Green deal: percorso a ostacoli…l’opinione di Rita Faletti

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Il G20 sul Clima che si è svolto a Roma lo scorso weekend è stato più che altro un semplice incontro tra i big della Terra, quelli presenti. Mancavano Xi Jinping, resosi invisibile dall’inizio della pandemia, e Putin, entrambi collegati in video. Non c’era il presidente del Sud Africa, Ramaphosa, e neanche quello del Messico, Obrador. Assente giustificato il primo ministro giapponese Kishida, a causa delle elezioni parlamentari che si sono tenute il 31 di ottobre. Leader del summit Mario Draghi, elogiato da Biden per il grande impegno profuso. Deluse le aspettative: nessun accordo è stato raggiunto e la svolta sul multilateralismo è stata appena evocata. Ciò nonostante, Draghi si è detto ottimista, “a condizione, ha sottolineato, che si abbia la capacità di lavorare insieme e collaborare”. Quindi, no a discussioni e attriti, ma fermezza nel portare a compimento un progetto facile da proporre ma difficile da realizzare. Da persona pragmatica, il premier era consapevole che sarebbe stato impensabile mettere d’accordo Paesi con economie diverse sugli stessi obiettivi: arrivare al 2050 con zero emissioni di CO2 e contenimento delle temperature medie globali entro il tetto di 1,5 gradi Celsius. Cina, Russia, India e Arabia Saudita, quattro dei primi otto Paesi emettitori, reputano la data del 2050 non conciliabile con le esigenze di sviluppo delle proprie economie. Putin, favorevole alla rivoluzione verde più per motivi di consenso in patria che per convinzione – vuole attrarre i giovani che in Russia sostengono le ragioni della transizione e sono ostili alle sue politiche illiberali –  ha spostato la deadline al 2060. Data  condivisa da Xi Jinping che ha evitato di partecipare di persona al summit non a causa del Covid, ma per non incontrare direttamente i suoi omologhi occidentali, che accusa di essere stati i principali inquinatori. Il premier indiano Narendra Modi ha posticipato di ulteriori dieci anni, al 2070,  il target per le “net zero emissions”. Ognuno persegue gli interessi del proprio paese: la Cina intende raggiungere i livelli dell’economia del rivale americano e per questo si prevede che nel 2030 il consumo di combustibile fossile da parte del gigante asiatico toccherà il picco; l’India, impegnata a far uscire dalla povertà un terzo della sua popolazione, considera per ora un miraggio il passaggio alle energie alternative. E’ vero che i paesi ricchi hanno promesso 100 miliardi per aiutare quelli poveri a sostenere la transizione energetica, ma la cifra è molto al di sotto di quello che in realtà servirebbe. La strada è tutta in salita ma gli ecologisti sembrano non rendersene conto. A tutt’oggi, poiché i combustibili fossili costituiscono la fonte principale dell’energia utilizzata a livello globale, fissare aprioristicamente delle date non ha senso. Con i proclami non si riducono le emissioni, serve concretezza, cioè investimenti massicci nella scienza e nelle tecnologie. Eolico e solare non sono sufficienti e sistemi di accumulo, di cui parlano gli ambientalisti, ancora non esistono. Così, prospettano il ricorso all’energia di transizione ( gas naturale e metano). E per stare ai tempi, la lista si allungherebbe: idrogeno per la decarbonizzazione dei settori che producono acciaio, carta e cemento; sistemi di cattura, stoccaggio e riuso di CO2; ingresso di dimostratori della fusione nucleare. La rivoluzione verde ha dei tempi e un prezzo, e l’inflazione, che negli Stati Uniti ha superato il 4 per cento, crea preoccupazione tra coloro che ci vedono un collegamento con gli impegni presi sul clima più che sulle misure sanitarie e economiche conseguenti alla crisi del Covid-19.  A Berlino, il pacchetto “Fit for 55” volto al taglio delle emissioni del 55% entro il 2030, potrebbe richiedere un programma di indebitamento simile al Recovery fund. Intanto si attendono gli esiti della Cop26 di Glasgow. Vale comunque sempre l’invito a liberarsi della retorica apocalittica di chi prospetta scenari futuri da incubo.

 

 

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