A Roma non vincerà il migliore…l’opinione di Rita Faletti

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Renzi non ha dubbi: “Se fossi romano voterei per Calenda”. Zingaretti sottoscriverebbe pensando all’alternativa Raggi. “Sarebbe una catastrofe per Roma”, disse da segretario nonostante l’asse Pd-M5S fosse sul punto di nascere. E Conte gli assicurò che avrebbe convinto la sindaca a ritirare la propria candidatura. Altri tempi, altro governo, altra maggioranza.  Ma Virginia è una costante e non ci pensa nemmeno a ritirarsi. Più convinta che mai a ricandidarsi  e “concentrata su Roma” ora che dice di essere in possesso dell’esperienza e della competenza necessarie a completare nei prossimi anni il lavoro iniziato. Quale, di grazia? Inconcludente e incapace come in generale si sono dimostrati i grillini, con essi ha in comune la stessa abitudine di sottacere i fallimenti o attribuirne le responsabilità a chi c’era prima. Un’autodifesa che non regge dopo cinque anni di amministrazione sciagurata durante i quali si è spesa in promesse di progetti surreali, al posto di fare quello che logica e buonsenso avrebbero suggerito. Tappare le buche delle strade, tagliare alberi, pulire tombini – giorni fa Roma è finita sott’acqua come ai tempi di Ignazio Marino contro il quale il Movimento si scatenò con furia giacobina – rinnovare un parco autobus obsoleto e risolvere il problema rifiuti, magari costruendo un termovalorizzatore di ultima generazione come quello nel cuore di Copenhagen.  Già, ma là ci sono i danesi a decidere mica i grillini, che confondono un inceneritore con un termovalorizzatore e con la scusa di un ambientalismo casereccio, ultima bandiera da difendere assieme alla riforma Bonafede, preferiscono esportare ovunque tonnellate di rifiuti a qualsiasi prezzo. Alla capitale non serviva una laurea presa a Harvard, ma un amministratore capace. Oggi la Raggi crede di essere uscita dalla dimensione dell’uno vale uno ed essere entrata nel paradiso degli amministratori esperti perché sta facendo asfaltare qualche strada,  chiudere qualche buca e riparare qualche cordolo. Ci vuole altro oltre ai rattoppi per convincere gli elettori delusi. Virgy può comunque contare sugli smemorati, che in Italia sono una categoria nutrita. Per lei voteranno i soliti visionari che vedono complotti ovunque e ad essi attribuiscono i flop dell’amministrazione targata Raggi e gli opportunisti che hanno sostenuto la sindaca e continuano a farlo per ragioni di interesse personale. Naturalmente tra i sostenitori ci sarà anche il Movimento. Su Gualtieri punta invece il Partito democratico,  sicuro che l’ex ministro dell’Economia si aggiudicherà la vittoria alle primarie.  E la poltrona di sindaco? Come potrebbe finire la sfida Raggi-Gualtieri al secondo turno, ammesso che arrivassero entrambi all’appuntamento?  La sfilza di insuccessi di Virginia- segnaliamo anche il dilettantismo per il doppio errore sulla targa a Ciampi o sorvoliamo?- sarebbe un motivo più che sufficiente per fare gli scongiuri contro la sua rielezione. Dovesse avere la meglio, per il Pd sarebbe una bruciante sconfitta perché è innegabile che il consenso a livello nazionale non potrà non passare per Roma.  Che Letta ci abbia tenuto a sottolineare che pur sempre di amministrative si tratta, è la spia di una preoccupazione. Ma la lotta per la conquista della capitale  non finisce qui. Il centro destra è finalmente giunto a un accordo e ha estratto dal cilindro due nomi: Enrico Michetti, fortemente voluto dalla Meloni, e Simonetta Matone sostenuta da Lega e Forza Italia. Chi sono? La Matone è un magistrato dal curriculum blasonato,  Michetti è avvocato e professore di Diritto degli enti locali all’università di Cassino,  noto ai romani per i suoi interventi radiofonici a Radio Radio. Personaggio politicamente indefinibile per le dichiarazioni ondeggianti da un estremo all’altro, dal comunismo al fascismo, comprensivo coi No-vax  e favorevole ai vaccini, il fantasmagorico prof ha le caratteristiche del qualunquista ma coltiva l’ambizione di riportare Roma al glorioso passato dei Cesari e dei grandi papi. “Con me Roma tornerà caput mundi”. Ma non ha un piano. Abituati a vederne di tutti i colori, i romani potrebbero preferire un affabulatore  a Carlo Calenda, unico candidato credibile e capace in questo campionario, in grado di curare i mali di una capitale che più malmessa non si può.

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