“Quella chiavica di Berlusconi”…l’opinione di Rita Faletti

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L’essere umano non è mai innocente, solo in casi rarissimi, men che meno quello che si si atteggia a puro tra i puri, onesto tra gli onesti (onestà-tà-tà), giusto tra i giusti. Dall’ultimo dei poveracci al primo dei potenti, nella propria storia  ognuno ha qualcosa di cui vergognarsi. Poi è sempre una questione di come sei, del tuo rapporto con la coscienza  e di come vuoi apparire agli occhi degli altri. Dall’autoconvinzione all’autoinganno, il processo, breve o lungo che sia, conduce quasi sempre all’autoassoluzione. E’ più difficile  ammettere la responsabilità delle proprie colpe che continuare a commetterne per assuefazione o per coprire quelle precedenti.  Per fortuna esiste una professione,  oltre a quella del prete ma con funzioni diverse, che  ha una notevole dimestichezza  in fatto di colpe, condanne e assoluzioni, e interviene a mettere ordine nelle  disordinate relazioni umane: quella del magistrato. Con scrupolosità deontologica, irreprensibilità di comportamento e imparzialità di giudizio. Se non fosse che dietro la professione c’è l’uomo con le sue ambizioni, il suo narcisismo, la sua mancanza di scrupoli, né più né meno simile ai propri simili. Non occorre citare Palamara  per dubitare della superiorità antropologica dei magistrati, una pia illusione o una  falsa credenza, dipende,  e del rigore morale che dovrebbe essere l’essenza stessa del potere giudicante. Il problema è che la promiscuità contamina, irretisce, corrompe. L’esercizio della giustizia esige solitudine: una condizione vicina a quella dell’anacoreta, ma necessaria ad evitare qualsiasi occasione di commistione con altri poteri come la politica e la stampa. Il circo mediatico giudiziario che dalla cupa stagione di Tangentopoli  si esibisce in questo Paese, ha  trasformato una repubblica parlamentare in repubblica delle procure. Ai magistrati, unici a godere dell’immunità, sono state consegnate  le chiavi delle decisioni politiche e l’incarico di eliminare l’avversario per l’incapacità di batterlo sul terreno politico. Tutto a scapito dell’indipendenza di giudizio che si dovrebbe pretendere da chi ha nelle proprie mani la vita o la morte altrui, perché tra la libertà e la sua mancanza c’è un abisso di disperazione che solo una fibra forte è in grado di sopportare.  Un giudice dovrebbe essere “la bocca della legge” (Montesquieu) e agire nel rispetto della difesa dell’indagato. Lo fa se l’indagato appartiene al suo stesso circo. In caso contrario,  addio Montesquieu! E  se l’indagato risponde al nome di Silvio Berlusconi  proprietario di Mediaset , non importa se dal ’94 non rivestiva più cariche all’interno dell’azienda,  un “plotone di esecuzione” lo caccia dal Senato della repubblica, lo sanziona pesantemente, lo umilia assegnandolo ai servizi sociali, con l’accusa di frode fiscale perché  “non poteva non sapere”. Questo il criterio per poterlo condannare. La sentenza, sette anni fa,  è stata il coronamento dell’accanimento persecutorio e politicizzato contro il capo dell’opposizione, una sentenza “politicamente indirizzata che dimostra che gran parte della magistratura è marcia e che lo stato di diritto è stato travolto dalle trame di un potere esterno e incontrollato che agisce fuori della legalità”. Parole di Piero Sansonetti che confermano vecchie certezze:  i legami oscuri di alcuni politici con una parte della magistratura. Viltà e complotto. Berlusconi trattato come Al Capone, giudicato colpevole in via definitiva da chi avendolo definito “una chiavica” giurava “se mi capita gli faccio un mazzo così” . E il mazzo glielo fece davvero quell’Esposito che presiedette  il collegio giudicante della Sezione feriale in Cassazione il primo agosto del  2013. “Una porcheria”, la definizione che emerge  nel corso della registrazione audio riportata dal Riformista di una conversazione con  Amedeo Franco, il giudice relatore della sentenza, deceduto un anno fa. Allora in molti sostennero  l’inconsistenza delle accuse  nate attorno alla teoria della “capacità a delinquere”,  formulata dalla procura milanese con il preciso scopo di cancellare per sempre  dalla scena politica un outsider  dalle idee liberali, colui che aveva introdotto l’alternanza al governo in un paese monopolista e statalista.  Diverse sono le anomalie che riguardano quella sentenza, “un ordine partito dall’alto”. Per citarne un paio, l’affidamento  alla Sezione feriale,  non alla Sezione tributaria che si occupa del  reato specifico di frode fiscale e  la telefonata di Esposito, mezz’ora dopo la sentenza,  al Mattino di Napoli per informare il giornale delle motivazioni della condanna ancor prima che venissero messe nero su bianco (“condannato perché sapeva”) . Il giornalista del Mattino, Manzo, racconta che registrò quella telefonata e l’intervista che Esposito si era affrettato a negare.  Dall’accusa pesante di  Franco  prendono le distanze Repubblica, famosa per le dieci domande quotidiane rivolte a Berlusconi, ovviamente il Fatto e un pezzo di paese. Tutti quelli che non intendono fare i conti con la storia perché dovrebbero rinnegare il contributo da essi dato perché venisse costruita secondo le loro convenienze. “Nessuno può permettersi il lusso di far finta di niente” ha detto Matteo Renzi, che sa bene cosa significhi tentare di incastrare chi è scomodo. Tanto per incominciare, servirebbe  ristabilire una buona volta  i confini tra politica e magistratura e separare le carriere tra magistrato giudicante e magistrato  inquirente.

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