“Sintomi poetici”, il libro di Marisa Cossu tra realtà e verità…di Domenico Pisana

Un’opera con lirismo poetico di profonda umanità, capace di osservare con empatia le sofferenze collettive non rinunciando a sognare “nell’attesa del mistero”.
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Un viaggio introspettivo dove la parola agisce quasi come un bisturi chirurgico e con cifra stilistica e concettuale di forte intensità semantica, è sicuramente la raccolta Sintomi poetici (Guido Miano editore, 2022), di Marisa Cossu, un’autrice di origini sarde che vive a Taranto, con alle spalle un solido percorso intellettuale che ha trovato approdo in diverse raccolte poetiche e libri di saggistica: La vita bella, pensieri e parole, 2014; La carezza delle parole, 2016; Attraverso pareti di pietra, 2016; Trasparenti pareti, 2017; Di ombra e di luce, 2018; Saggi brevi, 2019; Innesti, 2020; Chiarori notturni, 20121; Enigma, 2021.
Il titolo della questa sua ultima silloge, Sintomi poetici, è già una dichiarazione di poetica che si dispiega come manifestazione esterna di uno stato interiore profondo: il sintomo, che non descrive la realtà , ma la filtra attraverso il corpo e la psiche. Il sintomo, per la poetessa, non è solo segno di malessere, ma segnale di vita e necessità di espressione.
Il corpus dell’opera poggia su una articolazione di tre sezioni creative (Sentire il tempo, Stanze segrete e Amo divinamente) che convergono nell’unità di una poetica caratterizzata da versi che cercano di colpire il centro del sentimento, e da un lessico quotidiano ma profondo, elevato e carico di un peso specifico esistenziale:

“…irrompe intanto il lampo tra le quinte
e del mistero spiega la ragione
che più m’inquieta: ora sono vinte
le umane forze, giunte a soluzione

le domande sul senso, l’emozione
mancante per l’accendersi del tuono,
indifferenza o incuria, sensazione
d’umano orgoglio dell’essere mai prono”.
(La tempesta, p.17)

Anche se le tematiche sembrano, talvolta, attraversate da cupe malinconie, Marisa Cossu non cede mai al nichilismo, anzi la sua versificazione diventa un atto di resilienza, una costante ricerca di luce attraverso le crepe dell’esperienza quotidiana, una introspezione diagnostica del dolore per poterlo, infine, superare. Il tempo in Sintomi Poetici non è lineare; spesso i ricordi affiorano come improvvise fitte, come frammenti di un mosaico che l’autrice tenta di ricomporre attraverso la memoria, che non è nostalgia passiva, ma uno strumento attivo per capire chi si è diventati nel presente: “…Bambina, uscivo da muta bellezza /come colei che nella mano stringe, scalza e felice, la nuova scoperta // di una natura certa / che i più ,senza saper , dicono morta, ma che nel cuore viva ormai risorta…”(Frutti d’autunno, p.18).
Marisa Cossu riesce a trasformare l’esperienza biografica in un canto universale, grazie a quella sua forza critica ed onestà intellettuale che le permettono di leggere la realtà ed accoglierla con tutte le sue contraddizioni, con l’intento di ricercare la verità e trasfigurarla in una versificazione che si snoda come connubio tra forma classica e indagine psicologica dell’animo umano.
Nella struttura della prima parte del volume, dal titolo Sentire il tempo, ogni immagine è un tassello di una diagnosi dell’anima che non si ferma al dolore, ma cerca sempre la “via d’uscita” verso la bellezza e l’eterno. Significativa in tal senso è la lirica La pietra: “… corpo ruvido / cuore inaridito, sempre immobile” (…) “un filo verde timido / di una speranza, forse, che lo illumini” (p. 21). Si tratta di un testo che travasa sentimenti umani su elementi inanimati; la pietra non è solo un oggetto geologico, ma diventa l’emblema di una condizione esistenziale: l’aridità, l’immobilismo e la chiusura che spesso colpiscono l’uomo moderno, mentre il “corpo ruvido” rappresenta la corazza che si costruisce per difendersi dal mondo. L’elemento tipico della poesia emerge nel finale: nonostante la pietra sia “inaridita”, essa rimane destinataria di una “speranza che la illumini“. Qui la poetica del sintomo si manifesta chiaramente: il dolore e la chiusura (la pietra) portano in sé il segno (il sintomo) di una ricerca di trascendenza.
In questa sezione, insomma, Marisa Cossu interpreta il tempo non come qualcosa da “misurare”, ma “sentire” attraverso i sensi e gli elementi primordiali. Si tratta di una dimensione fisica prima che mentale, di una percezione fenomenologica e sensoriale dell’esistere essenzializzata in poesie come Vento marino, La tempesta, Siamo nuvole, Acqua, Entrerò nella notte, Si spengono le luci, ove il “tempo” per l’autrice si manifesta attraverso tre direttrici principali: il tempo come flusso naturale( il vento, la tempesta, l’acqua); il tempo come precarietà (Siamo nuvole) e il tempo come ciclo e fine oggettivato nei versi dei testi Entrerò nella notte e Si spengono le luci, dove la notte non è solo buio, ma uno spazio d’introspezione che suggerisce un atto consapevole, una preparazione al silenzio, e dove lo spegnersi delle luci indica il momento del bilancio, quando gli stimoli esterni cessano e si rimane soli con il proprio tempo interiore:

A luci spente il buio
è una diversa luce,
un chiaro ritornare
alle forme incorrotte d’Infinito
che adesso si rivela
invisibile e vero.
M’illumina di nera inconsistenza
l’essere balbettante
immerso nel mistero
che qui compare immenso
abbracciato alle cose
cui dà nome il mio cuore.
E mentre scrivo, già la notte cade.
(Si spengono le luci, p.35).

Stanze segrete è il titolo della seconda parte della raccolta, ove Marisa Cossu passa da una visione orizzontale (il fluire delle cose) ad una visione verticale, dalle riflessioni ambientali e temporali all’interiorità di “Stanze segrete” ove la poetica assume un cambiamento di prospettiva profondo: se prima l’occhio guardava il mondo, qui l’occhio dell’autrice si volge all’interno, verso l’architettura dell’anima. Le stanze della poetessa diventano luoghi di memoria e custodia dove si conservano le radici (Generazioni); spazi di isolamento dove il dolore o il vuoto si fanno tangibili; santuari dell’essere, cioè luoghi protetti dal rumore del mondo, ma non per questo sereni, poiché pieni di domande irrisolte.
Molto suggestive sono le poesie La vita e Vita grama, ove Marisa Cossu non idealizza l’esistenza, ma evoca la fatica, la durezza del quotidiano, il lato scarno e privo di ornamenti del vivere:

“La vita che finisce – ed è la stessa
della nascente gioia – non ha senso;
forse è un atto di fede , la parola
che indica l’esistere
e l’esistito insieme…”( La vita, p. 51);

“…Dell’apparenza non mi prendo cura,
poco mi basta: son senza dimora,
compagni occasionali, se mi gira,
e fischiettando una giornata intera
sono cicala che mai niente impara” (Vita grama, p. 60).

La poetessa entra con i suoi versi anche nel vuoto e nell’inconoscibile, come emerge dalle poesie Il buco nero e Lo spessore del vuoto, titoli di impatto scientifico e filosofico i quali suggeriscono che l’identità umana è fatta di compartimenti stagni, di “buchi neri” interiori e di una lotta costante tra il desiderio di riempire il vuoto e l’accettazione della propria fragilità, e che suggeriscono altresì l’idea che al centro della persona non c’è sempre una risposta, ma talvolta un’assenza che ha un suo “peso” (lo spessore). Il vuoto è, per la poetessa, una presenza ingombrante che preme sulle pareti dell’anima: “…Del bene vissuto non resta / che lieve profumo di rose lasciate a se stesse /nel vuoto spessore notturno di fragili cose, riflesso di luna: l’amore così si consuma”, p. 58.
Il titolo della terza parte, Amo divinamente, segna infine il culmine lirico e spirituale dell’intera raccolta. Dopo aver esplorato il fluire del tempo e i corridoi bui dell’interiorità, Marisa Cossù approda a una dimensione di trascendenza.
L’avverbio “divinamente” non indica solo un’intensità fuori dal comune, ma suggerisce che l’amore è per la poetessa la forza che connette l’umano al sacro, l’effimero all’eterno.
Ciò che piace di questa ultima parte del volume, è la capacità di declinare il senso dell’ amore in forme diverse: mitologico, filiale, universale e salvifico. Il richiamo di figure come Andromaca e Saffo suggerisce una continuità colta e universale del sentimento; se Andromaca rappresenta l’amore coniugale e materno segnato dal dolore e dal sacrificio e che resiste alla tragedia della guerra( “…Ahi! dolce sposa, presaga del lutto, / Cogli l’Amore nell’abbraccio estremo, Ama questo momento d’infinito.”, p. 68), Saffo evoca la passione pura, il desiderio che si fa canto e poesia:

“Se vuoi vieni con me,
indossa la tua veste profumata,
la trasparenza vaga come il tempo,
ti sia leggiadro il tempo…”, p.70.

Attraverso il mito, Marisa Cossu riesce così ad elevare il “sintomo” amoroso a una dimensione atemporale: amare oggi significa ripercorrere i passi di chi ha amato nei secoli. Ma nei suoi versi c’è anche l’amore familiare che emerge dalla poesia A mia madre per sottolineare che l’amore affonda le sue radici nell’origine della vita, è un amore di gratitudine e di riconoscimento di un legame che supera la morte fisica, diventando una presenza spirituale costante, tant’è che la poetessa trasfigura il legame con la madre in versi di chiara bellezza semantica:

“ Mi passa accanto il tuo profumo, madre,
come in un soffio che per l’aria spira…”;

“…Mi sfiori e non so più da dove viene
il ritorno dell’ombra…”

“Madre sei qui, ma non ti fermi mai,
di nuovo in sogno forse a me verrai”, p. 79.

L’amore è per Marisa Cossu una prospettiva, un varco necessario per dare senso alla vita, è una uscita dalle “Stanze segrete” per dire all’esterno che l’amore è l’unica medicina possibile contro il “buco nero” e la “vita grama”. Non è un sentimento astratto, ma un’attitudine attiva verso il futuro. La vera essenza del sentire è dunque, per la poetessa, l’amore, e prova ne è la sua poesia “Amo”, che è una dichiarazione di esistenza. Mutuando un detto cartesiano, l’autrice sembra dire al lettore: “Io amo, dunque sono”:

Amo il tronco vestito di silenzio
e la sua quiete annosa,
i rami come fili di capelli,
o sparse foglie destinate al vento.
Amo l’ombra esistita, la tua ombra,
e l’annidarsi in essa dell’attesa
-non so di quale altrove –
nell’appassire di albero ferito.
Amo te che mi sfuggi
nel rassegnato spegnersi del giorno
in questo sogno breve
amo divinamente.
(Amo, p. 63)

In questa lirica di forte dolcezza e malinconia, la poetessa sembra elevare al cielo una forma di preghiera laica, ricorrendo: alla metafora dell’albero, simbolo di una vita che resiste ma che accetta la propria nudità; alla trasfigurazione dell’ombra, ovvero di ciò che resta nel ricordo; e ancora all’immagine dell’amore che sfugge: “Amo te che mi sfuggi / nel rassegnato spegnersi del giorno.”
In questa ultima parte della raccolta, la parola poetica di Marisa Cossu diventa quasi terapeutica, lasciando un messaggio che connota l’amore come forza che aiuta a guardare oltre lo “spessore del vuoto” e come l’unica forza capace di dare un senso al tempo che passa e di riempire il vuoto delle stanze segrete.
Dal punto vista stilistico e formale, la caratteristica di questa raccolta è l’indicazione che l’autrice, dà, in calce alle poesie, in ordine alla forma metrica utilizzata (sonetto, distico elegiaco, asclepiadeo, ecc.) per la realizzazione della poesia; certo è che si tratta di una metrica che racchiude sentimenti “magmatici” trasformati in arte, e accompagnati, come sottolinea il prefatore, dal ritmo del cuore, oltre che da un palpito dell’anima e da un logos che non si ferma al dolore, ma cerca sempre la “via d’uscita” verso la bellezza e l’eterno.
Concludendo, la raccolta Sintomi poetici è una meravigliosa testimonianza di un “io intimo e immaginifico” che porta sulla pagina sentimenti e sensazioni trasfigurati con attenti e misurati sviluppi ritmici, e con un ordinamento morfosintattico che evidenzia il superamento dei limiti spazio-temporali dell’esistenza umana.
L’opera di Marisa Cossu si configura, senza dubbio, come estensione lirica di un’interiorità profondamente legata alla musicalità del sentire. La sua scrittura non è mera composizione, ma ricerca armonica che traduce le pulsioni dell’anima in un’antologia di alti valori etici: dalla solidarietà consapevole alla celebrazione degli affetti più autentici.
Il lirismo della sua poetica non si rifugia mai nell’astrazione, ma si confronta coraggiosamente con le asprezze del reale; la sua sensibilità poetica si volge verso le zone d’ombra dell’esperienza umana, esplorando con partecipazione il disagio, la miseria e quelle solitudini esistenziali che gravano sulla condizione moderna. Ne emerge, così, un ritratto poetico di profonda umanità, capace di equilibrare la gioia del vivere con le fragilità del mondo, e di osservare con empatia le sofferenze collettive non rinunciando, afferma Marisa Cossu, a sognare “nell’attesa del mistero”:

“…Non si sa quanto il sogno poi sia vero,
se ci sarà la porta spalancata,
se un’altra storia ci sarà donata;
viviamo nell’attesa del mistero…”
(Tornando a casa, p.76)

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