Draghi al governo…l’opinione di Rita Faletti

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Esce Giuseppe Conte, entra Mario Draghi. Il passaggio della campanella da un modesto curriculo non privo di incongruenze a uno interminabile di incarichi di rilievo nazionali e internazionali. Presidente della Bce, accademico, economista, esperto di finanza, governatore della Banca d’Italia, direttore generale del Tesoro, direttore esecutivo per l’Italia della Banca mondiale e nella Banca asiatica di sviluppo… Un avvicendamento alla guida del governo che da solo basterebbe per iniziare ad essere ottimisti e guardare finalmente oltre il muro di nebbia che stringe il Paese. Mario Draghi alla presidenza del Consiglio tranquillizza quella parte di Europa da sempre e ragionevolmente sospettosa dell’Italia, solleva lo spirito di Macron e Merkel stufi dei bonus di Conte e “ansiosi di lavorare” con chi costituisce una “risorsa preziosa per tutta l’Europa”. Congratulazioni anche da Boris Johnson. Il prestigio e la stima che circondano la figura di Draghi hanno contagiato tutti i partiti  compresi i meno riottosi del MoVimento di Grillo. Nell’ansia di partecipare ognuno ha voluto vedere nell’ex presidente dell’Eurotower quello che più gli piaceva. Cortesia  silenzio e qualche sorriso appena accennato hanno illuso le delegazioni dei partiti che colui che durante le consultazioni riempiva di appunti i fogli di un’agenda fosse consenziente. La cura dell’Italia dovrà invece passare attraverso la resa dei partiti che dovranno impegnarsi  non a trarre beneficio dal nuovo governo, ma a offrire risposte valide ai problemi del Paese. Ne saranno capaci?  Osservando la composizione del nuovo governo, emergono alcuni aspetti significativi: i ministri rispondono a una precisa scelta nel senso della moderazione, delle competenze nei settori chiave, dell’equilibrio nella rappresentanza delle diverse forze politiche, del bilanciamento tra presenze maschili e femminili in termini di peso dei dicasteri assegnati, di proporzione tra politici, 15, e tecnici, 8, in relazione al valore degli incarichi. Pochissimi i giovani, età media 54 anni. Un particolare che conta poco nel momento in cui i contenuti dei progetti e l’azione di governo saranno concentrati sulle nuove generazioni (Next Generation Eu). Rispetto alla moderazione, sono stati esclusi i meno moderati: a Salvini sono stati preferiti Erika Stefani (corrente Zaia), Massimo Garavaglia (ala giorgettiana) e Giancarlo Giorgetti. Nei dicasteri fondamentali troviamo Roberto Cingolani alla Transizione ecologica. Fisico di fama internazionale, quando rivestiva l’incarico di direttore scientifico di Leonardo fornì ai parlamentari di Italia viva gli spunti giusti per sostanziare la controproposta del Recovery plan nei capitoli dell’Innovazione. A guidare la Transizione digitale sarà Vittorio Colao, nominato da Conte a capo della task force e poi liquidato con sufficienza. Il causidico contro l’esperto. Al ministero dell’Economia, un altro tecnico, Daniele Franco, direttore generale della Banca d’Italia, quello che assieme a Roberto Garofoli, ora sottosegretario a Palazzo Chigi, era stato il bersaglio del brand Casalino: “Quei pezzi di m. del Mef” ai tempi in cui si annunciava la nascita della gaudente decrescita.  Al Mit Enrico Giovannini, altro tecnico che si occuperà di conversione all’ecologismo, sottinteso intelligente, “da non confondere con la difesa della foca monaca” come ha detto qualcuno. Renzi non è nel governo Draghi, solo Elena Binetti ne fa parte nella funzione di ministro delle Pari opportunità, ma è lo spirito renziano ad essere presente negli uomini che rappresentano la forza propulsiva indispensabile a rilanciare il Paese. Esclusi oltre ai meno “dotati” come Azzolina Bonafede e Catalfo, gli scudieri più fedeli a Conte, Gualtieri Fraccaro e Boccia e fuori anche De Micheli, Provenzano e Amendola. Una svolta sarà impressa alla comunicazione che sarà più sobria: “Si comunica quello che facciamo, non quello che vogliamo fare” ha detto il neo presidente al primo Consiglio dei ministri. Con Draghi, a decontizzazione avvenuta, diamo finalmente addio alla garrula fuffa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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