Cosa votare al referendum. Le ragioni del Sì e del No

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Il referendum è alle porte. Rispetto alle organiche (e pasticciate) riforme costituzionali volute nel 2005 dal governo Berlusconi e nel 2016 dal governo Renzi, il quesito referendario ci chiama alle urne il prossimo 20 e 21 settembre per un solo, ma comunque non secondario aspetto delle nostre istituzioni.

Si tratta, detto molto in breve, di una riduzione dei parlamentari che vedrà la Camera comporsi di 400 deputati (al posto degli attuali 630) e il Senato da 200 senatori (al posto degli attuali 315). Un taglio netto del 36,5%.

Dopo aver ascoltato le varie posizioni in gioco, vedrò di elencare e commentare le ragioni favorevoli e contrarie al taglio che si sono succedute in questa silenziosamente anonima, e pertanto anomala, campagna referendaria.

Vedo essenzialmente quattro ragioni per votare contro al taglio:

1. Questa non è una riforma organica e i correttivi necessari al taglio devono ancora essere discussi e approvati (mi riferisco alla riforma dei regolamenti parlamentari, alla legge elettorale ed altre misure ad esse connesse). L’impressione, più simile a una triste realtà, è che questa riformina nasconda semplicemente il tentativo populista di accontentare il popolino arrabbiato da decenni di malapolitica. Non emerge quindi alcuna visione politico-istituzionale cui dirigersi, ma solo uno sfizio post-estivo che delizia la pancia dell’elettorato.
2. La rappresentanza sarà tagliata in maniera anomala. Tanto per dirne una, a dispetto di un taglio dei parlamentari del 36,5%, alla Camera la Sicilia occidentale perderà il 40% della sua rappresentanza, passando da 27 a 17 deputati.
3. I veri malanni del nostro sistema costituzionale si radicano in tre aspetti, a mio giudizio:
a) I nostri governi hanno vita breve. Basti pensare che dal dopoguerra ad oggi in Germania si sono succeduti 24 esecutivi e otto cancellieri, in Italia 66 governi e ventinove Presidenti del Consiglio.
b) Il bicameralismo perfetto complica e rende lento e inefficiente il processo di approvazione di una legge (per non dire che l’elettorato attivo al Senato è negato ai giovani che vanno dai 18 ai 25 anni, anacronismo da superare a mio modo di vedere).
c) Gli enti locali in Italia (e le loro funzioni) sono troppi e confusionari. Basti pensare che abbiamo 19 regioni, di cui 4 a statuto speciale, 2 province autonome (Trento e Bolzano che messe assieme formano la quinta regione a statuto speciale), 15 regioni ordinarie, 108 province ordinarie, più di 7900 comuni. Tutto questo crea evidenti disfunzionalità e confusioni. Niente di questo viene toccato dalla riforma.
4. I sostenitori del Sì hanno puntato tutto o quasi sul risparmio che otterremmo, circa 57 milioni di euro all’anno. Inutile soffermarsi su questo aspetto. In primis, una democrazia ha i suoi costi. E mi spingo ad affermare che delle due l’una: o chi si appella alla questione dei risparmi non ha la cultura democratico-istituzionale che gli dovrebbe competere in quanto rappresentante delle istituzioni, oppure, in malafede, gioca con la pancia dell’elettorato, rendendosi anche in questo caso l’esatto contrario di un buon rappresentante delle istituzioni e dei cittadini. In secundis, la cifra è in ogni caso irrisoria, si tratta del famoso caffè all’anno per cittadino.

Vengo adesso alle ragioni a favore della riduzione dei parlamentari:

1. Il primo punto riguarda la rappresentanza numerica. Molti sostengono che con la riforma l’Italia avrà un deputato ogni 150.000 abitanti, che sarebbe il rapporto più alto e che comporterebbe la più bassa rappresentatività di tutta Europa. È vero, ma si ignora un punto non indifferente. L’Italia, come si è detto, ha un sistema bicamerale perfetto: deputati e senatori, come recita la Costituzione, sono rappresentanti della nazione allo stesso titolo. Il calcolo del rapporto tra cittadino-parlamentare dovrebbe quindi includere i senatori. Pertanto, bisognerebbe dividere 60.000.000 (quanti sono i cittadini italiani) non per 400, ma per 600 (che sono i parlamentari sopravvissuti alla riforma): otteniamo così un rapporto di un parlamentare ogni 100.000 abitanti, in linea (anzi con una rappresentanza migliore) con le altre tre grandi democrazie europee con popolazione simile. Per esempio, la Germania conta un deputato ogni 116.000 abitanti, la Francia uno ogni 118.000 e il Regno Unito uno ogni 103.000. Nessun taglio populista alla rappresentanza, in apparenza.
Nota 1: Questi stati hanno tutti una seconda camera che però non rappresenta la nazione nella sua interezza (come il Senato italiano), ma i vari Länder (in Germania), gli enti locali (in Francia) e la classe nobiliare (in Inghilterra, camera questa con poteri poco più che cerimoniali). Fermo restando che rimango convinto dell’insostenibilità del bicameralismo perfetto, la riforma non tocca questo aspetto. Quindi i rappresentanti della nazione sarebbero in ogni caso 600, con un rapporto parlamentare-cittadino ancora dignitoso.
Nota 2: L’Italia non è l’unico paese che si sta prodigando per mettere a dieta il proprio parlamento. In Germania si sta pensando di ridurre il Bundestag da 709 a 598 componenti; il Presidente francese Macron ha più volte sottolineato la volontà di ridurre i deputati dell’Assemblea Nazionale da 577 a 404 membri.
2. Il secondo aspetto riguarda la rappresentanza effettiva. La vera rappresentanza la fa una buona legge elettorale e, solo incidentalmente, il numero dei parlamentari. Faccio due esempi. Abbiamo votato per 15 anni col cosiddetto Porcellum. Benché avessimo anche allora 945 parlamentari, nemmeno uno di loro rispondeva al territorio in cui era stato eletto. Perché? Perché la legge elettorale favoriva un rapporto di dipendenza tra partito e parlamentare, e non tra parlamentare e territorio. Oggi abbiamo il Rosatellum e il 34% dei nostri parlamentari è eletto dai cittadini col sistema uninominale. Il problema è che, per fare un esempio, la ex-ministra Maria Elena Boschi, nata e residente in Toscana, è stata candidata a Bolzano, città dove non ha mai vissuto (e le vicende storico-culturali della zona sono importanti per ogni territorio, ma particolarmente cruciali in Südtirol) e se non fosse stata eletta alle pendici delle Dolomiti sarebbe comunque stata ripescata nella quota proporzionale di Ragusa (al capo estremo d’Italia dove, peraltro, nessuno l’ha mai vista). In sostanza è una buona legge elettorale a garantire una buona rappresentanza. Certo, se i parlamentari venissero ridotti da 1000 a 100 avremmo un problema, perché 100 teste non possono rappresentare bene i territori, ma essendo un taglio molto più moderato, non mi fascerei la testa su una rappresentanza che, appunto, è dettata innanzitutto dalla legge elettorale.
3. Il terzo aspetto è di natura storica. La scelta di avere 630 deputati e 315 senatori risale al 1963, anno in cui ancora non esistevano né l’Unione Europea, né le regioni. Ciò significa che all’epoca l’intero potere legislativo era concentrato nelle mani dei deputati e dei senatori. Oggi non è più così, pertanto non sarebbe così malvagio auspicare che al decentramento del potere decisionale corrisponda una diminuzione dei parlamentari nazionali.
4. I sostenitori del No prospettano, con la riforma, un parlamento molto più inefficiente e molto più controllato dai partiti.
a) Per quanto riguarda l’inefficienza del parlamento, i contrari alla riduzione sostengono che le singole commissioni parlamentari lavoreranno male perché o si costringeranno deputati e senatori a prendere parte a più commissioni, oppure queste risulterebbero pesantemente “svuotate”. Credo che questo problema sia facilmente risolvibile. Prima di tutto vorrei ricordare che il Senato americano si compone di 100 membri, e questi sono responsabili di 24 commissioni, mentre nel caso peggiore, il nostro nuovo Senato di 200 membri si occuperebbe di 14 commissioni. Ma se il problema fosse davvero così insormontabile, si potrebbe fare ricorso allo strumento delle commissioni bicamerali, com’è consentito dal nostro sistema istituzionale ed è già stato fatto in passato. Per fare un esempio, la commissione Economia della Camera e la Commissione Economia del Senato potrebbero essere riunite in modo tale che discuterebbero insieme il testo di una legge, che poi dovrà essere approvata da ciascuna delle due camere. In questo modo il taglio non inficerebbe sull’efficienza.
b) Per quanto riguarda la critica per cui un parlamento di dimensioni ridotte sia più facilmente controllabile, tenderei a ribattere che le nostre assemblee legislative sono già, di fatto, ampiamente controllate dai partiti e oserei dire che un parlamento più piccolo magari non sarebbe necessariamente più efficiente, ma quanto meno il lavoro dei suoi membri risulterebbe più visibile. E forse questo potrebbe essere un vantaggio. Nella calca di 945 parlamentari, assenteisti e nullafacenti si disperdono rimanendo per così dire nascosti. Sarebbero quindi più individuabili e più responsabilizzati in un parlamento più ridotto.

Ci sono tanti illustri esponenti a sostenere le ragioni del No (penso a Gustavo Zagrebelsky, a Sabino Cassese e tra i parlamentari Emma Bonino). Mi consola però vedere che esponenti di spicco si trovino anche tra chi sostiene le ragioni del Sì (e non intendo includere coloro che sventolano l’argomento del risparmio con lo stesso stile con cui un qualunque supermercato annuncia le nuove offerte sui prodotti in vendita). Mi riferisco piuttosto a Valerio Onida, ex-presidente della Corte Costituzionale, a Tito Boeri e Roberto Perotti, a due parlamentari come Pierluigi Bersani ed Enrico Letta che, alla luce della loro esperienza, ritengono che un parlamento più contenuto possa lavorare meglio e meno caoticamente di quello attuale.

Per questo referendum non mi schiero con convinzione né per il Sì né per il No, come invece ho fatto per quello del 2016. Detto francamente non vedo né un miglioramento né una tragedia sia nel caso in cui vincesse il sì, che se ad avere la meglio fosse il no. Piuttosto, in entrambi i casi, bisognerà sforzarsi di fare riforme più puntuali e coerenti con i malfunzionamenti delle nostre istituzioni. In questo i nostri legislatori dovrebbero fare sicuramente qualcosa di più.

Corrado Schininà

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