
MODICA, 25 Luglio 2026 – Modica svelata attraverso la lente della poesia e della meraviglia. È questo il ritratto che il poeta e scrittore Franco Arminio ha dedicato alla città barocca, in occasione della sua visita per la presentazione del suo ultimo libro. Parole che scavano nell’anima del paesaggio urbano, trasformando pietra, scale e tetti in una profonda riflessione sull’essere umano.
L’omaggio di Arminio si apre con un interrogativo carico di stupore: “Voglio sapere chi l’ha compiuto questo miracolo che si chiama Modica”. Il poeta immagina i costruttori della città come “i muratori del paradiso” che hanno edificato scale, balconi, portali e posato ogni singola tegola. È un miracolo che, tuttavia, richiede vicinanza per essere compreso intimamente, sfuggendo a chi osserva da lontano, incapace di scorgere la vita segreta che pulsa dietro le finestre — che si tratti di un ammalato, di una donna da poco vedova o di un gatto addormentato sul divano.
Nella visione di Arminio, Modica appare come “una vasta ragnatela posata sul paesaggio”. Non un’architettura pensata per l’attesa di una preda, bensì uno spazio e un modo “per abitare insieme, di farsi compagnia nella crudeltà del tempo che passa”.
Il testo traccia poi un suggestivo parallelo con Matera: se nella città dei Sassi l’impegno collettivo appare scavato “con le unghie”, a Modica la stessa forza generatrice si è tradotta nell’innalzamento di cento chiese. Le case assumono così la forma di un imbuto, somigliando a “rondini fissate in un cielo di pietra”.
La descrizione urbana si fa, infine, universale. A Modica, osserva il poeta, esiste simbolicamente “una sola strada” in cui tutte le altre confluiscono come ruscelli. Un’armonia geometrica che si specchia nell’esistenza stessa: “e forse c’è un solo mondo, un solo dolore, una sola gioia e noi ci siamo dentro”.


