Personaggi degli Iblei di ieri… di Domenico Pisana

Saverio Terranova, il politico, il filosofo, lo storico, lo scrittore
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Nella prima decade di luglio di 5 anni fa (era il 2 luglio 2016,) Modica perdeva, all’età di 85 anni, un personaggio che ha segnato molto la storia politica e culturale della città e degli Iblei. Si tratta di Saverio Terranova, un personaggio, in vita, con tanti amici, molti avversari, ma anche parecchi nemici, rimasto sulla scena oltre che politica, anche culturale, e per lungo tempo.
Ricomprendo per la CNA, dal 2005 al 2013, l’incarico di presidente del Centro studi per l´artigianato e la piccola e media impresa, fece infatti molto ricerche e pubblicazioni: i volumi “Il costo del denaro” pubblicato nel gennaio 2007; Contributo alla storia di Modica. Dal 1945 al 2006, EdiArgo, 2008, “Le Pmi (Piccole e medie imprese) nell´area di libero scambio”, curato insieme a Giuseppe Barone, nel 2009, e infine “Una provincia in Sicilia” nel 2013. Fu autore anche di un romanzo: “Una formica nera in una notte nera”(2013).
Insomma, un politico e intellettuale di razza, un esponente di primo piano della DC, la vecchia “ balena bianca”, tanto da essere eletto sindaco di Modica negli anni ‘70 e ‘80, fino al 1990, con un’ultima sindacatura. Fu più volte candidato, con esito infelice, al Parlamento nazionale, ma rimase stritolato nel gioco perverso delle correnti, che dividevano la DC a livello locale e a livello nazionale. Ebbe qualche incarico di sottogoverno, come la presidenza dell’Azasi a Modica, ma rimase fondamentalmente un uomo di studio, uno storico, un filosofo attento alle trasformazioni economiche e sociali della nostra realtà.
Non è possibile in questa sede ricordare integralmente la poliedrica figura di Saverio Terranova nelle sue luci ma anche nelle ombre, per cui rimando al mio libro “Modica in un trentennio: Percorsi di storia di una città in cammino” 1980-2010, ove è possibile cogliere, almeno dalla mia prospettiva storico-culturale, la sua azione politica, culturale, amministrativa, sia quella oggetto di critiche, polemiche, discussioni, accuse, denunce e altro, sia quella positiva con attenzione ad alcuni elementi di sviluppo della città. In questa sede, preferisco tracciare solo il ricordo di alcune sue intuizioni sul modello di città in cui credeva, nonché sulla sua attività di scrittore.
Certo è che la figura di questo personaggio si amplifica molto entro lo scenario politico- amministrativo degli inizi degli anni ‘80, dominato dalla Democrazia cristiana (Dc), la quale, nelle elezioni del 1980, aveva raccolto 15.869 voti portando in consiglio comunale ben 24 consiglieri; successivamente, a seguito dell’apertura al Partito Socialista Italiano, Modica vide al governo i partiti del cosiddetto “Pentapartito”, ossia la coalizione composta dalla Dc, dal Psi (Partito socialista italiano), dal Psdi (Partito socialdemocratico italiano), dal Pri(Partito repubblicano italiano) e , successivamente, anche dal Pli( Partito liberale Italiano).

1. Il monocolore democristiano a guida Saverio Terranova

I primi anni ‘80 furono segnati, sul piano politico, dalla sindacatura di Saverio Terranova, figura di spicco, come già detto, della Dc non solo a Modica, ma anche sul piano provinciale. Terranova, persona con chiare capacità oratorie e uomo anche proiettato verso orizzonti di successo politico, aveva dato vita, in seno al suo partito, ad una forte corrente che vedeva, al proprio interno, professionisti, ingegneri, medici, avvocati, impiegati, e che si contrapponeva a quella del deputato regionale on. Nino Avola.
Il sindaco Terranova, che alle elezioni del 1980 era stato il più votato riportando 2044 preferenze, seppe intercettare questo mutamento della città sul piano del suo sviluppo economico, avvertì che Modica non era più quella dei braccianti e dei manovali, e, quindi, indirizzò il suo piano programmatico verso quei “settori non previsti, commercio e artigianato, oltre, ovviamente, nel campo impiegatizio e delle libere professioni”.

2. Dal modello politico di “città industriale” al modello di “città commerciale”

In effetti, Terranova, che aveva creduto, da sempre, nel modello di una Modica proiettata verso orizzonti di sviluppo industriale, prendeva atto che l’identità della città, sul piano della crescita economica, si andava orientando verso quei settori come commercio ed artigianato, che, nella sua azione politica, egli considerava “non previsti”.
Dal 1981 al 1984 Modica vive sotto il governo di Saverio Terranova, il quale lancia le sue linee di indirizzo con una chiara filosofia di fondo circa il modo di concepire l’ente comunale.
L’esponente democristiano, in pratica, aveva ben compreso la natura del Comune nel quadro della Costituzione repubblicana, è cioè di un ente che si concepisce come “autogestione degli interessi di cittadini che insieme vivono e insieme devono risolvere i loro problemi.”
La visione di Terranova, in fondo, era portatrice di dettami democratici; egli, almeno sul piano teorico, rifiutava la concezione del Comune “ridotto dallo Stato risorgimentale a una diramazione periferica del potere democratico dello Stato esercitato direttamente dai prefetti (…), o ad un potere gestito da un elite, da un gruppo, da una classe”.
L’amministrazione Terranova, che aveva, fra gli altri, nella Giunta comunale gli assessori Enzo Cavallo con delega all’agricoltura, Carmelo Carpentieri con delega ai lavori pubblici, Giuseppe Iacono con delega all’urbanistica e Vincenzo Poidomani con delega allo sport, avviò un percorso politico-amministrativo che, sostanzialmente, portò, sotto la sua quinta e sesta sindacatura , alla realizzazione di servizi e infrastrutture soprattutto nel settore scolastico, in quello sportivo, nel settore della assistenza agli anziani.
Modica visse, in questi anni, grazie ad una maggioranza solida, una certa effervescenza e riuscì a raggiungere buoni livelli sul piano della gestione ordinaria della vita amministrativa. La presenza a Palermo dell’on Nino Avola, del resto, costituiva un riferimento per il raggiungimento di obiettivi di finanziamento; il suo impegno parlamentare fu decisivo, ad esempio, per il finanziamento del 2° lotto del Liceo Scientifico e per il finanziamento delle Scuole Medie De Amicis, Cannizzara e Frigintini.
Saverio Terranova intervenne anche sul grave problema dell’abusivismo edilizio, avviò le basi per la redazione di un Piano regolatore Generale, si adoperò per l’attuazione del Piano degli insediamenti produttivi(la cosiddetta zona D2,), per il completamento dell’elettrificazione rurale, per l’illuminazione caratteristica di alcune vie della città, per il servizio di medicina scolastica, per la costruzione della rete fognante e la pavimentazione di tutte le strade della città, per la predisposizione di un progetto che collegasse, mediante un viadotto, il quartiere Sorda con Modica Alta.

3. Il fermento culturale a Modica sotto la guida Terranova

Sul piano culturale l’amministrazione di Saverio Terranova diede un impulso alla vita della città, con iniziative di largo respiro. Fra le tante, merita di essere ricordato il Convegno Internazionale di studi giuridici, IV sessione di studi dell’Unesco sul tema: “I diritti dell’uomo nella Giurisprudenza dei Paesi a diritto consuetudinario , Common Law e diritto codificato”, che si svolse a Modica dal 9 all’11 aprile 1984 presso l’aula consiliare del Comune. Il convegno, patrocinato dall’UNESCO e organizzato dal centro internazionale di ricerche e studi sociologici, penali e penitenziari di Messina, in collaborazione con l’amministrazione comunale, il Lions club e il sindacato forense di Modica con in testa l’avvocato Beniamino Scucces, si avvalse della presenza di eminenti giuristi e docenti di diritto provenienti da 18 nazioni e da diverse Università del mondo, fra cui Bruxelles, Oslo, Roma, Boston, Londra, Bonn ecc.
Dopo la cerimonia inaugurale, tenutasi al Cine-teatro Pluchino, i lavori, consistenti in relazioni, dibattiti, proiezione di qualche filmato, si svolsero nell’aula consiliare di Palazzo di città. Tra i relatori il prof. K.J. Partsch dell’Università di Bonn, il prof. Winston Tubmafl (Liberia), il prof. Claudio Zanghi, ordinario alla scuola della pubblica amministrazione di Roma, il prof. Riccardo Monaco, Preside della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Roma, il prof. Michael Lever di Boston, il prof. Walter Van Der Meersh, procuratore generale della corte di cassazione di Bruxelles, il prof. Edourd Jaussens, segretaraio generale della direzione della legislazione e delle istituzioni del Belgio, il dott. Asbjorn Elde. L’evento ebbe grande risonanza non solo a Modica ma in tutta la Sicilia.
Anche nel campo delle attività teatrali, durante la sindacatura di Terranova la città conobbe parecchie stagioni, che si realizzarono in collaborazione con il Gruppo teatro Emmeuno.
In quattro stagioni su palcoscenico del Cine-Teatro Pluchino passò il meglio del teatro italiano: Turi Ferro, i fratelli Giuffrè, Arnoldo Foà, Stefano Satta Flores, Gino Bramieri e una serata memorabile fu quella con Salvo Randone che recitò in Pane altrui di Ivan Turgheniev. Purtroppo già i primi anni 80 cominciavano a far registrare anche il declino delle strutture pubbliche a Modica : il Moderno era già chiuso in attesa di ristrutturazione e il Garibaldi si accingeva a chiedere; uguale la sorte del Cine-Teatro Pluchino, ove il 30 ottobre 1984 la compagnia dell’Orso, con Tragico controvoglia e L’anniversario di Cechov, e il Gruppo Teatro Emmeuno, il 2 novembre 1984 con Liolà di Pirandello, proponevano gli spettacoli di chiusura.
Iniziava così, con la crisi delle strutture, la parabola discendente del Teatro a Modica, di cui a risentirne il colpo erano soprattutto le compagnie locali. La compagnia dell’Orso, infatti, non riuscirà a continuare anche se la sua presenza si avvertirà con le stagioni cinematografiche curate da Enzo Rizza e con un pregevole convegno su Raffaele Poidomani. Il Gruppo Teatro Emmeuno riuscirà a sopravvivere grazie ad una fortunata commedia “Il Paraninfo” di Capuana, che ebbe oltre 140 repliche e sempre con crescente successo e, addirittura, in una rassegna ad Alcamo vinse quasi tutti i premi in palio.

4. Il romanzo autobiografico di Saverio Terranova: “Una formica nera in una notte nera”

Dopo il suo contributo alla storia di Modica con i due suoi volumi pubblicati nel 2008, e dopo i suoi saggi di carattere economico, Terranova si cimentò anche nel genere letterario con il volume “Una formica nera in una notte nera”, un romanzo con cui egli dava di se stesso un’altra angolazione: quella del narratore che si volge verso il documento, divenendo scrittore di cose attraverso il ricorso al racconto letterario. Il volume di Terranova si muove infatti tra storia e letteratura, ma l’intento dell’autore , a mio avviso, fu più storico che letterario.
Certo è, in ogni caso, che non esiste testo (quindi non esiste fonte) che non sia un composto di almeno tre elementi essenziali in sinergia tra loro: l’osservazione documentaria, l’invenzione narrativa, e le tecniche della narrazione o della esposizione retorica. Tutti e tre questi elementi sono certamente presenti in questo romanzo.
Quella che Terranova ci offre è, direi, una storia nella storia; una storia d’amore inquadrata nel contesto di una violenta contesa politica in una città di provincia. Questa contesa politica, che riflette palesemente esperienze autobiografiche in un dato contesto storico, e tutti sappiamo quanto la storia sia scienza del contesto, prevale sulla trama centrale del romanzo, che a tratti assume il valore di una testimonianza di un vissuto personale e diventa il tentativo letterario dell’autore di rappresentare ciò che in altri modi sarebbe irrappresentabile: lotte tra ricchi e poveri, tra classi sociali, tra aristocrazia borghese e classe popolare, tra lavoratori e proprietari, conservazione del potere e consumazione di ingiustizie, tragici episodi di morte che si susseguono in maniera sconvolgente con una coincidenza raccapricciante: “ad ogni successo della classe popolare una sventura si abbatte sulla classe aristocratica”.
Che ci sia in questo libro una oscillazione tra storia e invenzione letteraria è confermato dallo stesso Terranova, che nella sua premessa mette le mani avanti: “Se qualcuno si dovesse riconoscere in personaggi di questa storia, gliene chiediamo scusa, e assicuriamo che eventuali rassomiglianze sono assolutamente fortuite. Chiediamo scusa soprattutto a coloro che, per aver ricoperto cariche pubbliche o portato un nome illustre….possono essere identificati in personaggi di questa storia. Le cariche sono reali: i personaggi inventati..”
In effetti, chi ha letto il romanzo alcune identificazioni le ha fatte, le ha criticate ma non digerite.
Il rapporto fra storia e invenzione letteraria è dunque un motivo centrale di questo libro. Se il Terranova storico e uomo politico di questa città ricostruisce i fatti storici “dall’esterno” basandosi sulle sue informazioni documentarie e sui filmati della sua memoria, il Terranova romanziere li ricostruisce “dall’interno”, ricreando, con i mezzi dell’arte, i sentimenti, i conflitti interiori, le volontà, i pensieri, i discorsi dei protagonisti degli stessi fatti; il ricorso all’invenzione letteraria risulta pertanto molto verosimile, rispettando, tuttavia, i dati storici ed evitando qualunque falsificazione “romanzesca” dei caratteri dei personaggi.
La storia di Franco, Marco, Milena, contenuta in questo libro, rivela anche un qualche intento polemico: quello di ridare vita a tutti quegli elementi del passato che spesso la storia ufficiale non ammette e che pure della storia hanno fatto parte.
Terranova “racconta e si racconta” tra verità e finzione, tra la verità degli eventi storici e la finzione della scrittura narrativa, che è propria, ma non solo, della letteratura.
Non c’è dubbio infatti che la storia si compone della stessa materia della letteratura: essa è fatta di parole, è propriamente un discorso, una narrazione in prosa. Nel momento in cui lo storico interpreta e rielabora i risultati delle sue ricerche in funzione di un’esposizione che sia utile alla conoscenza per altri, la storia si presenta, in questo caso, come un racconto. Quando gli storici raccontano avvenimenti veri che hanno gli uomini per attori, la storia diventa un romanzo vero.
Potremmo dire che la letteratura sta alla storia come la matematica sta alle scienze esatte, ovvero la letteratura costituisce il discorso teorico dei processi storici; la letteratura tende a esprimere l’universale, la storia il particolare.
E l’universale che, in questo libro di Terranova, si intravede elevabile a letteratura è il mistero della sofferenza che si abbatte irragionevolmente sull’esistenza umana, atteso che nella tragedia dei protagonisti, Marco e Milena, “non c’è rivolta, né violazione di legge, né delitto palese o oscuro”. “Milena è solo una ragazza ricca e fortunata che ama riamata”.
L’universale elevabile a letteratura è anche il tema del rapporto tra la realtà di un Dio sommo bene e provvidenza, quale il cristianesimo ce lo ha sempre presentato, e il problema del male nel mondo; il tema dell’uso del potere da parte della classe politica, il tema della gelosia, delle congiure, dei tradimenti, dell’invidia, dell’ambizione, che, da sempre, sin dall’antichità classica, sono stati al centro della riflessione letteraria delle tragedie greche; temi che attraversano in lungo e in largo la narrazione storica di Saverio Terranova, temi che ancor più prepotentemente, costituiscono “il tragico nella società di oggi”.
Tutto questo trova la sua espressione nella seconda parte del titolo del libro, dove Terranova usa la metafora della notte nera. Il grande dramma di oggi è il fatto che la politica è entrata in una notte oscura, nel senso che è divenuta fonte di tragedia, anzi essa stessa è una tragedia ove non c’è la grandezza né dei sentimenti né delle azioni che attraversava invece quella degli antichi e della modernità.
E’ un libro, questo di Terranova, in cui il politico e lo scrittore si incontrano e si scontrano, si intrecciano e si distanziano, si attraversano e si condizionano.
La domanda che viene spontanea è la seguente: perché Saverio Terranova lo ha scritto? E’ una domanda semplice, la stessa che, ad esempio, si poneva Primo Levi quando si chiedeva “Perché si scrive?” A quest’ ultima domanda non è facile rispondere, perché – come sostiene sempre Primo Levi – non sempre uno scrittore è consapevole dei motivi che lo inducono a scrivere, non sempre è spinto da un motivo solo, non sempre gli stessi motivi stanno dietro all’inizio ed alla fine della stessa opera. Probabilmente le motivazioni di Terranova affondano le radici nel suo bisogno di stigmatizzare un particolare quinquennio storico caratterizzato da vaste zone d’ombra sul piano politico, dove solo con il ricorso alla letteratura, al genere del romanzo, lui è stato in grado di penetrare. Mi piace chiudere queste riflessioni con una citazione di Oscar Wilde, il quale, nel 1889, nel suo scritto “Il critico come artista”, diceva: “Il nostro unico dovere nei confronti della storia è di riscriverla”.
Saverio Terranova, da uomo politico ed ex amministratore, una storia di Modica l’ha lasciata anche per iscritto, con questo libro ha cercato di riscriverla. Non importa se l’abbia riscritta più o meno bene, ciò che più conta è che lui lo abbia fatto facendosi – come dice Orwell – ancora una volta ascoltare e dando qualcosa della sua intelligenza, della sua anima, dei suoi sentimenti e della sua personalità.

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