
La tecnologia non si limita a cambiare il nostro modo di agire, ma finisce inevitabilmente per ridefinire chi siamo, toccando, con la rivoluzione dell’Intelligenza Artificiale, la corda più intima dell’essere umano: la capacità di generare linguaggio e, nello specifico, di fare poesia. E’ questo il nucleo fondativo dell’interessante libro dal titolo Implicazioni etiche in poesia. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale, Kanaga Edizioni, 2026, di Maria Teresa Infante La Marca, poetessa e scrittrice pugliese molto attiva nel panorama culturale e letterario italiano e internazionale, impegnata nella promozione dei diritti umani e cofondatrice dell’Accademia delle Arti e delle Scienze Filosofiche di Bari; un’opera, questa di Infante La Marca, con una struttura epistemologica dispiegata in otto capitoli che hanno il pregio di non voler lanciare anatemi né di offrire ricette pronte, ma di proporsi, invece, come una mappa per il pensiero critico, ricordandoci che la poesia è l’ultimo baluardo in cui la parola resiste alla pura tecnica, rimanendo uno spazio di pura relazione umana. Un invito, insomma, a non confondere l’efficienza della macchina con la profondità dell’anima.
La falsa crisi e il rifiuto del “mercato”
Già il primo capitolo si apre smontando il “leitmotiv dell’ultimo cinquantennio”, secondo cui la poesia sarebbe un canto antico in via di estinzione. L’autrice riconosce che il genere vive oggi una “marginalizzazione” dovuta in parte alla mancanza di attenzione delle case editrici verso pubblicazioni dai “non allettanti risvolti economici”, tuttavia ritiene che questa assenza dagli scaffali dei grandi Bookstore non decreta la fine del verso. Richiamando il filosofo Enzensberger, il saggio definisce la poesia una vera e propria “antimerce” (Antiwahre): “…perché disallineata dalla logica del consumo e del profitto – non serve a nulla in termini utilitaristici – […] si eleva così a patrimonio culturale in quanto, proprio grazie alla sua indipendenza dalle strategie di mercato – utilitaristiche – si pone come alternativa per un’esperienza diretta e non contaminata”, p.14.
Recuperando il pensiero di Federico García Lorca («La poesia non cerca seguaci, cerca amanti»), l’autrice spiega che l’atto del leggere un verso rifiuta l’ammirazione passiva e richiede una “simbiosi interiore”: “Il verso non scorre come la pioggia in un tombino, ma si inocula sottopelle, implica un coinvolgimento profondo ed emotivo, una simbiosi interiore con coloro che incontra, quindi con i lettori.”, p.16. La poesia si configura così come una “forma di resistenza” e una creatura “camaleontica che sempre ci sopravvive”, come dimostrato dall’aumento dell’esigenza di scrivere, tra le nuove generazioni, sui social, e il fatto che “i libri di poesia vengono acquistati soprattutto dalle frange più giovani della popolazione”.
Il capitolo si chiude ricordando che la poesia esisteva già “nel fiore che si apre al giorno” o “nelle pietre levigate dalla pioggia” e che l’umanità ha solo avuto il compito di offrirle il verbo, motivo per cui “essere suoi latori e custodi è un privilegio che va onorato”.
Attraverso queste immagini e tesi, Maria Teresa Infante La Marca lancia un messaggio chiaro: la poesia ha già vinto la sua sfida contro la tecnologia commerciale degli scorsi decenni, fortificandosi proprio grazie al suo isolamento dal mercato. Questa “opposizione e sopportazione eroica” è la corazza con cui la poesia si prepara ad affrontare la nuova e più insidiosa minaccia: il “conformismo logico” e il “pensiero unico” dell’era dell’Intelligenza Artificiale.
Il richiamo all’etica: dal monito papale all’Algor-etica
Il secondo capitolo del volume introduce il lettore nel nucleo del dibattito contemporaneo: il passaggio dalla tecnologia tradizionale alla penetrazione pervasiva dell’Intelligenza Artificiale. Maria Teresa Infante La Marca esprime fin da subito “serie apprensioni” per un progresso che rischia di generare un “conformismo logico e concettuale, definito ‘pensiero unico’”. La proliferazione dell’I.A. non è più un fatto settoriale, ma un evento globale che “apre a interrogativi fondamentali e inquietanti”, minacciando di “declassare l’uomo da protagonista a semplice comparsa”. Per arginare questa deriva, l’autrice recupera le riflessioni etiche e filosofiche della Chiesa cattolica, a partire dall’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, il quale ricordava che lo sviluppo autentico richiede “un ‘oltre’ che la tecnica non può dare”. Il fulcro normativo si sposta poi sulla Rome Call for AI Ethics (2020) di Papa Francesco e sul concetto di “algor-etica”: “L’“algor-etica” – scrive l’autrice – potrà essere un ponte per far sì che i principi si iscrivano concretamente nelle tecnologie digitali, attraverso un effettivo dialogo transdisciplinare. […] Non sono strumenti neutrali, perché plasmano il mondo e impegnano le coscienze sul piano dei valori”, pp.25-26.
Maria Teresa Infante inserisce l’I.A. all’interno di un processo di massificazione iniziato subdolamente con i vecchi mass media (radio, tv, stampa), evidenziando come con la nascita di Internet e dei telefoni di nuova generazione si è compiuto il definitivo strappo antropologico:
“Con la propagazione di Internet e degli smartphone abbiamo raggiunto l’alienazione mentale, l’aggeggio si è impadronito non solo del nostro tempo ma delle nostre stesse vite. Estraniati dall’io, fuori dall’intus et in cute, siamo ormai dipendenti dalla macchina a portata di mano… Viviamo il tempo del sottosopra, della realtà capovolta e distopica in cui, nostro malgrado, siamo immersi senza più via di scampo”. ,p.30.
Interessante il terzo capitolo, ove l’autrice pone un interrogativo drammatico sulla sopravvivenza dell’identità umana di fronte alla velocità delle macchine. L’umanità viene definita come una “comunione tra il piano corporeo e quello spirituale”, in cui la materia è un veicolo e lo spirito “l’anticipazione di un possibile infinito”. In quest’ottica, la poesia agisce come un atto di resistenza, mentre l’Intelligenza Artificiale si inserisce come un elemento di rottura: “...la poesia diventa un atto di esistenza se non di resistenza per rinsaldare il legame tra le due dimensioni – corporea-spirituale – in cui l’I.A. si pone come una frattura esistenziale, una barriera che allontana la materia dal percorso di trascendenza.”, p.34. L’algoritmo, infatti, imitando e generando versi, compie un atto di profanazione, violando “ciò che è considerato da sempre il sacro tempio dell’espressione umana”, tant’è che Infante La Marca analizza con occhio critico l’approccio normativo dei governi, focalizzandosi sul Regolamento Europeo sull’IA (l’AI Act aggiornato al 2025).
Pur riconoscendone lo sforzo nel tutelare i diritti fondamentali e promuovere un’I.A «antropocentrica», l’autrice ne evidenzia il profondo limite culturale facendo rilevare come “…secondo l’Unione Europea, le implicazioni della I.A. in campo culturale abbiano una scarsa incidenza per quanto riguarda le nostre esistenze. […] Una posizione caratterizzata da una prospettiva tutta immanente, concentrata sugli aspetti pratici e funzionali delle tecnologie […] trascurando le dimensioni più profonde e trascendenti…” , p. 40.
Il capitolo si chiude con i versi lirici e spezzati della stessa autrice (“Cotidie morimur”), specchio di un mondo in cui “un monitor / spia / con la coda dell’occhio / non (si)amo” e introducendo, così, il capitolo quarto ove suggerisce una via di salvezza nel recupero della saggezza antica. Poiché l’I.A. è ormai parte integrante delle nostre esistenze e delle attività artistiche, la scrittrice rifiuta la resa e propone una strategia attiva: un nuovo illuminismo “digitale” fondato sul pensiero critico, sulla ragione e sul potenziamento delle proprie competenze per arginare gli effetti deleteri della tecnica: “ ‘Sapere aude’ (abbi il coraggio di conoscere), risuona potente la validità del presupposto Kantiano, già convinto che l’illuminismo non dovesse essere prerogativa di un contesto storico ma di un costante percorso umano.”, p.57.
Per dimostrare scientificamente l’impossibilità di una vera “Coscienza artificiale”, l’autrice ricorre poi alla celebre disputa filosofica tra John R. Searle e Daniel Dennett, sposando la tesi del primo: “La macchina è dotata solo di una sintassi, cioè esegue operazioni di calcolo su elementi specificati per via formale, mentre la mente umana possiede anche una semantica, ossia è in grado di comprendere quello che sta facendo. […] ‘La mente è un prodotto del cervello, la macchina non ha un cervello.’”, p.62.
La realtà delle sperimentazioni: concorsi e antologie “algoritmiche”
Di particolare rilevanza problematica è il capitolo quinto del libro , ove Infante La Marca fotografa una realtà in cui l’I.A. ha già violato l’editoria, citando casi concreti di questa infiltrazione: i concorsi letterari, come il Premio Caterina Percoto di Udine (2024), che ha aperto una categoria all’I.A. per “raggiungere il migliore risultato letterario” (p. 67), fino al Premio Fare Arte con AI (2026), specchio del “dilagare dei mezzi tecnologici”. L’autrice cita altresì il caso della raccolta Clone 2.0 (Samuele Edizioni, 2023) di Vincenzo Della Mea, in cui una rete neurale è stata addestrata “vivisezionando” dodicimila poesie umane, sollevando l’indignazione social a difesa della “poesia onesta”, per dirla come Saba, p.68.
Il colossale furto d’identità e i dilemmi del diritto d’autore
Il rischio futuro – si evidenzia nel libro – non è solo economico, ma esistenziale: l’I.A. sta attuando, scrive l’autrice “il più grave e colossale furto di identità mai avvenuto: la nostra essenza, l’anima”. E a fronte di ciò c’è un vuoto normativo (causato dalle lacune dell’AI Act europeo) che genera grandi dilemmi legali ed etici:
“A questo proposito – scrive Maria Teresa Infante La Marca – ricordiamo il caso recente della scrittrice giapponese Rie Kudan, che, nel gennaio 2024, vinse il famoso Akutagawa Prize con il romanzo Tokio-to Dojo-to (Tokio Sympathy Tower) e solo in seguito confessò che il 5% del contenuto narrativo era stato generato da ChatGPT, proprio allo scopo di implementare la sua creatività.
La dichiarazione della scrittrice fece scalpore e come possiamo immaginare generò un acceso dibattito nel mondo letterario del Paese del Sol Levante riguardo all’uso della I.A. ma, ad ogni modo, fu deciso di non ritirare il premio. Il milione di yen andrebbe forse suddiviso tra autrice/umana e I.A.? Infatti un altro quesito, non trascurabile, che genererà – già di fatto – sicura confusione e ricadute, non solo etiche ma anche legali, riguarda l’autorialità e la proprietà intellettuale dell’opera. Se una poesia è stata generata dalla I.A. e sottolineiamo che le alternative a ChatGPT – quasi già obsoleta – sono in rapida espansione con decine di piattaforme per la generazione di testi, a chi attribuirne la paternità?”, p.76-77.
Nel capitolo sesto spicca la citazione del sociologo Michelangelo Tagliaferri, che evidenzia come il tentativo del mercato di rendere “oggettiva” la poesia ne distrugga la portata rivoluzionaria. La vera poesia unisce tutti i sensi e genera emozioni universali capaci di scardinare le disuguaglianze e le classi sociali teorizzate da Karl Marx. Al contrario, l’Intelligenza Artificiale crea un surrogato privo della corporeità del poeta. Infante La Marca mette in guardia dal rischio del “passatempismo”, ossia l’automazione del narcisismo letterario che riduce l’arte a un hobby per annoiati. Questa dinamica minaccia il dialogo sentimentale “da atrio a ventricolo” tra autore e lettore, danneggiando l’immagine degli scrittori onesti e sollevando dubbi sulla proprietà intellettuale.
A supporto di questa tesi, nel volume c’è un analisi dello studio dei ricercatori Porter e Machery (Università di Pittsburgh, Nature Scientific Reports, novembre 2024), secondo il quale un gruppo di lettori ha preferito i versi generati da GPT-3.5 a quelli di classici come Shakespeare, Dickinson, Whitman, Plath ed Eliot. “I dati – scrive l’autrice – “hanno mostrato che le persone sottoposte all’esperimento sono state più propense a credere che le opere dell’I.A. fossero state scritte da esseri umani rispetto a quelle davvero scritte da umani”. Tuttavia, l’autrice compie uno smascheramento metodologico focalizzandosi sul campione giudicante: “L’articolo li definisce lettori non esperti e alla richiesta di dichiarare il loro rapporto con la poesia […] il 90,4% ha dichiarato di leggere poesia poche volte in un anno”.
Nel capitolo settimo Maria Teresa Infante La Marca definisce l’I.A. un’ “ascia bipenne”, uno strumento ambivalente che può elevare la vita o esasperare le iniquità. La sfida risiede, per l’autrice, nella sua governance e nella necessità di una educazione digitale e di una cultura della responsabilità collettiva al fine di evitare una spersonalizzazione radicale, tant’è che richiama il monito di Papa Francesco del 2024, il quale auspicava che i progressi tecnologici siano al servizio della fraternità umana e della pace. Questo argine è fondamentale perché la macchina ci sta “clonando” in un modo moralmente indifferente, causando l’imitazione di comportamenti umani senza comprenderne le implicazioni. Contro l’efficienza istantanea della macchina, l’autrice difende la sacralità del percorso di apprendimento citando il matematico Carl Friedrich Gauss e la spinta letteraria de Il sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, per ribadire che l’attesa e l’atto di arrivare alla conoscenza sono intrinsecamente più gratificanti del possesso stesso.
La macchina non potrà mai vivere l’estasi contemplativa della ricerca della parola né comunicare empatia o fede, di conseguenza la poesia si configura come l’ultima roccaforte contro l’annichilimento delle coscienze. Infine, Infante La Marca traccia un parallelismo tra la fisica quantistica e l’arte: se il tempo cronologico non esiste e il domani è imprevedibile , la poesia vince il tempo e lo ingloba in un eterno presente.
La missione del vate e la poesia come resistenza biologica
L’ultimo capitolo di questa coinvolgente opera evidenzia come la sopravvivenza di un popolo dipenda dalla conservazione della sua matrice culturale. I poeti sono i custodi storici della memoria, e in questa direzione l’autrice integrando il parere di Sandro Gros-Pietro — secondo cui i poeti mitizzano la storia umana — traccia una mappatura lirica mondiale in cui gli autori incarnano le proprie terre: l’autrice cita Mihai Eminescu per la Romania, Léopold Sédar Senghor per il Senegal, l’egziano Hafez Ibrahim, Tang Du Fu poeta cinese, fino a Omero, García Lorca, Ungaretti, Dante Alighieri e altri, sostenendo che il poeta è un “anarchico sentimentale” guidato dall’urgenza di testimoniare la storia, e la sua parola superando i confini geografici, si rivela come una forma di connessione spirituale e di profonda diplomazia internazionale.
Maria Teresa Infante La Marca si sofferma drammaticamente sulla contemporaneità, citando gli oltre sessanta conflitti che feriscono il pianeta (Ucraina, Russia, Palestina, Israele, Iran, Messico, Sudan, etc.) e affermando: “...i poeti di molte di queste nazioni stanno cercando di custodire la propria cultura, rinforzandone la memoria attraverso la poesia per far giungere in ogni luogo l’urlo della sofferenza e dell’angoscia […] affinché si possa comprendere, si possa annullare la distanza del dolore e del sangue…”, p.99. Il poeta umano si fa così “documentarista diretto” del trauma collettivo, diffondendo versi strazianti sui social e in raccolte editoriali per generare humana pietas ed empatia.
Nelle conclusioni, Infante l’autrice definisce l’I.A. priva di controllo etico e un “cancro invasivo” e afferma che l’unica cura è il ritorno alla cultura e alla dignità artistica, tant’è che il volume si chiude con una nota di speranza affidata a Walt Whitman (Oh Capitano! mio Capitano!): la nave ha superato la tempesta della spersonalizzazione tecnologica e l’essere umano è pronto a riscrivere la propria storia a mano libera.
Senza alcun dubbio, questo saggio è un appello dell’autrice all’algor-etica e a un nuovo illuminismo digitale; non è un rifiuto aprioristico della modernità, bensì un invito politico e morale a governarla. La poesia, intesa come antimerce eroica, ne esce vincitrice e come un baluardo in cui l’essere umano, come la nave di Whitman, può ancora rivendicare la propria libertà e continuare a scrivere la storia a mano libera. E’ un’opera indispensabile per chiunque voglia comprendere dove finisce il calcolo della macchina e dove inizia, immutabile, la profondità dell’anima umana.
Anche l’ampia e variegata sitografia presente nel volume rappresenta il fulcro metodologico di un’indagine interdisciplinare all’avanguardia, condotta dall’autrice con una visione intellettuale che si colloca al crocevia tra neuroscienze e informatica, filosofia della mente e discipline umanistiche, offrendo una riflessione cruciale sul futuro della creatività umana nell’era dell’Intelligenza Artificiale. L’opera di Infante La Marca piace perché non si limita a un esercizio di critica letteraria, ma si configura come uno studio pionieristico di ecologia culturale e scientifica che dimostra, con rigore metodologico, come la tecnologia stia cambiando l’arte, offrendo al lettore gli strumenti critici necessari per comprendere e governare l’impatto delle macchine pensanti sulla spiritualità e sull’espressività umana.


