I camici di Fontana..l’opinione di Rita Faletti

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Don Raffaè

Caso Fontana: il governatore della Lombardia ha mentito. Ha parlato in Giunta, ha difeso se stesso e la propria onorabilità, ha ricostruito i fatti, alcuni li ha dimenticati, di altri ignorava l’esistenza, ha dimenticato date e ha pasticciato con il risultato di aver dato di sé la triste immagine di un bugiardo mediocre. In tempi diversi,  la cosa non dico sarebbe passata sotto silenzio, questo mai trattandosi per di più di un esponente dello schieramento politico che scatena il tipico riflesso  pavloviano, ciò che proviene da destra è per definizione negativo,  ma avrebbe avuto minore risonanza e prodotto frasi di circostanza sempre attuali  “La magistratura indagherà e la giustizia farà il suo corso”  oppure, in alternativa, “Abbiamo fiducia nella magistratura”. E’ noto che politici e amministratori locali non sono nuovi  a comportamenti poco ortodossi che contrastano con il senso di responsabilità che si richiede a chi gestisce gli interessi degli amministrati. Ma in tempi di pandemia e proprio nella regione  con il numero di morti più alto che in qualunque altra parte d’Europa,  tutta la questione, dall’azienda del cognato ai denari di famiglia ai camici in parte trasformati in donazioni, da ordinaria in tempi ordinari, diventa grave. Non tanto per il conflitto di interessi, condizione piuttosto diffusa tra i funzionari pubblici , né per i soldi in un conto svizzero  ( rientrati nel 2015 con “voluntary disclosure”) che non costituiscono reato se regolarmente dichiarati, con la premessa che in Italia la ricchezza è vista più  come un crimine che come conseguenza naturale e premio al “hard work” secondo la  concezione protestante. Per fortuna non siamo in Cina o in Corea del nord e possiamo ancora tenere i nostri soldi dove ci pare a condizione di dimostrarne la provenienza.   Quello che invece stride è il business  dei  25mila camici destinati alla vendita a ditte private in un momento in cui era  prioritario difendere la vita delle persone e degli operatori sanitari in una regione martoriata dal virus. Come è motivo di perplessità la gestione della commessa di quei camici e di altro materiale sanitario senza  seguire le procedure amministrative, senza trasparenza e in un clima di improvvisazione  incompatibili con la conduzione della cosa pubblica. Le dichiarazioni di Fontana non stupirebbero se venissero dall’amministratore  inesperto e ingenuo di  un paesino ai confini del mondo. Ma è concepibile che il presidente di una regione importante, l’avvocato di un famoso  studio legale, possa inguaiarsi da solo, mentendo, anche inutilmente,  pur di salvare la propria onorabilità? Non l’avrebbe salvata dicendo la verità? Una verità  probabilmente  meno scandalosa di quanto la si voglia fare apparire con il fine manifesto di colpire un partito. La menzogna è affar serio. Per essere credibile deve creare l’illusione della verità, deve essere eclatante, folgorante, talmente inverosimile e straordinaria da sconfinare con l’opera d’arte. Una menzogna autentica richiede esercizio, oltre che talento e fantasia. Fontana non sembra esserne provvisto. Lo scopriremo  quando la giustizia “avrà fatto il suo corso”.

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