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Unità dopo gli attentati, e poi? …l’opinione di Rita Faletti

Tempo di lettura: 4 minuti

Dopo Parigi e Nizza, il terrorismo islamista insanguina Vienna. Ieri sera, nel centralissimo quartiere della capitale austriaca, a breve distanza dalla principale sinagoga, una delle poche sopravvissute alla Shoah, un video registra colpi di arma da fuoco e riprende l’immagine di un uomo che si sposta e spara con un fucile d’assalto, finché non è abbattuto dalla polizia. Aveva su di sé una cintura esplosiva.  Quattro le vittime tra cui un poliziotto e diversi feriti, alcuni gravi. I corpi speciali sono tuttora sulle tracce di un secondo attentatore in fuga. Il centro storico della città viene delimitato e presidiato dalle Forze dell’Ordine inviate dal ministro dell’Interno che invita i cittadini a non uscire di casa nell’ultimo giorno prima del lockdown. A Vienna lo shock è forte: in decenni il paese non era mai stato toccato dal terrorismo di matrice islamica. Come sempre avviene in queste circostanze drammatiche, si fanno supposizioni basandosi sui dati in possesso, in realtà esigui, e legandoli a una situazione generale che riguarda tutta l’Europa, i rapporti con l’islam, l’immigrazione, il Mediterraneo, la Turchia e il ruolo di Erdogan, uno dei principali attori (o manovratori?) sullo sfondo degli eventi. Chi sono gli attentatori? Come testimoniano le immagini, la strategia di attacco fa pensare a una organizzazione preparata e addestrata militarmente, forse coordinata e diretta dall’esterno. Secondo il tabloid Build, su Instagram lunedì era apparso il post di un jihadista che annunciava di aver prestato giuramento all’Isis. Prassi  consueta prima di un attentato. Sembra che il personaggio sia lo stesso abbattuto dalla polizia: un cittadino austriaco di origini albanesi con doppio passaporto e una condanna di 22 mesi convertita in libertà vigilata per aver cercato di raggiungere la Siria e unirsi alle forze dell’Isis. Viene da domandarsi perché Vienna. L’Austria, come Toni Capuozzo, amato  giornalista di guerra e esperto di conflitti internazionali ci ricorda, non ha un passato coloniale o imperialista né è in prima fila nelle missioni in Afghanistan. La spiegazione è una: l’attacco è avvenuto a Vienna ma è come se fosse avvenuto in  Germania. La Merkel infatti è stata il primo capo di Stato europeo ad esprimere la vicinanza del suo paese all’Austria sottolineando che il terrorismo islamico è il nemico dell’Europa. Capuozzo osserva che l’obiettivo del terrorismo islamista è l’asse franco-tedesco, il nucleo forte dell’Europa da colpire, contro cui Erdogan usa l’arma del ricatto: aprire le porte ai rifugiati che si trovano nella “buffer zone” al confine tra Turchia e Grecia e scaricarli in Europa. Da non sottovalutare l’invio di milizie jihadiste in Libia per appoggiare Al Serraj contro il generale della Cirenaica Haftar, sostenuto dalla Francia. L’ex ministro dell’Interno Minniti completa il quadro e aggiunge che in Bangladesh, nonostante il virus stia colpendo con particolare violenza, 40 mila  persone si sono riversate nelle piazze per rispondere all’appello del premier turco contro la Francia e l’Europa. Che, ha detto Minniti, è stata finora incapace di dare una risposta ferma con una sola voce e ora è sotto attacco non nei singoli paesi ma nella sua totalità. E’ indispensabile non abbassare la guardia e accogliere chi scappa da paesi in guerra. La Tunisia non è fra questi. Per gli altri, si devono organizzare ingressi legali coordinati dalle ambasciate e cancellare quelli illegali. Il problema è complesso, “noi non siamo abituati a pensare in modo complesso” ha continuato Minniti e “ abbiamo dimenticato la politica estera”. Il primo ministro austriaco Kurz ha detto: “Non ci arrenderemo”. Gli ha fatto eco Macron: “Questa è la nostra Europa. I nostri nemici hanno bisogno di sapere con chi hanno a che fare. Nessuno si arrenderà a loro”. Vladimir Putin si è unito al resto del mondo per attestare la solidarietà della Russia contro un “crimine crudele e cinico” offrendo la propria collaborazione nella lotta al terrorismo.

 

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4 commenti su “Unità dopo gli attentati, e poi? …l’opinione di Rita Faletti”

  1. Tonino Spinello

    Tempo fa fu chiesto a un terrorista perchè si fanno saltare in un centro commerciale, in un ristorante, in una piazza e muoiono persone innocenti che non hanno a che vedere con tutto ciò, e non in un Palazzo Governativo o in qualche uscita pubblica di qualche personaggio politico?
    La risposta fu: “Come posso uccidere chi mi paga”?
    Tempo fa ho detto che con l’avvicinarsi del profumo dei soldi, accadevano delle cose per creare caos e distrarre l’opinione pubblica. Ho detto anche che la politica non deve occuparsi di religioni perchè con le loro uscite, non fanno che risvegliare i fanatici assopiti. E siamo all’inizio, cosa ci dobbiamo aspettare? Quale potrebbe essere la logica in tutto questo? Eppure un senso c’è, non credo che queste cose accadono perchè qualche fanatico è stanco della vita! O no?

  2. La domanda che Lei pone ha un senso se si ragiona con la testa di un occidentale per il quale la vita è un bene prezioso che la pandemia ha fatto emergere con prepotenza. Ci sono però situazioni che per la gravità e la drammaticità con cui sono vissute, inducono a togliersi la vita. Avviene quando la speranza muore e lascia il posto alla disperazione. In quei casi significa che si è superata la soglia del pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Ma esistono anche realtà in cui il sacrificio di sé assume un alto valore simbolico. Negli anni della guerra americana in Vietnam, i bonzi, così venivano chiamati i monaci buddhisti, si cospargevano di benzina e si davano fuoco in pubblico: era un atto di protesta estremo contro l’imperialismo. Un’antica tradizione nel mondo buddhista che è tuttora viva in Tibet dove alcuni sacrificano la propria vita per manifestare contro l’occupazione cinese. In Giappone, durante la Seconda Guerra mondiale, nacquero i kamikaze, aviatori che dirigevano i loro apparecchi carichi di esplosivo su obiettivi nemici. Anche nel nostro occidente l’autoimmolazione come potente atto dimostrativo ha un precedente: Ian Palach, il giovane cecoslovacco che si immolò in Piazza San Venceslao a Praga contro l’occupazione sovietica. Poi c’è il terrorismo fondamentalista di matrice islamica, una peculiarità dei paesi asiatici e medio orientali. Indossare una cintura esplosiva e farsi saltare in luoghi sensibili, il mercato di Kabul o di Rawalpindi, o nelle postazioni militari straniere e non, oppure nei pressi di una sinagoga o all’interno di una chiesa, rappresenta una strategia sicura per eliminare il nemico, a turno un musulmano non ortodosso, un ebreo o un cristiano. E’ la guerra contro gli apostati da tirare giù dalle spese quanti più possibile. Non sono compensi economici a spingere i jiihadisti a compiere atti terroristici, bensì il fanatismo religioso unito alla convinzione che il “martirio” sia la porta di accesso al paradiso delle vergini. Un’assurdità che fa ridere vista dalla prospettiva di un occidentale civilizzato e evoluto. Consideri che le madri dei cosiddetti “martiri”, per noi dei semplici assassini, lungi dal piangere le morti dei loro figli, ne vanno orgogliose e festeggiano. Dietro quei “martìri” ci sono ore di addestramento e manipolazione e di predicazione dell’odio. La guerra santa contro l’occidente è fissata nel Corano successivamente al periodo iniziale in cui Maometto si sentiva minacciato e senza potere, quando nella sura 2, 256 scriveva: “Nessuna costrizione nelle cose di fede”. Poi, sulla ragione è prevalsa la spada del soldato. Siamo davanti a uno scontro di civiltà tra due mondi antitetici, uno dei quali non ha avuto la fortuna di essere stato toccato dall’illuminismo, come disse Joseph Ratzinger, il grande Papa e fine teologo che si attirò critiche e attacchi feroci dai musulmani e da molti occidentali buonisti e politicamente corretti, sostanzialmente ipocriti e fifoni, quando nel famoso discorso di Ratisbona citò un dialogo che si era svolto nel quattordicesimo secolo tra l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e un persiano colto su cristianesimo e islam e sulla verità di entrambe. L’imperatore tocca il tema della guerra santa: “Mostrami pure ciò che Maometto ha portato di nuovo e vi troverai solo cose cattive e disumane, come la sua direttiva di diffondere la fede che egli predicava con la spada”. E l’imperatore concluse che la violenza è in contrasto con la natura di Dio che è Logos: parola e ragione.

  3. Tonino Spinello

    Ratzinger, forse è un Papa incompreso! Quando visitò Auschwitz disse: Ma Dio, dov’era? Ricordo che allora fu ripetuta dai giornali per carità, ma non fu mai approfondita! Io si, e mi sono reso conto che forse neanche loro sanno dov’è Dio. E non lo sanno neanche i Musulmani e tutte le altre religioni. Si usano le religioni per scopi non proprio misericordiosi. I Fanatici poi li addestrano e li incastrano mentalmente! Le conseguenze poi li sappiamo! Ma tutto questo ha un costo, e chi finanzia tutto ciò? Quale Dio li finanzia? Non credo che le “Intelligence” di tutto il mondo non riescono a scovarli! Eppure è una minaccia che riguarda quasi tutto il mondo!

  4. Indubbiamente Ratzinger non è stato compreso da molti (o frainteso volutamente) ma questo è dovuto anche alla scarsa attenzione che si ha da tempo per le questioni di fede. E’ vero anche che il suo pontificato è stato visto da élite di intellettuali e politici progressisti europei, dai liberal americani e da gruppi di vescovi come un ostacolo all’espansione di loro libertà e interessi. Benedetto XVI era un Papa scomodo perché sosteneva l’inderogabilità dei valori non negoziabili. E’ lo spirito del tempo a trionfare, che cerca di soffocare la libertà individuale e assoggettarla al pensiero unico. Una sorta di dittatura del pensiero funzionale a scopi diversi.

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