Su Israele 800 razzi in 24 ore…l’opinione di Rita Faletti

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Il conflitto israelo-palestinese non è una novità. È un dato di fatto con un preciso inizio nel tempo, 1948, fondazione dello Stato di Israele, il ritorno degli ebrei nella terra di Abramo. La gioia di tornare a casa e scoprire subito dopo di dover combattere contro la rabbia e l’odio di chi ha deciso di eliminarti. Rivalità tribali che il detestato “intruso” trasforma in alleanze. Da allora Israele non ha mai avuto pace. Non c’è al mondo un popolo che sia stato vilipeso perseguitato e combattuto con tanta ostinazione e violenza, eppure, la comprensione, la compassione e la solidarietà che si regalano con eccessiva generosità a coloro che da sempre sono identificati come le vittime innocenti in un incomprensibile scambio di ruoli, si rifiutano a chi ogni giorno che il sole sorge sa che potrebbe essere l’ultimo. La consapevolezza di avere pochi amici nel mondo e il senso di provvisorietà che ogni israeliano vive profondamente dentro di sé rafforzano l’amore per la vita e rinsaldano la coscienza della comune identità religiosa, il vero collante di quel popolo coraggioso e tenace. Dal divieto alla pace, all’autodifesa, alla solidarietà, alla giustizia, Israele ha tratto la determinazione a difendersi e rispondere con tempestività e durezza agli attacchi del terrorismo. L’antisemitismo sempre più diffuso in Europa, Germania e Francia principalmente, non ha a che fare solo con l’inarrestabile ascesa del fanatismo islamista, ma ben più vergognosamente trova sostenitori nelle fasce sociali medio-alte con simpatie sinistrorse, dove gli ammiccamenti al terrorismo palestinese da una parte e i legami con il potere costituito dall’altra sono rivelatori di un antico vincolo naturale. La difesa, a parole, dei deboli e dei poveri. Nei fatti l’ultima preoccupazione. Fatah e Hamas nella stessa giornata in cui Israele festeggia la sorprendente vittoria del 1967 contro le forze alleate di Egitto, Giordania e Siria, nella guerra del Kippur, commemorano il giorno della Nakba per i palestinesi, la catastrofe, un’occasione per fare discorsi minacciosi carichi di retorica perché la retorica premia più del pragmatismo in una campagna elettorale finalizzata al mantenimento del potere dove l’odio contro il nemico è l’ingrediente abituale. Nelle ultime 24 ore, sono piovuti da Gaza sul territorio israeliano 800 razzi, 7 su Gerusalemme, fermati dal sistema di difesa missilistico Iron Dome. Immediata la risposta israeliana: raid aerei bombardano un palazzo di 13 piani a Gaza, sede di Hamas, e dopo il successivo sciame un altro palazzo viene abbattuto. Ma Israele non infligge danni irreparabili alle fazioni armate, anzi, informa il nemico dell’attacco per consentire l’evacuazione. Un atto di moralità, ma perché farlo quando dall’altra parte a un neonato ancora in fasce viene inculcato l’odio verso Israele? L’attacco massiccio dei terroristi di Hamas e dei gruppi armati molto attivi nella Striscia è tutt’altro che improvvisato. Fa parte della cosiddetta “strategia della saturazione” preparata da tempo e finalizzata a testare le capacità di risposta del sistema antimissilistico israeliano a sciami enormi di razzi che puntano contemporaneamente su diversi obiettivi e rendono problematiche le azioni dei raid aerei. Sono prove dimostrative in attesa della prova generale. Una guerra che Hamas e Hezbollah intendono combattere, con l’appoggio dell’Iran che provvede a finanziarli e fornire armi. Tutto normale. Una sola eccezione: gli Emirati hanno twittato scandalizzati contro i razzi di Hamas. L’Europa è rimasta silente come al solito. Gli Stati Uniti di Biden hanno invitato a fermare le violenze. Ipocrita invito che si offre a interpretazioni ambigue, una peggiore dell’altra. L’occidente comincia a fare davvero schifo. Come si comporterà Israele se messo alle strette? Ci si avvia verso un altro 1967? Nel qual caso, l’auspicio è che lo stesso risultato di allora si ripeta.

Gerusalemme Est 26 dic. 2008 il giorno prima dell’inizio dell’operazione denominata “Piombo Fuso” di Giannino Ruzza

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