
Un interessante saggio che affronta l’impatto dell’intelligenza artificiale nella nostra quotidianità e nella cultura contemporanea, adottando un approccio ironico, riflessivo e, come dice il sottotitolo stesso, “semiserio”, è quello che offre al lettore il libro “Ridatemi la favola. Critica semiseria (non certo spietata) sull’IA” , della scrittrice siracusana Gioia Pace, Algra Editore nel 2025.
Un libro che, citando le Lezioni americane di Italo Calvino, ci ricorda come i cartoni animati classici e le illustrazioni non fossero un passatempo passivo, ma una vera scuola di immaginazione, creatività e composizione, arricchita dalle grandi colonne sonore (Mary Poppins) che univano le persone sconfiggendo la solitudine.
Già nell’ introduzione al volume, la scrittrice evidenzia come oggi il mondo sia dominato dal clic e dal digitale e dalle grandi piattaforme Amazon, Facebook, Netflix e Google, che non sono semplici servizi, ma “guardiani delle informazioni” e manipolatori di desideri, capaci persino di replicare la voce umana per ingannarci.
Questa delega tecnologica, che tocca anche i sentimenti (l’amore cercato sulle app) minacciando il futuro della cultura, viene molto stigmatizzata da Gioia Pace, che si domanda se nel 2050 si leggerà ancora Dante o se l’Intelligenza Artificiale appiattirà i classici e la letteratura su interpretazioni fredde e tecnologiche, e avvertendo altresì il rischio concreto descritto nel romanzo di Zafón “Cimitero dei libri dimenticati”, luogo “dove riposano i libri che nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, i libri cancellati dall’oblio e troveremo il nostro libro per destreggiarci nel tempo”, p.11.
Ciò che piace di questo volume, è la convinta resistenza umanistica di Gioia Pace, la quale crede molto, nonostante l’informatica odierna rischia di mandare in soffitta il sapere tradizionale, nel ruolo del libro cartaceo come oggetto di salvezza, e nel fatto che esso mantenga un superpotere: non ha bisogno di energia elettrica, perché il libro parla, dialoga, arricchisce il vocabolario e custodisce l’innocenza.
Insomma, c’è nel pensiero di Gioia Pace una fiera difesa del libro, indispensabile per la crescita critica dei figli e dei nipoti, nonché l’invito a non lasciarsi assorbire completamente da algoritmi, Alexa o Siri, e a non fare la fine dei protagonisti di Fahrenheit 451 o di Storia di una ladra di libri, costretti a rubare o nascondere i volumi per salvarli. Rilevante, a riguardo, la citazione che la scrittrice fa di Jean-Philippe De Tonnac, il quale dice: “I libri sono l’esatto riflesso delle aspirazioni e delle attitudini di un’umanità alla ricerca di crescita e miglioramento [ ….] Ci seguiranno come ombre fedeli fino alla fine del tempo e ci parleranno senza mentire di ciò che siamo stati e soprattutto di ciò che siamo”, p.14.
La digitalizzazione e la tecnologia
Nel primo capitolo del libro, dal titolo La favola che cos’è, pp.17-59, Gioia Pace offre una sapiente e colta interpretazione del valore narrativo e pedagogico della favola, e cita il pensiero di Pablo Neruda che afferma: Ognuno ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo. Ha bisogno di qualcuno che con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti. A fronte della perdita della dimensione fantastica e del progresso algoritmico che rischia di anestetizzare la capacità umana di sognare, di inventare e stupirsi, la scrittrice siracusana difende ed esalta la funzione della favola tradizionale quale massima espressione di creatività, descrivendola non come semplice passatempo per bambini, ma come pilastro fondamentale, insieme alla fiaba, della crescita emotiva, della fantasia e delle relazioni umane.
L’autrice sviluppa la sua tesi attraverso due grandi direttrici. Anzitutto denuncia con forza l’uso precoce degli smartphone , sottolineando come oggi i bambini hanno il “viso sperduto nel nulla”, isolati nel chiasso o nel silenzio degli adulti, e con genitori e nonni che, per mancanza di tempo, delegano il racconto a un “robottino di plastica” o a un algoritmo, cosa che, secondo l’autrice, rende la favola piatta e priva di traccia nella memoria emotiva del bambino.
Gioia Pace avverte il rischio che l’Intelligenza Artificiale e la tecnologia finiscano per “rubare il cervello” e l’anima dell’essere umano, ingabbiando le vite e riducendo le emozioni a mero storytelling commerciale. Nonostante l’avanzata del digitale, l’autrice dimostra che la favola mantiene intatta la sua purezza, quindi attraverso una ricca carrellata storica e letteraria, che va dalle origini con Esopo e Fedro, passando per Le Mille e una notte, fino a La Fontaine, I fratelli Grimm, Perrault e Gianni Rodari, evidenzia che le storie insegnano norme di sopravvivenza e morali universali, abituano i bambini ad affrontare le difficoltà della vita reale, toccando temi moderni come l’inquinamento climatico e la solitudine esistenziale.
Riprendendo poi Il Piccolo Principe di Saint-Exupéry (la necessità di “creare legami” e il fatto che l’essenziale è invisibile agli occhi) e, altresì, l’enciclica Dilexit nos di Papa Francesco, Gioia Pace afferma che solo il cuore, la poesia e l’amore possono salvare l’essere umano dall’aridità delle macchine. Significativo, in questa direzione, è il riferimento all’opera Due minuti per una favola di Annamaria Piccione, ove si “narra di un papà che non ha più storie da raccontare, perché la sua fantasia è esaurita e chiede aiuto a una sua vecchia amica d’infanzia, la fata Luccichina, la quale corre subito ad aiutarlo e alla fine, oltre a fornirgli 30 favole, gli chiede di non dimenticare le quattro F . Che cosa sono? Ma dai, lo sanno tutti. Fede, Felicità, Fantasia e Fortuna. Quattro F che riempiono la vita. Perché la vita sarebbe inutile senza la Fede, vuota senza la Felicità, triste senza la Fantasia e difficile senza un pizzico di Fortuna”, pp.20-30.
L’intelligenza artificiale – si domanda Gioia Pace – conosce le quattro F?, può un drone, un algoritmo avere fede e capire la scelta in Cristo o spiegare l’infinito? Può scommettere sul mistero che avvolge la vita umana? Se la matematica favorisce il lavoro rendendolo meno pesante e i rischi si riducono o si annullano, può la gente credere agli eventi prodigiosi, alla fantasia e sentirsi beatamente felice con C’era una volta?
Interessante, a riguardo, il pensiero di Annamaria Piccione che Gioia Pace riporta a p. 30: “Scrivo favole perché mi diverto. Scrivo favole per incontrare gente speciale. Scrivo favole per ritrovare i miei sogni bambini. Scrivo favole per impedire agli altri di raccontarmene, spacciandole come realtà”
Ciò che emerge già dal primo capitolo di questo interessante volume, è che la tecnologia e la digitalizzazione sono “analfabete” di fronte alla complessità dei sentimenti umani. Raccontare e ascoltare favole è un atto di resistenza: serve a fermare il tempo, a creare empatia e a difendere la nostra consapevolezza interiore dall’abbrutimento tecnologico. Come ricordava Luigi Capuana, la fiaba è un “toccasana” e un rifugio necessario, oggi più che mai, per credere che il bene possa ancora trionfare.
Dal mondo digitale a quello dell’Intelligenza Artificiale
Nel secondo capitolo del libro, dal titolo “Il mondo che temo stia scomparendo”, Gioia Pace approfondisce la sua critica alla modernità tecnologica, concentrandosi sul passaggio epocale dal mondo digitale a quello dell’Intelligenza Artificiale generativa. Il testo si configura come una lettera aperta e un monito per le nuove generazioni, in particolare per il nipotino citato all’inizio e alla fine del capitolo. L’autrice mette a confronto il passato , fatto di ricerca in biblioteca, di fatica della sintesi e della comprensione, con il presente, dove l’IA fornisce riassunti istantanei e risposte pronte su smartphone; cita poi uno studio dell’Università Bocconi e le tesi di Paolo Crepet e Manfred Spitzer, per evidenziare come l’abuso di smartphone a scuola causi ansia, depressione e un impoverimento del linguaggio, portando a una vera e propria “demenza emotiva”; infine appoggia la scelta del ministro Valditara di vietare i telefoni a scuola, difendendo il valore insostituibile del diario cartaceo e del disegno per dare spazio alla libertà e alla fantasia.
Gioia Pace analizza anche il rischio che le macchine sostituiscano l’affettività umana attraverso due esempi cinematografici: il film I’m your man di Maria Schrader, ove si narra la storia di una donna che si innamora di un robot programmato per essere il partner perfetto, facendo notare che, nonostante la perfezione dell’algoritmo, non esiste un vero legame affettivo né un progetto futuro: è soltanto un soliloquio che maschera la solitudine; e poi anche il film S1mone del 2002, prodotto e scritto da Andrew Taranski , in cui un regista crea un’attrice virtuale di successo, dimostrando come l’intelligenza artificiale sia in grado di ingannare l’occhio umano, rendendo ormai impossibile distinguere ciò che è reale da ciò che è simulato.
L’analisi di Gioia Pace è puntuale e severa, e pur riconoscendo l’utilità dell’IA nel semplificare compiti quotidiani (Google Maps, controlli ortografici, ), teme l’impatto sul mercato del lavoro (i 300 milioni di posti a rischio secondo Goldman Sachs) e la nascita di nuove disuguaglianze economiche tra chi sa usare queste tecnologie e chi ne è escluso. Il messaggio centrale di questo secondo capitolo è racchiuso nella citazione di Martin Heidegger: “Custodisci il tuo cuore più di ogni altra cosa, poiché da esso provengono le sorgenti della vita.”
L’autrice lancia un accorato appello a rimanere padroni del proprio domani, rifiutando di farsi sostituire o isolare dagli algoritmi, preferendo la realtà materiale e genuina; rivolge altresì l’invito a “innamorarsi della realtà”, preservando la memoria storica, l’empatia e la capacità di sentire del cuore umano di fronte all’avanzata di un mondo artificiale e disumanizzato.
La vita tra reale e virtuale
Nel terzo capitolo, intitolato “Che cosa è la realtà“, Gioia Pace affronta la crisi d’identità dell’uomo contemporaneo, sperduto in un mondo in cui il confine tra ciò che è reale e ciò che è virtuale o artificiale si sta definitivamente sgretolando.
L’autrice traccia un ricco percorso storico per mostrare come l’uomo abbia sempre cercato di definire il reale, offrendo al lettore un colto e incisivo viaggio filosofico che parte dall’antichità (Parmenide e Platone, Aristotele e San Tommaso), proseguendo per l’età moderna con Cartesio, Kant, Hegel e fino ad arrivare al Novecento, quando con Freud, Darwin e Heidegger le antiche certezze crollano, l’Io si frantuma ed Heidegger suggerisce che il linguaggio è “la casa dell’essere” e che l’uomo deve riscoprire il silenzio e l’ascolto per vivere in modo autentico.
Gioia Pace rileva come l’ipercomunicazione tecnologica abbia eliminato ogni forma di trascendenza e di silenzio meditativo, mettendo in risalto come l’uomo moderno sia intrappolato in uno sharing continuo e compulsivo (twittare, pubblicare selfie), che alimenta un “Io aggressivo” e cancella la capacità di contemplare la Natura, di pregare e di fare spazio all’anima. Citando Lezioni americane di Calvino, l’autrice ricorda come egli avesse già intuito che il mondo moderno sarebbe stato governato dalla leggerezza del software rispetto alla pesantezza dell’hardware arrivando persino a teorizzare la nascita di una “macchina letteraria” capace di scrivere da sola.
Gioia Pace spiega poi il funzionamento tecnico dell’IA e sottolinea che le macchine non “capiscono” il significato profondo delle cose: analizzano dati e imitano il pensiero umano fungendo da “specchio” delle nostre stesse menti; parlando poi dell’amore virtuale nel film Her, analizza la pellicola di Spike Jonze in cui il protagonista Theodore si innamora di Samantha, una voce generata da un sistema operativo, e facendo notare che quando però Theodore scopre che Samantha “ama” contemporaneamente centinaia di altre persone, l’illusione svanisce, a dimostrazione che nessun algoritmo può sostituire l’empatia di uno sguardo, di un abbraccio o di un litigio reale.
La scrittrice aretusea lancia, in questo terzo capitolo, alcuni messaggi fondamentali.
– L’IA è priva di anima e coscienza, nonostante la sua impressionante capacità di calcolo o la sua abilità nel simulare la voce umana;
– L’IA è “analfabeta” dal punto di vista emotivo: non può provare la pelle d’oca, non conosce l’amore cristiano, non porta il perdono e non ha una coscienza morale;
-L’IA non può essere la “luce” che guida il cammino biologico dell’uomo, perché per ritrovare la vera realtà, l’uomo deve spegnere il “frastuono acustico e visivo” dei social media e rifugiarsi nel silenzio della meditazione e della fede; solo nel silenzio si sperimenta il sublime e si entra in contatto con la propria anima.
Gioia Pace conclude ribadendo la sua preferenza per una realtà fatta di limiti umani, dialoghi di persona, letture cartacee e passioni reali, invita il lettore a non cedere il controllo della propria vita agli algoritmi, difendendo strenuamente la poesia, il calore e l’autenticità delle relazioni umane rispetto alla fredda e impeccabile finzione dei sistemi operativi.
Proprio nel campo della poesia e della letteratura, il rischio, scrive Gioia Pace riprendendo Italo Calvino nell’opera Saggi 1945-1985, “è avere benissimo macchine capaci di sostituire il poeta e lo scrittore, dato che gli sviluppi della cibernetica vertono sulle macchine capaci di apprendere, di cambiare il proprio programma, di sviluppare la propria sensibilità e i propri bisogni, e nulla ci vieta di prevedere una macchina letteraria che a un certo punto senta l’insoddisfazione del proprio tradizionalismo e si metta a proporre nuovi modi d’ intendere la scrittura e a sconvolgere completamente i propri codici.
Ma a questo punto se si usa ChatGPT e ne siamo agevolati, dove finisce il genio, l’intuizione letteraria, l’ispirazione poetica, il talento? E la mia impronta personale in che cosa consisterà? pp.102-103.
Il valore educativo e conoscitivo della favola
Nell’ultimo capitolo, “Ridatemi la favola”, che dà il titolo al libro, Gioia Pace apre una riflessione sul valore educativo e conoscitivo delle favole, supportata da una celebre citazione di Gianni Rodari: “Credo che le favole, quelle vecchie e quelle nuove, possano contribuire a educare la mente. La favola è il luogo di tutte le ipotesi: essa ci può dare delle chiavi per entrare nella realtà per strade nuove, può aiutare il bambino a conoscere il mondo”.
Per arricchire la sua tesi, l’autrice inserisce importanti contributi letterari di Calvino, Umberto Eco e Arnaldo Colasanti , facendo emergere l’idea che il passato e la memoria (personale e storica) non sono fardelli obsoleti, ma le sole radici capaci di dare un senso al presente, per cui chi non coltiva la memoria è condannato a vivere una vita piatta e manipolabile; chi la coltiva, impara a decodificare la realtà. La favola è per Gioia Pace uno strumento di libertà e di pace, l’unico spazio in cui i bambini (e gli adulti del futuro) possono imparare a guardare il mondo con il cuore, disobbedendo alla grigia omologazione tecnologica per costruire un futuro più equo, libero e felice.
Concludendo, Ridatemi la favola di Gioia Pace è un libro di grande valore e da leggere, perché il messaggio centrale dell’opera è un invito alla riscoperta della creatività autentica. L’autrice non propone un rifiuto totale della tecnologia (la critica, infatti, non è “spietata”), ma ricorda che l’algoritmo può elaborare dati, ma non possiede l’ironia, la capacità di creare vera bellezza emotiva e la libertà di pensiero; esorta il lettore a non delegare alle macchine la parte più profonda e luminosa dell’esperienza umana, e riprendersi la favola, che significa riprendersi la solarità della risata e soprattutto la voglia di ragionare e creare il bello che è attorno, perché l’intelligenza artificiale non lo saprà mai fare. Come nelle favole, l’autrice dice: “godetevi la vita in pace, liberi e felici”. E’ l’invito che rivolge al suo nipote Michele, e sicuramente estendibile anche a uomini e donne del terzo millenio:
Caro Michele ti stiamo preparando un mondo pieno di big data, fake news, robot intelligenti, piattaforme sofisticate, però tu cerca ciò che è autentico, anche se sbagliato, ma reale. Non cercare ciò che è artificiale, soprattutto se questi tempi parlano di cibo artificiale, poltiglie di eco-carne, eco-pesce, cavallette che l’ingegneria genetica e le biotecnologie sfornano nel mercato, preferisci sempre la pasta con la salsa che la mamma o la nonna con premura ti prepara.
Cerca il chiasso di una tavola imbandita dove i piatti, come nelle favole, sono pieni di cibi colorati, succulenti e profumati e le persone accanto a te parlano e discutono con vivacità, usando il saluto affettuoso e la parola cordiale, perché il dialogo ti aiuterà a crescere forte e non organizzare il tuo tempo solo con l’intelligenza artificiale e non radicalizzarti sugli algoritmi di apprendimento, organizza la tua solitudine con i libri, con le favole, con i tuoi passatempi preferiti, con l’amore per lo studio, segui la bellezza, la leggerezza e la gioia dei sensi e innamorati della realtà. (pp.87-88).



4 commenti su ““Ridatemi la favola”, il libro di Gioia Pace sull’Intelligenza Artificiale…di Domenico Pisana”
Ridatemi la favola di Gioia Pace è un libro che fa riflettere in modo semplice ma efficace su cosa stiamo diventando con l’intelligenza artificiale e la tecnologia sempre più presente nella nostra vita. Non è un testo contro il progresso, ma invita a non subirlo in modo passivo.
Una menzione al passaggio in cui l’autrice si rivolge al piccolo Michele: in un mondo pieno di algoritmi, dati e contenuti artificiali, l’invito è quello di cercare ciò che è vero, anche imperfetto, ma autentico.
Bello il richiamo alla “tavola condivisa”, alle conversazioni vere, ai libri, alle favole e alle relazioni dal vivo.
In sostanza, è un invito a non farsi “organizzare la vita” solo dalle macchine, ma a mantenere spazio per la realtà, per la creatività e per le esperienze umane semplici ma profonde.
Parafrasando e copiando Quasimodo direi:
“E COME POTEVAMO NOI CANTARE E LEGGERE FAVOLE, CON IL PIEDE DEL DISASTRO MONDIALE SOPRA IL CUORE”
Già, i nostri intellettuali sembrano preferire la favola. E non mi riferisco soltanto all’Intelligenza Artificiale, ma a tutto ciò che accade intorno a noi. È più rassicurante rifugiarsi tra fate e principesse dai colori pastello mentre il mondo brucia.
Professore Pisana, avremmo sinceramente sperato che le sue analisi si indirizzassero verso ben altre questioni. Stiamo vivendo un’epoca che nessuno avrebbe immaginato: guerre devastanti, autocrazie sempre più aggressive, crisi umanitarie e disastri che fanno impallidire molte delle tragedie che credevamo appartenere al passato. Eppure, noi continuiamo a interrogarci sulla leggerezza delle favole.
I bambini di Gaza, quelli dell’Ucraina, i poveri dimenticati del mondo, tanto celebrati da certi pseudo-religiosi che si stracciano le vesti in pubblico ma non alzano un dito nella realtà, sembrano meritare meno attenzione degli effetti dell’IA e delle sue narrazioni. “Critica semiseria (non certo spietata)”, scrive. Già, meglio che non sia spietata, magari qualcuno potrebbe restarci male. Il don Abbondio manzoniano è un coraggioso guerriero al loro cospetto, vergogna.
Curiosamente, però, la stessa prudenza raramente viene adottata quando si tratta di giudicare governanti, popoli o nazioni intere. Contro dittatori e aggressori di ogni latitudine le parole mancano. Nessun coraggio quando occorrerebbe denunciare senza ambiguità la violenza di chi semina terrore, uccide civili e minaccia i propri vicini, ma anche nei confronti di chi ci governa che ci fa vergognare da posizioni non prese o prese dalla parte sbagliata.
Ma forse vale ancora la vecchia regola: alcuni meritano la condanna senza appello, altri la comprensione preventiva.
Tutti uguali? Davvero? A giudicare da certi silenzi e da certe indignazioni selettive, sembrerebbe proprio di no.
Sogno il giorno nel quale chi ha il potere di potere dire qualcosa, chi ha le capacità espressive di indirizzare le masse, dica pane al pane e vino al vino, il giorno in cui i nostri “INTELLETTUALI” facessero il loro lavoro senza dedicarsi alle favole e senza ossequiare i potenti.
Mi perdoni chi si è urtato, ma questa è la realtà che io vedo, abbia pazienza ma invito a riflettere.
Bah ! Mah ! Boh!!! Non si può non essere d’accordo , a primo acchito tutto sembra condivisibile , plausibile e scontato e lo è . Molto in generale mi sembra che il mondo si sia “buttato” sulla scienza a discapito delle materie umanistiche : filosofia e letteratura , si preferisce cioè un approccio alla realtà di tipo materialista , logico -razionale e pragmatico ; non potrebbe essere altrimenti visto che tutto il sapere e la conoscenza sono strumentalizzati all ‘ economia capitalista , ai processi dell ‘accumulo per l ‘accumulo e reinvestimento. Le proposte sono giuste e ineccepibili , ma i meccanismi e le dinamiche in cui siamo inseriti , la loro forza e pervasivita’ mi lasciano , come intellettuale sopraffino , molto pessimista. Certo noi intellettuali dobbiamo essere ” profeti ” , umili investigatori della realtà e indicare 👉 la via , per uscire dalla grotta platonica , servendoci dell ‘ironia e della maieutica socratica , non rinunciando a buttare semi di luce , ma purtroppo il destino dell ‘umanità sembra segnato riguardo al ruolo delle nuove tecnologie artificiali nella vita quotidiana. Anche le analisi più profonde e profetiche appaiono come la “voce ” di uno che grida nel deserto 🏜 , certo agli intellettuali di fama nessuno consiglierà un tso come fanno per me umile commentatore di provincia. L ‘ uomo oggi ha bisogno di sviluppare una solida conoscenza e un grande spirito critico e essere consapevole della sua umanità e di come dispiegarla , nella contemplazione, nella sensibilità poetica e nella creatività , ma i suoi vangeli sono diventati i dépliant e gli smartfon .La forza del progresso tecnico scientifico, in particolare informatico e telematico , appare come un fiume di acciaio dove nessuno potrà arrestare o deviare la corrente . Plausibilmente l ‘uomo invoca la sua umanità intuendo i pericoli della robotizzazione , ma la vita nel tempo possiede in sé stessa dei forti condizionamenti che spingono verso il materialismo e l ‘immanentismo , mentre l ‘essere nel tempo o le modalità in cui l ‘essere si da nello spazio tempo sono di per sé stesse oniriche , svanendo nell ‘istante seguente a quello in cui si danno , da questa prospettiva l ‘intelligenza artificiale potrebbe non essere il solo problema o non essere nulla di nuovo , riguardo alla riduzione delle dimensioni umane . L ‘ uomo può già adesso vivere la sua umanità più profondamente , ma soltanto nelle dimensioni trascendenti potrà essere compiutamente .
@Lenzuolicchio di orazio ispettore privato, Voi intellettuali dovete interessarvi all’umanità, della cultura del cuore dell’uomo e non alla scienza e la tecnica, solo uomini veri e consapevoli possono utilizzare con responsabilità ciò che viene dalla scienza e dalla tecnica, è proprio l’ABC… ma ci siamo persi. Altro che favole