
La poesia, oggi più che mai, continua a interrogare l’uomo, a raccontarne le inquietudini e a offrire uno spazio di riflessione profonda in una società sempre più veloce e frammentata. Abbiamo incontrato il poeta Domenico Pisana, voce autorevole del panorama culturale contemporaneo e con rapporti letterari a livello nazionale e internazionale, per approfondire il valore della poesia come strumento capace di indagare la dimensione etica e spirituale dell’esistenza, andando oltre le apparenze per cogliere il senso più autentico dell’esperienza umana. Un percorso che, nei suoi versi, si nutre di un continuo dialogo tra tradizione e contemporaneità, dove la memoria culturale diventa radice viva e punto di partenza per interpretare il presente. In un tempo dominato dalla rapidità dei linguaggi digitali, al poeta Pisana abbiamo chiesto anche quale messaggio lasciare ai giovani che si avvicinano alla scrittura poetica, alla ricerca di uno spazio espressivo autentico.
Professore Pisana, nella sua produzione poetica emerge spesso una forte dimensione etica e spirituale: quanto conta oggi la poesia come strumento di riflessione sull’uomo e sulla società?
Ritengo che la poesia debba oggi essere ripensata in “senso intuizionista”, cioè nella direzione dell’ “intu-ire”, cioè dell’ entrare dentro questo nostro tempo per fare venire alla luce il “perché” questa nostra società post moderna sta andando sempre più alla deriva.
Dentro alla rilevante fioritura di poeti contemporanei, ritengo sia necessario trovare “convergenze di poetica” che siano frutto di una “intuizione della storia”, in grado di trasformarsi in arte e comunicazione poetica. Fare poesia non è certo un mestiere, e non può essere neanche un gioco, un passatempo di anime belle, né lo sfogo di emozioni che coinvolgono il sentimento.
Serve una poesia che vada nella direzione di una visione “soteriologica e ri-costruttrice” dell’esistenza e come “atto profetico” in grado di aiutare l’uomo a leggere dal di dentro se stesso, i suoi rapporti con l’altro, con la società e con il mondo, superando quel minimalismo che ripete il passato perpetuando la stagnazione e confermando l’idea che i poeti sono tutti uguali, direi interscambiabili, imitabili e privi di originalità.
In questo nostro tempo caratterizzato da una caduta di umanesimo a tutti i livelli: sociale, economico, scientifico, politico, auspico una poesia capace di entrare dentro le macerie interiori dell’esistenza per ricostruirla e rianimarla; una poesia capace di fare incontrare “interiorità e realtà”, nonché di interrogare la vita, provocare domande, seminare dubbi e inquietudini, aprendo varchi di riflessione, spazi d’indagine dentro i quali il poeta possa indicare all’uomo contemporaneo, con una immagine, un simbolo, un verso, una metafora, che c’è qualcosa, che c’è – montalianamente parlando – un “oltre”, un “varco”, un “più in là” verso cui bisogna cercare.
Nei suoi versi si intrecciano tradizione e contemporaneità: come riesce a mantenere questo equilibrio e quale ruolo attribuisce alla memoria culturale nel suo lavoro?
Si, è vero, nei mei versi si intrecciano tradizione e contemporaneità. Ogni epoca storica ha avuto i suoi poeti. Dai tempi delle mitologie, delle antiche letterature orientali, dalle Teogonie di Esiodo e dai lirici greci ai poemi omerici, per passare a Dante, Petrarca e fino al XX secolo, la poesia ha avuto le sue figure e i suoi personaggi di grande rilievo, che hanno lasciato un segno nella storia della letteratura. Pur riconoscendo che il patrimonio poetico che abbiamo alle spalle continua, in un modo o in un altro, ad avere proiezioni ed influenze sul nostro tempo, il mio sguardo vuole posarsi sulla poesia contemporanea, con l’obiettivo di ripensarla rispetto alla condizione esistenziale dell’uomo di oggi. Ripensarla in quale direzione!
Io credo che oggi la poesia debba connotarsi come uno “spazio di domanda”, spazio aperto, dove il lettore, come in un’agorà, può entrare e uscire, lasciarsi contaminare o rimanere indifferente. Credo nel poeta essere pensante e comunicante in una data terra e in un dato contesto sociale e la cui parola è efficace non semplicemente perché suscita emozioni, ma perché si situa nel contesto in cui si esprime come “dabar”, parola ebraica che indica una “creazione”, un disegno che si deve realizzare, indica non una ripetizione, una “imitazione”, ma una “nuova esistenza”, una “nuova umanità”.
Io credo che l’autenticità della poesia vada cercata non solo nell’ “estetica”, nell’uso delle forme metriche, stilistiche e linguistiche, ma soprattutto nell’etica, atteso che la parola estetica contiene anche “etica”. Questo nostro tempo credo possa riavvicinarsi alla poesia se essa diventa la “coscienza pensante” di quel sentimento etico comune che sta palesemente soffrendo di fronte all’ “umanesimo ferito” della contemporaneità. Il poeta non possiede la verità, come non la possiede
alcun uomo; ma il poeta la intuisce e si dirige verso di essa per indagarla, scoprirla, denudarla e, una volta compresa, indicarla sia con il cuore che con la mente ricorrendo al verso.
Che messaggio si sente di lasciare ai giovani che si avvicinano alla poesia e alla scrittura in un’epoca dominata dalla velocità e dai linguaggi digitali?
Dico ai giovani che la poesia non è la distrazione di un momento né un tranquillante di rassegnazione, né una illusione intellettuale e sentimentale, ma la “voce necessaria di un dissidente” della società contemporanea già falsata dall’alienazione economica e da altre alienazioni. La poesia potrà essere più o meno bella, ma deve avere a che fare con la realtà storica delle persone sia nella loro singolarità che socialità, sia nella loro spiritualità che relazionalità;
La poesia è e sarà sempre necessaria perché non è altro che l’assunzione della vita nel suo essere e nel suo divenire, nel progredire e anche regredire, nel suo gioire e nel suo soffrire, nel suo migliorarsi e umanizzarsi, nella sua bellezza e nella sua bruttezza, nella immanenza e nella sua trascendenza, nella sua spiritualità e nella sua conoscenza, nella sua apertura e nella sua chiusura.
Se dalla poesia togliamo la vita, resta solo la struttura metrica!
Se andiamo un po’ indietro, già Giuseppe Parini (scrittore e poeta del XVIII secolo) nel “Discorso sopra la poesia”, sostiene che la poesia non è necessaria come il pane, né utile come l’asino, tuttavia, se usata bene, può rendere felice l’uomo, poiché anche il piacere estetico contribuisce alla felicità pubblica e privata. Inoltre può avere un’utilità morale; difatti, analogamente alla religione, alla legge e alla politica, alla poesia si può attribuire un valore etico, di impegno civile e sociale.
Dico ai giovani che la poesia anche nell’era digitale serve perché il poeta parla non solo per sé ma per tutti; la poesia è una forza quasi magmatica, perché in essa c’è l’eruzione della scrittura che crea, provoca, divelle, placa, denuncia, conforta. Il poeta è utile se usa la penna non come semplice strumento per scrivere i propri pensieri e sentimenti, ma per offrire a chi lo ascolta un’ancora cui aggrapparsi per riflettere, per staccarsi dalla massa, per cogliere il senso critico e più profondo delle cose. Dalla penna del poeta scaturiscono, è vero, sogni e costruzioni di mondi che possono sembrare irrealizzabili , ma i suoi versi possono diventare una lama a doppio taglio, un canto, che si fa “urlo”, “spia” capace di “rivelare l’etre”, cioè l’essere e la condizione dell’interiorità umana, sia a livello universale che sul piano personale.
Piero Giunta
Direttore Radio Dimensione Suono – Ispica


