Credere nel nostro tempo/7… di Domenico Pisana

Rubrica di Teologia
Tempo di lettura: 2 minuti

Ci occupiamo in questa settima puntata della nostra rubrica di tre episodi narrati nella Bibbia e carichi di forti insegnamenti e di grande attualità.

1. La violenza fra Caino e Abele

Il racconto è contenuto nel capitolo 4° della Genesi.
Caino e Abele sono due fratelli che rappresentano l’umanità e quel che è accaduto a loro ha un valore emblematico, nel senso che ognuno di noi è Caino ed Abele, violento e vittima della violenza.
I due fratelli, rivali e nemici, sono molti diversi, hanno due modi di vivere differenti: ambedue fanno offerte a Dio; Abele offre i frutti del campo, Caino sacrifica i primogeniti(“Il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta”, Gn 4,4-5). A Caino Dio rivolge un avvertimento (“…il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dominalo, Gn 4,7), ma la sua parola non riceve alcuna risposta e Caino diventa un assassino: uccide suo fratello Abele. “Il sangue di Abele grida…”, cioè invoca l’intervento di Dio, padrone della vita; Caino viene maledetto ed espulso dalla terra coltivata che egli aveva macchiato con il sangue del proprio fratello.
In termini essenziali, allora, il messaggio che la Bibbia vuole dare in ogni tempo è che l’uomo quando si allontana da Dio non riesce a dominare se stesso e cede alla violenza, come ha fatto Caino con il fratello Abele; l’uomo non potrà rifuggire, come Caino, alla responsabilità dei sui gesti(“Dov é tuo fratello?) verso gli altri e, pertanto, la vera soluzione del problema della violenza sta in questo: soltanto riconoscendo la propria dipendenza da Dio, l’uomo potrà trovare la forza e la capacità di superare l’egoismo e la violenza che è dentro di lui.

2.Il diluvio universale

Del diluvio universale, contenuto nella Genesi, esistono due racconti: il primo chiamato “Javista”, il secondo “sacerdotale”. Se dovessi spiegare il perché nella Bibbia troviamo racconti diversi, non solo nel caso del diluvio universale evidentemente, avremo bisogno di molto spazio, quindi, non voglio avventurarmi in questo. Piuttosto desidero anzitutto descrivere i due racconti.
Quello detto “Iavista” afferma che il diluvio fu causato da lunghi, torrenziali rovesci e incominciò in autunno, la stagione appunto delle piogge. Le cifre (40 giorni e 40 notti, 40 giorni di pioggia e 40 di deflusso) stanno ad indicare un lungo periodo non meglio precisato e alludono inoltre alla miseria e alla disgrazia.
L’autore biblico scrive che Dio si rincresce per il fatto che l’uomo ha peccato, decidendo di vivere in difformità al suo volere: Dio pertanto è costretto ad intervenire, castigando così suo malgrado l’umanità peccatrice. Qualcuno però gli rimane fedele: è Noè, definito “giusto”(Gn 7,1b), il quale trova grazia agli occhi di Dio. Il racconto Javista parla poi di un’arca, cioè qualcosa di rudimentale, capace di galleggiare più che di viaggiare; un’arca con una finestra e un tetto-coperchio ribaltabile, grazie alla quale trovano scampo Noè e la sua famiglia e qualche esemplare di tutte le bestie, perché anche queste potessero sopravvivere e ripopolare il mondo.
Nel racconto Dio viene descritto mentre chiude la porta dell’arca, quasi a sottolineare la sua premura e il suo amore nei confronti di Noè. Cessato il diluvio, la riconoscenza dei superstiti si esprime attraverso l’offerta in sacrificio di animali, quindi la narrazione si conclude evidenziando come Dio, nonostante la malvagità dell’uomo, sia sempre misericordioso e prometta di non castigare più l’umanità.
Il secondo racconto, chiamato sacerdotale, indica quale causa il precipitare in basso delle acqua primordiali attraverso l’apertura del firmamento e la invasione della terra da parte delle acque dell’oceano; il diluvio dura poi assai più a lungo e cioè 365 giorni: per 150 giorni le acque aumentano, per 150 defluiscono.
Noè, oltre che giusto, è definito “integro”, per indicare la sua perfezione morale e il suo essere gradito a Dio; la sua arca viene minuziosamente descritta (è di legno, lunga 150 metri, larga 25 e alta 15, e anche secondo questo racconto dovrà accogliere diverse specie di animali.
Altra diversità di questa seconda narrazione rispetto a quella Javista riguarda il patto tra Dio e Noè; mentre in Gn 6,18 si parla di un patto in cui Dio si impegna a salvare solo Noè e i suoi familiari, qui l’impegno divino viene allargato anche ai suoi discendenti e a tutti gli altri esseri creati.
Nonostante queste differenze nei dettagli, i due racconti biblici del diluvio coincidono nella loro sostanza, e cioè nel ricordo di una colossale catastrofe e dei suoi pochi superstiti.
Fondamentalmente l’uomo biblico non ha fatto altro che riprendere un avvenimento di cui parlava la cultura del suo tempo e leggerlo nell’ottica della fede. Di una tremenda inondazione esiste memoria anche in numerosi testi dell’Antico Oriente, molti dei quali appartengono all’ambiente mesopotamico; si tratta di testi sumerico-accadici, tra i quali il testo dell’Epopea di Ghilgamesch, ai quali sono da aggiungere i diversi scavi effettuati nel sud della Mesopotamia, che hanno confermato il fatto che in questa regione, percorsa dal Tigri e dall’Eufrate, si sono verificate a più riprese, nel 3 millennio a.C., spaventose inondazioni: strati di fango con tre metri di spessore sono stati infatti ritrovati in varie località.
Ora, il racconto del diluvio universale narrato nella Bibbia presenta diverse affinità e differenze con le narrazioni sumerico-accadiche ed assire. Punti in comune, ad esempio, sono la salvezza dei superstiti per mezzo di una imbarcazione che ospita uomini e animali, le sue dimensioni, l’essere stata spalmata di bitume, l’esatta durata di tutto il cataclisma, il lancio ripetuto di uccelli, la sosta della nave su di un alto monte nella regione dell’Armenia, il sacrificio a Dio dei superstiti. Le differenze, invece, stanno nel fatto che nella Bibbia il diluvio ha una evidente portata religiosa e teologica; non va assolutamente letto come nei testi extrabiblici citati, dove, invece, si afferma che gli dei mandano il diluvio senza alcuna motivazione e solo per un macabro capriccio.
Dunque i cristiani non intendono il diluvio universale narrato dalla Genesi alla lettera né come un capriccio divino, ma come una testimonianza della santità di Dio che detesta il peccato, e nel contempo come manifestazione della sua grazia e della sua misericordia.
Allora i due racconti biblici combinati insieme sono il veicolo di questa verità teologica, e cioè che Dio nonostante cataclismi, nonostante punizioni meritate dei peccati degli uomini, conserva sempre la sua benevolenza e rimane fedele al suo disegno di salvezza che continuamente promette e che in seguito realizza in Gesù. Circa la universalità del diluvio, bisogna tener presente le conoscenze del tempo; noi oggi, a motivo delle varie acquisizioni scientifiche, diciamo che quel diluvio non potè essere né geograficamente(tutta la terra) né antropologicamente(tutta l’umanità) universale; probabilmente le antiche tradizioni mesopotamiche non furono in grado di controllare le sue effettive proporzioni e solo perché ci fu una moltitudine dei morti(uomini ed animali) si credette di essere di fronte ad un cataclisma universale.
In definitiva, allora, l’insegnamento del racconto e la verità che Dio vuole manifestare agli uomini di ogni tempo attraverso la storia del diluvio universale è che lui è Santo e non tollera il male, per questo desidera, come un padre con il figlio, correggerlo .
Dio è anche misericordioso e cerca di evitare il castigo, ma poiché la malizia del genere umano persiste, egli non può non ricorrere al castigo. Pur tuttavia, nonostante la punizione dell’umanità peccatrice, il suo disegno è che ci sia la benedizione e quindi una promessa attraverso la quale si si trasmette la speranza di questa benedizione.
La narrazione biblica del diluvio insegna dunque che da una parte è necessaria una viva fiducia nella bontà di Dio pronto sempre a perdonare e a salvare, e dall’altra un senso molto acuto del peccato, visto come qualcosa di incompatibile con la perfezione morale.
Le prime generazioni cristiane hanno visto nel diluvio universale la prefigurazione del loro battesimo; se le acque del diluvio hanno distrutto l’uomo peccatore a causa della sua solidarietà con il primo Adamo, le acque del battesimo lo salvano dal peccato grazie alla sua nuova solidarietà con il secondo Adamo, Gesù Cristo.
Il messaggio che Dio vuole dare è che la riunione dei popoli e delle nazioni non potrà avvenire che attorno a lui, vivente, riconosciuto e accolto. L’uomo biblico, attraverso il racconto, ci vuole mettere di fronte all’insuccesso degli sforzi umani per costruire l’unità della famiglia umana in una sola comunità

3. La torre di Babele e la superbia umana

Un altro episodio che nella Bibbia suscita un certo interesse è anche quello della Torre di Babele. Veramente fu costruita? E’ anch’esso un racconto simbolico? Quale insegnamento è contenuto in questa narrazione? Quello della Torre di Babele è un episodio che descrive le cose in modo pittoresco e con molti antropomorfismi.
Babele, dall’accadico “babi- ilu o bab – ilari”, significa etimologicamente porta di Dio o porta degli dei, cioè luogo del loro soggiorno tra gli uomini. Nella Bibbia Babele viene ricollegata al verbo ebraico “babal”( confondere, mescolare) e interpretata quindi come confusione.
L’uomo biblico inserì questo racconto nel quadro della preistoria quasi per dare una ulteriore documentazione della situazione di colpa e di castigo in cui ricadde l’umanità dopo il diluvio, nonostante il suo nuovo inizio. L’orgoglio e l’avversione a Dio, insiti nella civiltà dei babilonesi, diventarono così l’espressione dell’orgoglio umano testo sempre ad affermarsi senza tenere conto di Dio o addirittura contro di lui.
La civiltà babilonese infatti, stante la storia dell’Antico Oriente, era orgogliosa della sua potenza, raggiunta con il suo re Hammurabi, il quale riuscì ad assoggettarsi tutta la Mesopotamia. Dopo il 1600 a.C. incomincio però la decadenza a causa delle tensioni interne, per cui è probabile che il racconto della torre di Babele, chiaramente simbolico e sapienziale, abbia conservato un’eco della potenza orgogliosa di quel celebre regno e del suo crollo.
Dio ha fatto scrivere questo racconto per trasmettere un messaggio ben preciso. Anzitutto esplicitiamo il senso dell’episodio!
Si parla degli uomini che vogliono costruire una città, la quale è simbolo della vita politica, del loro associarsi in comunità: qui dunque loro cercano di darsi una unità politica. Essi, inoltre, vogliono costruirsi una “torre”, simbolo religioso, perché desiderano anche una unità religiosa a partire dal basso, creandosi con le loro stesse mani una divinità da porre in cima alla torre.
Anche questo episodio biblico illustra la realtà del peccato che inquina la condizione degli uomini, i quali pensano di poter rimanere uniti escludendo Dio e in realtà si accorgono che si disperdono; Babele quindi diventa politica (simboleggiata dalla città), in una sola religione, (inventata dagli uomini e simboleggiata dalla torre), in una sola cultura (simboleggiata dalla lingua).
Ma l’unità senza Dio e contro di Dio diventa negazione della pluralità; non solo ma a causa del peccato gli uomini cercano l’unità per “farsi un nome”, cioè per autoesaltarsi.
In sintesi, allora, la Bibbia con la narrazione della torre di Babele, vuole insegnare che tutto quello che si intende costruire senza Dio o contro Dio è destinato a deteriorarsi, con la conseguenza di una confusione di lingua e dell’insorgere dell’incomprensione a causa di una unità spezzata perché costruita con le proprie forze.

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