporta tutto e tutti all’indietro? Sempre una guerra ti riporta all’indietro, sempre”.

Che un paese debba avere un budget finanziario per spese militari che servono a mantenere l’esercito, le forze di polizia e strutture di difesa che spesso intervengono in operazioni umanitarie in caso di terremoti, eventi calamitosi e disastri ambientali, ci vuole pure, ma investire nella fabbricazione di armi è una follia, specie se pensiamo:
– che un carro armato costa come 4000 tonnellate di riso, una quantità di cibo che nel Terzo Mondo permetterebbe la sopravvivenza di 24.000 persone per un anno;
– che con il prezzo di un caccia a reazione si potrebbero aprire 40.000 farmacie di villaggio; che una delle bombe di media potenza(un megatone) è 80 volte più potente della bomba di Hiroshima e che equivale alla potenza di un milione di tonnellate di tritolo;
– che gli esperimenti nucleari sono stati dal 1945 al 1983 in totale 1426, condotti rispettivamente da Stati Uniti(715) Urss(527), Inghilterra (36), Francia (120), Cina (27) e India (1); che 15 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono ogni anno nei paesi del Terzo Mondo.(1) Da cittadino italiano mi vergogno, e mi fa star male una scelta del genere.
Dunque l’Europa è unita (?!). Rimango perplesso e disorientato! L’Europa si unisce per dichiarare guerra, per conflitti armati, per inviare armi non sapendo fare altro per aiutare l’Ucraina aggredita. L’Europa interviene per tutelare interessi economici e salvare banche, e poi dimentica, scandalosamente, che di fronte al dramma dell’immigrazione, dei cinquemila migranti che giacciono nei fondali del Mediterraneo non riesce a trovare l’unità e dice all’Italia: pensaci tu, mia cara! Mi vergogno, al pensare che l’Europa è disunita sulla politica dell’accoglienza e dell’immigrazione mentre riesce ad essere unita nel trovare 500 miliardi da investire in armamenti. E la solidarietà? Utopia degli idealisti, dei pacifisti!
Si rimane sconcertati di fronte ad una politica europea disunita per l’accoglienza, (a parole certo è tutto è perfetto, la solidarietà è assicurata su base volontaria, salvo nei fatti, poi, ogni stato membro a pensar per sé) e unita negli investimenti militari per operazioni di guerra.
Mentre scrivo mi risuonano nella mente tutte le parole ipocrite e strumentali di politici e uomini delle istituzioni italiane ed europee che usano spesso l’Europa come modello cui l’Italia deve guardare perché la nazione è sempre ritenuta più indietro rispetto agli altri paesi. Sì, cari lettori, sono proprio situazioni come la guerra in corso a farci comprendere che esiste un modello di Europa che ci porta indietro, perché armarsi – dice bene Papa Francesco- “ci fa tornare indietro”.
E se torniamo indietro la storia ci dice che nella prima guerra mondiale i morti furono 5% civili e 95% militari; nella seconda guerra mondiale morirono civili per il 48% e militari per il 52%; nella guerra in Corea 84% civili e 16% militari, etc…, etc…(2); quelli di questi giorni si stanno contando, e a tempo debito li conosceremo.
Come può dirsi l’Italia un paese pacifista, se poi cade in contraddizione con se stessa, tradendo l’art.11 della Costituzione italiana, che recita:

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa della libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Come può dirsi l’Italia un paese pacifista se il Governo di un Draghi interventista ha aumentato la spesa militare da 26 a 38 miliardi l’anno! Per favore, Europa unita, risparmiaci questa ipocrisia mondiale; dicci che la guerra delle armi è, come il covid, un altro virus con cui dobbiamo convivere fin quando saremo sulla faccia della terra e che la pace è ciò che tutti vorremmo, ma non è realizzabile, è fantasia.
Se questa è l’Europa, non sono europeista. Io credo in un’altra Europa.
Io credo nellEuropa politica, sociale e dei popoli, nell’Europa dei valori, dei diritti, della sussidiarietà e della solidarietà sociale, dotata di un progetto valoriale, culturale e di accoglienza reciproca che per essere realizzato non necessita di armi; l’aver costruito solo l’Europa dell’Euro, delle banche, dei mercati e delle grandi lobby economiche è il risultato delle scelte guerrafondaie del momento, che potrebbero generare, non me lo auguro, una terza guerra mondiale.
Credo in una civiltà europea in cui possa affermarsi il rispetto della diversità e in cui venga salvaguardato il diritto alla vita e siano tutelati i valori della libertà e della democrazia, valori che non si può pensare di esportare con il ricorso alle armi, alla violenza e alla guerra, ma solo ed esclusivamente con la scelta del dialogo diplomatico.
Credo nell’Europa del lavoro e del federalismo, l’Europa dell’occupazione, capace di creare le condizioni di investimento nelle imprese, nella scuola, nella ricerca e nella formazione a partire dalle singole unità territoriali in una prospettiva di federalismo solidale. La politica europea dovrebbe dare la speranza che un’Europa sociale e dei popoli è una meta possibile, e invece investe in armi, materiale bellico, strumenti militari per produrre morti e distruzione. Sì, proprio perché, come diceva Mao Tse-tung “La politica è guerra senza spargimento di sangue, mentre la guerra è politica con spargimento di sangue”. Le armi sono indispensabili. E diceva bene anche Bertolt Brecht allorché scriveva che “ Quando chi sta in alto parla di pace, la gente comune sa che ci sarà la guerra”, come pure diceva bene il cancelliere della Prussia Bismarck quando usava queste parole:  “Non si dicono mai tante bugie quante se ne dicono prima delle elezioni, durante una guerra e dopo la caccia”. Parole in questo momento di grande attualità.
L’Europa unita in cui credo è quella dove ogni territorio abbia riconosciuto il proprio spazio per crescere e dove si determinino le condizioni per non essere oggetto di assistenza ma protagonisti; non serve la politica assistenziale, occorre invertire la tendenza con la politica dei progetti (quelli derivanti dal Piano pandemico daranno frutti?) che diventano investimenti. Se penso, ad esempio, ai beni culturali europei, l’80% si trova in Italia, e di questo 80% molta parte in Sicilia, alla quale, però, l’Europa dà solo le briciole.
Credo nell’ Europa unita che rispetta le vocazioni e le identità dei singoli stati, e con una visione federale che non significa rottura di una unità e chiusura in un gretto nazionalismo, ma capacità di allargamento dei poteri in vista di un maggiore snellimento del percorso politico degli stati membri.
Perché l’Europa sia davvero una casa comune è necessario un forte mutamento di coscienza che riscopra le ragioni vere dell’Europeismo, ragioni che necessitano di statisti, di uomini capaci di favorire un processo reale di sviluppo economico, sociale, culturale, ambientale di ogni paese membro, e con organismi di protezione e difesa dei cittadini.
Se pensiamo che il Parlamento Europeo ha assunto, con il trattato di Amsterdam, maggiori poteri e che, quindi, è divenuto un vero “soggetto legislatore” in tutti i campi: dall’agricoltura alla formazione, dai beni culturali all’importazione, è su questi temi che bisogna trovare l’unità, non sulla guerra. E’ questa l’Europa che deve “andare avanti” e crescere unita: di guerra si può solo morire e ritornare indietro!
La pace non si fa come la guerra. Per fare la guerra, occorrono lunghi preparativi: formare grossi eserciti, predisporre strategie, sancire alleanze e poi muovere compatti all’attacco. Guai a chi volesse cominciare per primo, da solo e alla spicciolata: sarebbe votato a sicura disfatta. La pace si fa esattamente al contrario: cominciando subito, per primi, anche uno solo, anche con una semplice stretta di mano. La pace si fa, diceva papa Francesco in una circostanza recente, ‘artigianalmente’”.
La pace, per me cattolico, è un “dono di Dio” ma anche un “compito” concreto e un impegno tipicamente cristiano, che Gesù affida ai discepoli, un compito che lo induce a definire gli operatori di pace “figli di Dio”. Negli stessi anni in cui l’imperatore Augusto celebra la sua “pax romana” frutto di vittorie delle sue legioni, Gesù “rivela che esiste un altro modo di operare per la pace”.
Anche quella di Gesù è una ‘pace frutto di vittorie’, ma vittorie su se stessi, non sugli altri, vittorie spirituali, non militari. Sulla croce, scrive san Paolo, Gesù ‘ha distrutto in se stesso l’inimicizia’: ha distrutto l’inimicizia, non il nemico, l’ha distrutta in se stesso, non negli altri. La via alla pace proposta dal Vangelo non ha senso solo nell’ambito della fede; vale anche nell’ambito politico. Oggi vediamo chiaramente che l’unica via alla pace è di distruggere l’inimicizia, non il nemico. I nemici si distruggono con le armi, l’inimicizia con il dialogo”. (3)

_____________________

(1) Cfr. M.Papalia – M.Guarnieri, L’albero di Zaccheo, Edizioni GDG, p.109
(2) Cfr. Ibid.
(3) Cfr.R. Cantalamessa: la pace nella Chiesa è fraternità https://comshalom.org/it/predica-davvento-cantalamessa-la-pace-nella-chiesa-e-fraternita/.

© Riproduzione riservata
guest

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

5 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
Condividi su email

Articoli correlati

RTM per il cittadino

Hai qualcosa da segnalare? Invia una segnalazione in maniera completamente anonima alla redazione di RTM

SEGUICI
IL METEO
UTENTI IN LINEA
Torna su
RTM INFORMA - LE REGOLE PER LA PREVENZIONE
RISPOSTE ALLE DOMANDE COMUNI