Credere nel nostro tempo/2… di Domenico Pisana

Rubrica di Teologia
Tempo di lettura: 2 minuti

1. Il dio dei filosofi e il Dio della rivelazione biblica

Il cristiano di fede cattolica spesso si chiede: ma dov’ è questo Dio uno e trino professato nel credo? Dove si mostra Dio? Dove risiede?
A questo punto debbo subito precisare che quando parlo di Dio, non intendo riferirmi al dio dei filosofi o delle religioni animistiche, e neanche al Dio di cui hanno parlato i miti sin dall’antichità; io mi riferisco al Dio rivelatosi in Gesù Cristo, al Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe di cui si parla nella storia biblica; è attraverso questa storia che noi sappiamo chi è Dio e come egli si è mostrato agli uomini. Tutta la Bibbia non fa altro che narrare la rivelazione di Dio all’uomo attraverso la storia di un popolo; una rivelazione nella quale Dio si mostra non come entità astratta, come causa primordiale, ma con le caratteristiche di una Persona che crea, ama, accoglie, perdona, sceglie uomini, fa promesse alle quali rimane sempre fedele. Ecco, qui sta la diversità tra il Dio del cristianesimo e il Dio delle religioni non cristiane o delle filosofie; se per i filosofi dio è un concetto, una causa, un assoluto, un principio iniziale da cui tutto si è originato, per i cristiani Dio è un vivente, una persona che vede la miseria degli uomini e sente le loro grida; mentre il credente – come afferma Bourdil – “ammette una presenza dentro di sé”, la presenza di Dio che lo interpella, lo chiama, lo invita ad entrare in rapporto di fiducia con lui, il filosofo, “il sapiente pone fuori di sé un essere di cui cerca di definire le caratteristiche”.
Nella Bibbia, dunque, Dio appare come una persona con molti nomi: Adonai, Elohim, Iavhè, il Santo, l’Altissimo, l’Eterno; non solo, ma non si confonde con gli dei antropomorfici delle religioni politeistiche, ma si rivela come l’unico: “Prima di me non fu formato alcun dio né dopo ce ne sarà un altro. Io, sono il Signore, fuori di me non vi è salvatore” (Is 43,10-12). Il Dio della Bibbia si presenta come Dio-Padre, la cui paternità si stende dapprima sul popolo eletto Israele, indipendentemente dai suoi peccati, e successivamente si allarga su tutta l’umanità.
Fatta questa precisazione, ritengo non sia facile capire e vedere dove Dio si mostra, non sempre ci si rende conto di come egli guida la storia dell’umanità. Il problema che si pone è quello di capire come riconoscere le azioni di Dio, gli eventi che lui guida.
Mi rendo conto che è più facile saper riconoscere che cosa fa un sindaco, un architetto, un regista, un vigile urbano, uno scolaro, ma tutto diventa più nebuloso quando si passa all’attività del Dio di Gesù Cristo integrata con l’attività degli uomini.
Per cercare di capire il problema, posso dire che per conoscere Dio bisogna conoscere l’uomo. Ebbene, se siamo capaci di trasfigurare l’uomo in azione potremo capire l’azione di Dio. Che vuole dire trasfigurare l’uomo in azione? Faccio un esempio. Se per un attimo a qualcuno capitasse di guardare un muratore che mette un mattone sull’altro, che cosa gli potrebbe venire di pensare? Forse penserebbe ad un uomo che lavora! Ecco, questa azione, guardata e letta a livello di “io superficiale”, non dice altro che un uomo che lavora, ma se dall’“io superficiale” passiamo all’”io profondo”, l’azione del muratore è il segno di un agire più vero e significativo: quella persona nel suo profondo sta guadagnando il pane per la sua famiglia e se andiamo più in profondità sta costruendo una bella casa. Ora, dal volto profondo, vero ed autentico dell’uomo in azione si può passare mentalmente al volto umano di Dio in azione.
E difatti, chi nell’osservare le azioni dell’uomo si dimostra capace di trasfigurale, cioè di coglierne la profondità e il senso più vero, sarà anche capace di riconoscere Dio in azione in maniera più chiara e concreta. Quando allora l’uomo di oggi si chiede “dov’è Dio”, “cosa fa”, “come agisce”, è necessario che egli scopra anzitutto se stesso come “luogo dell’abitazione di Dio”. S. Agostino soltanto dopo un cammino travagliato scoprì che Dio era dentro di lui; il famoso personaggio, “l’Innominato” dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, si acquietò quando prese coscienza delle parole del cardinale Federico che, rispondendo alla sua domanda dov’è Dio, gli disse: “Voi me lo domandate? Voi? E chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v’opprime, che v’agita, che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v’attira, vi fa presentire una speranza di quiete, di consolazione, che sarà piena, immensa, subito che voi lo riconosciate, lo confessiate, l’imploriate?”
Per riconoscere Dio dentro e fuori di se stessi, occorre comprendere il suo linguaggio.

2. Il linguaggio del Dio dei cristiani

E qual è il linguaggio di Dio perché l’uomo possa comprenderlo? Il Dio del cristianesimo parla all’uomo di oggi con il linguaggio dei segni. Non devi subito, però, pensare ai miracoli, ma ai segni sacramentali più comuni; i segni, infatti, sono un modo con cui Dio parla e comunica con gli uomini. Come ognuno di noi per comunicare con gli altri fa ricorso ai modi più svariati, quali i suoni, i gesti, le parole proprio al fine di esternare il sentimento, le emozioni, il sentire più profondo, così Dio parla di sé, del suo amore ad ogni uomo che sia disposto ad ascoltarlo, con “segni sacramentali” quali la creazione e tutte le opere della natura, la Chiesa, la Bibbia, i sacramenti e in particolare l’Eucaristia, i poveri. E’ in questi segni che l’uomo di oggi deve saper leggere l’azione di Dio!

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