
C’è in questo momento un acceso dibattito sulla libertà d’espressione. Sono stati in parecchi a sollevare il problema (ad esempio, Cacciari, Canfora, Pierfranco Bruni,) con riferimento alla procedura burocratica e al “lasciapassare” per accedere allo spazio pubblico relativamente alla Fiera di Roma “Più libri, più liberi”. Certo è che quando una democrazia comincia a scivolare, quasi senza accorgersene, verso forme di controllo sottili ma implacabili, significa che siamo arrivati alla nascita della burocrazia dell’anima: l’introduzione di moduli, firme e dichiarazioni di fedeltà ideologica come prerequisito per poter esistere nello spazio pubblico della cultura.
Il recente caso sollevato attorno alla richiesta di sottoscrivere una formale dichiarazione di antifascismo per poter esporre nelle fiere editoriali è il sintomo macroscopico di questa deriva. Quello che viene presentato come un innocuo atto di civismo e di difesa dei valori costituzionali, nasconde in realtà un meccanismo profondamente illiberale: la trasformazione di un diritto in una concessione governata da una dogana morale.
Lo Stato etico e la trappola del conformismo
Il principio cardine del liberalismo e dell’articolo 21 della nostra Costituzione è semplice: lo Stato garantisce lo spazio pubblico affinché tutte le idee possano confrontarsi e persino scontrarsi, purché nei limiti delle leggi. La piazza è pubblica proprio perché non chiede tessere d’ingresso ideologiche. Quando però l’accesso alla cultura viene subordinato a una “certificazione di conformità”, la piazza smette di essere di tutti e diventa di regime.
Non siamo di fronte alla censura classica che taglia o proibisce; siamo di fronte a una censura produttiva, che obbliga ad aggiungere. Ti permette di parlare, ma solo se prima hai timbrato il cartellino del pensiero dominante. È la pretesa di una parte politica di farsi “etica di Stato”, stabilendo chi fa parte dei “buoni” e chi dei “cattivi”. Ma la storia ci insegna che, una volta inaugurato questo dispositivo, l’asticella della purezza si sposterà sempre più in là. Oggi si firma per l’antifascismo, domani potrebbe essere richiesto un giuramento di fedeltà all’atlantismo, all’ambientalismo di volta in volta decretato corretto, o a qualsiasi altra ortodossia del momento.
Viene in mente il filosofo Emil Cioran quando scriveva che nel momento in cui tutti sono obbligati a dichiararsi innocenti, l’innocenza è già morta. Allo stesso modo, quando l’antifascismo diventa una clausola contrattuale per vendere un libro, l’antifascismo stesso viene svuotato, ridotto a rito civile obbligatorio, a pura liturgia burocratica.
Questo meccanismo rappresenta il più grande tradimento proprio di quel pensiero libero( pensiamo a Silone, Camus, Salvemini) che lottò contro l’obbligo del giuramento fascista imposto ai professori nel 1931. Ma tradisce anche la lezione di Norberto Bobbio, uno dei massimi filosofi del diritto e della politica in Italia, di estrazione laica e azionista, che ha sempre spiegato che la democrazia si fonda sulle regole del gioco, non sull’imposizione di una verità di Stato. Per Bobbio il presupposto della democrazia è la diversità, non l’unanimità. Quando si pretende l’unanimità attraverso una formula, si esce dalla democrazia e si entra nell’ortodossia.
Pasolini, negli ultimi anni della sua vita (in particolare negli Scritti corsari), aveva intuito che il pericolo del futuro non sarebbe stato il ritorno del vecchio fascismo in camicia nera, ma un totalitarismo molto più sottile: quello dei consumi, del linguaggio unico e del conformismo progressista; dagli scritti e articoli di Pasolini emergeva che il nuovo fascismo non aveva più bisogno di divise o di adunate. È un potere che impone un’omologazione culturale totale, che si maschera dietro i valori della tolleranza e della democrazia per distruggere ogni reale alterità.
Hannah Arendt nel suo capolavoro Le origini del totalitarismo e in La banalità del male, spiega che i regimi più oppressivi non nascono solo dalla violenza, ma dalla progressiva trasformazione della politica in “amministrazione”, dove l’uomo smette di pensare e si limita a compilare moduli o seguire regolamenti: Il suddito ideale del regime totalitario – si legge in Le origini del totalitarismo del 1951- non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’uomo per il quale la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso, non esiste più. È l’uomo che scambia la burocrazia con la morale.”
La disobbedienza come atto di libertà
Dire “no” a questo modulo non ha nulla a che fare con la difesa del fascismo; significa, al contrario, difendere l’essenza stessa della libertà. Significa ricordare che la cultura, se è autentica, deve essere rischiosa, tragica, persino scomoda. Lo spazio culturale deve poter ospitare le contraddizioni di Dostoevskij e le derive di Céline, la filosofia di Heidegger e la testimonianza di Primo Levi, senza che a nessuno venga richiesta la patente di legittimità morale prima di aprire il libro.
Davanti al ricatto soft di una burocrazia che si fa etica, l’unica risposta autenticamente liberale è il rifiuto. Non si tratta di negoziare una postilla, ma di rifiutare il principio stesso della dogana ideologica; la cultura deve continuare a camminare tra il bene e il male senza chiedere il permesso a nessun guardiano del pensiero. Perché quando la cultura accetta il compromesso del passaporto ideologico, cessa di essere cultura e diventa, semplicemente, amministrazione del consenso.



3 commenti su “Il caso “Più libri, più liberi” e la patente dell’antifascismo…di Domenico Pisana”
Da incorniciare ed applicare non solo al tema culturale, ma in qualsiasi ambito delle nostre vite da un paio di decenni a questa parte, con una forte accelerata nell’ultimo quinquiennio.
Sei antifascista? Altrimenti sei fascista.
Sei vaccinato? Altrimenti sei un untore e vai ghettizzato, non credi nel dio scienza.
Sei slava ukraini? Altrimenti sei un putiniano, complottista e terrapiattista.
Sei sionista? Altrimenti sei antisemita.
Sei trumpiano? Risposta diversa possibile in base al tema trattato. Se appoggi le politiche di Trump su Israele tutto bene,
filoatlantista, etc, se appoggi le politiche di Trump con putin sei un pazzo guerrafondaio.
Sei cattolico? Allora sei patriarcale, medievale.
Questa è l’alta morale intellettuale del popolino di questo secolo, tutto incasellato con precise domande e risposte, secondo la voce del padrone.
Ma cosa diamine abbiamo ereditato dai greci, dai romani e dai filosofi e grandi pensatori dell’umanità, per ritrovarci con gente divenuta di così bassa estrazione culturale? In qualche decennio siamo tornati alla preistoria del pensiero umano.
Ringraziamo l’americanizzazione della penisola, la protestantizzazione, i media, la censura di cui mai si è stati liberi, l’apostasia ceduta in nome di credenze evolutive, e chiunque con potere mediatico che fa da tromba al giradischi.
Nella sostanza parlando di certi argomenti, specie quelli che debbono rimanere intoccabili, se ti azzardi a parlarne o basta nominarlo susciti irrigidimento e rischi di farti molti nemici non prima del “giudizio”. Che spesso sono dei giudizi non motivati ma solo perchè non hai detto la cosa che piace sentire.
O meglio quello che ci ripetono all’infinito senza accorgerci quanto siamo pilotati.
Nessuno o pochi di qualsiasi fede politica, ceto sociale, culturale, di orientamento ti vuole ascoltare se non allineato ad un certo pensiero.
Quello che dimentichiamo è che non esiste libertà se qualcuno ti obbliga a qualcosa. Specie nel pensiero!
Qualunque sia l’argomento non ne dobbiamo parlare o sorvolare perchè dobbiamo essere ubbidienti a qualcosa e poi perchè abbiamo sempre un nemico immaginario da combattere e a cui pensare. Se il nemico vero e proprio non l’abbiamo, c’è lo inventiamo. Ad esempio se ricordate qualche tempo fa era tornato il fascismo ed era quasi salito al potere. Guai chi si azzardava a dissentire. Fortuna volle che i comunisti con un Bella Ciao risolverono quella guerra.
Non è nemmeno un caso la parola magica coniata di recente: Il politicamente corretto.
Che se ci pensiamo bene, questa parola è pure offensiva per chi avverso alle imposizioni.
Quindi Prof. Pisana anche un libro dev’essere politicamente corretto e l’autore non è esente da responsabilità assecondando il tutto. Ma la cosa che trovo buffa è che seguendo i vari protocolli non sei responsabile di nulla. Anzi sei un cittadino modello. Secondo me il tranello è qui!
Senza tante filosofie il discorso è semplicemente uno : o di riconosci nella Costituzione Italiana, nata da tutto l’arco parlamentare, oppure no! Non occorre scrivere tanti fronzoli!