
Una profonda e ininterrotta esperienza interiore incarnata in una scrittura poetica che nasce da uno stato di profonda lucidità notturna, e da un isolamento dal rumore del mondo che supera i limiti del corpo, è quel che il lettore si trova davanti accostandosi alla raccolta poetica Perdonare la morte, NeP edizioni, 2026, di Laura Pavia, poetessa e scrittrice pugliese con laurea in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Bari nel 1997, e un percorso accademico che ha profondamente influenzato la precisione formale, la sensibilità lirica e la ricchezza simbolica della sua produzione letteraria.
La sua versificazione è un dialogo intimo e istintivo, un rifugio e uno strumento per dare stabilità all’identità umana contro il rischio dello smarrimento quotidiano. Creare poesia non è, per Laura Pavia, una ricerca di visibilità o di approvazione sociale, ma un imperativo interiore per dare un senso alla fragilità della nostra condizione: un modo per trasformare la transitorietà umana — che spesso ci fa evaporare come gocce su un suolo arido — in una fonte di rigenerazione. L’accettazione della finitudine non è per l’autrice una resa, ma una via per rinascere e per riscoprire il coraggio profondo dell’esistenza.
Da un punto di vista esistenziale, l’opera si distingue perché non si limita a trattare la fine della vita come un argomento astratto, ma sceglie di immergersi totalmente in essa, e perché va oltre i canoni tradizionali delle antologie: non vi è spazio per distrazioni rassicuranti o cambi di registro stilistico, bensì la ferma volontà di rimanere ancorati a un unico, denso territorio emotivo.
Già il titolo dell’opera, Perdonare la morte, racchiude una dichiarazione di poetica che porta in sé un paradosso significativo e destabilizzante, atteso che, di norma, la morte è percepita come l’antagonista supremo, un’ingiustizia biologica ed emotiva contro cui lottare o da cui fuggire; la poetessa, invece, accosta alla morte il verbo “perdonare”, ribaltando completamente la prospettiva e annunciando una precisa chiave di lettura e una poetica di rara intensità.
La voce lirica di Laura Pavia si sviluppa, così, da uno stato di consapevolezza radicale, quella di chi rifiuta di dimenticare la propria natura mortale, non considerando la fine come un traguardo o una metafora, ma come una coordinata costante che modella lo scorrere del tempo dall’interno.
Anche il panorama di simboli utilizzato — che evoca elementi naturali, l’oscurità e la fisicità — non ha una funzione ornamentale, ma rappresenta un vocabolario essenziale strutturato per resistere al silenzio e all’oblio; il lettore si trova di fronte a pagine che non distribuiscono verità assolute, ma suggeriscono un atteggiamento: rimanere presenti di fronte al dolore e accoglierlo con estrema dignità.
Fin dai primi dieci testi poetici dell’opera, si nota che il dolore non viene vissuto dall’autrice come un elemento distruttivo o ingannevole, bensì come una forza generatrice e orientativa:
“…Il dolore non inganna una vita,
percorre incontrandoti.
E tu ne fai preghiera e riparo
nel disfarsi dell’aria:
vale un destino e muove gli uomini.
È un sentiero diverso
che non tradisce fino alla speranza,
fino al conforto del silenzio
nella terra del tempo e della quiete.” (p. 11)
La cifra stilistica e concettuale dei vari testi poetici risiede in questa dialettica tra l’immanenza del quotidiano e l’assoluto della fine, tant’è che il vivere è descritto come un “precario esistere ogni giorno nel tempo”, una fatica etica (l“impegno a sé d’un giusto continuare”) che tuttavia trova riscatto “nell’inatteso che meraviglia”, sia esso il rintocco di una campana o il “chiarore silente della luna”. Eppure, lo spettro della fine resta una costante spaziale e psicologica; la morte è definita icasticamente come “un luogo senza uscita […], un dolore del tempo”, un rancore che si insidia come “un’ombra raccolta nelle vene, / persa nella polvere dell’usura / di troppe parole senza un dove”.
Il paesaggio predominante è quello del deserto e della notte, tropi letterari di una spogliazione radicale. Attraversando questa terra desolata, l’autrice sperimenta la scissione tra il logos e la carne (“il cielo si fa terra e le parole non hanno corpi”), in un contesto in cui il dolore “non riposa né misura le vite”. La poesia di Laura Pavia si fa, così, atto di resistenza e di memoria e la poetessa chiede il tempo di una notte e uno strumento minimo per compiere un rito di resurrezione laica:
“… In ginocchio prego le ombre
di essermi sogno nei giorni
e negli anni che ancora non conosco.
Datemi una penna,
mi basterà il tempo di una notte
per scrivere le stelle sulle ossa dei caduti
e di nuovo avranno memoria
in un attimo che perdura
quanto l’infinito in un verso”. p. 16.
L’io lirico femminile si confronta con la propria vulnerabilità (“se avessi sul petto una corazza / non tremerei guardando la vita”) e si riconosce nella genealogia delle esiliate del canto: “Esule figlia di Saffo, culla piano una voce […] sciogli la neve per rinvangare la terra, mentre la notte, inizialmente minacciosa, si trasforma in un grembo accogliente. Anche quando il tempo “finge vere le ombre” e il nulla avanza facendo tremare l’esistente, l’atto del raccoglimento interiore diventa l’argine all’annientamento: “Mi abbraccio / mentre intorno trema il nulla / cessando e mi tengo come per non sparire”.
In un secondo nucleo di componimenti tratti da Perdonare la morte, Laura Pavia approfondisce e radicalizza la sua indagine esistenziale. La mancanza di un titolo per ciascun testo non è un dettaglio grafico, ma una precisa scelta di poetica: le poesie si configurano come un unico, ininterrotto flusso di coscienza, frammenti di un diario dell’anima che rifiuta la catalogazione; l’assenza di titoli elimina le barriere protettive, costringendo il lettore a entrare in un continuum lirico in cui i temi della finitudine, della parola-scudo e della riconciliazione si fondono senza soluzione di continuità.
I macro-temi che emergono dalle liriche si articolano lungo varie direttrici fondamentali.
Il peso dell’esistere e la coabitazione con la morte
La morte, in questo volume, non è un evento futuro, ma una presenza quotidiana, quasi domestica, con cui l’io lirico dell’autrice dialoga e convive. C’è l’accettazione di una fragilità radicale, la descrizione dell’umanità come “polvere tra le righe”, sospesa “sulla superficie di un nulla che penetra svuotando”.
Di fronte al vuoto, la poesia di Laura Pavia si fa carico di una funzione testimoniale e, al tempo stesso, sofferta. La poetessa scrive che “dietro i morti / la poesia ha la pazienza di un tormento”, una gestazione dolorosa che serve a colmare “quel silenzio che ancora aspetta un canto”, quasi a voler dire che i poeti sono coloro che incidono la pietra e la storia, ma sono anche figure tragiche, i cui versi nascono dal nulla: “il vuoto ha le mani dei poeti / che sporcano la coscienza della morte”. La scrittura diventa così l’unico strumento per arginare il disfacimento, l’unica traccia destinata a restare quando persino i nomi si perdono nell’acqua.
La natura: la luna, il vento, il mare
Il paesaggio cosmico e naturale partecipa attivamente al dramma umano. La luna e le stelle non offrono una consolazione romantica, ma una spoglia quiete. Guardando il cielo, l’autrice trova una via di fuga dall’angoscia:
“Sto nel guardarmi mentre lenta
fa notte la sera e respiro delle stelle il tacere.
È questo l’infinito che impallidisce
la morte, mantenendo nell’aria il respiro.” , p. 32.
Il vento si fa corporeo (“ha corpo il vento questa notte”) per sorreggere “il precario dell’umana sostanza”, mentre al mare è affidato un compito catartico e distruttivo, quello di un’invocazione liberatoria. Laura Pavia sembra suggerire che per “perdonare la morte” sia prima necessario attraversare integralmente il proprio inverno interiore, e la poesia si offre allora come quella “porta stretta che spezza il buio”, un respiro profondo capace di far respirare l’uomo anche sui confini del nulla. La sua poesia mostra una spiccata coerenza tematica e stilistica, muovendosi nel solco di una tonalità crepuscolare e fortemente legata alla rielaborazione del trauma — sia esso storico (la guerra) o personale (il lutto, la malattia, la perdita).
Ciò che emerge dai testi è una dialettica tra notte, luna e silenzio; se la notte non è semplicemente un dato cronologico ma lo spazio geometrico ed esistenziale in cui si svolge la riflessione, la luna, figura cardine, assume una valenza ambivalente: testimone muta, elemento quasi organico che partecipa al decadimento, ma anche unica fonte di luce e speranza; la luna perde la sua classica aura romantica per farsi dolorosa o indifferente, tant’è che l’autrice scrive “Marcisce la luna nel pensiero che muore” e, in un altro passaggio drammatico, evoca “una preghiera [che] corona la luna pietrificata in un gesto”.
La memoria ferita
Un filone profondo della raccolta scava anche nelle radici familiari, dove il trauma della Seconda Guerra Mondiale si riverbera sulle generazioni successive, rubando l’infanzia e spezzando le linee di successione affettiva. Nel componimento dedicato a Giuseppina, la memoria combatte contro l’oblio della malattia o della vecchiaia:
“…Manca l’affetto della memoria
quando sei dall’altra parte, ‘chi sei?’
e poi ritorni e ancora
domande che vagano avanti e indietro
mentre ti perdo nel tempo.
E poi, ‘quanto è andato!’
e sorridi, di quel sorriso
che sa di dolore e mancanza
e denso terrore.
Giuseppina, la mia Giuseppina:
il sapere della vita
che rode le ossa e
toglie pur nella veglia.
Rimani, seppur in istanti,
faro d’un vivere altro,
più vero, reale sostanza
di essere zia, nonna e madre
e mai figlia, perché la guerra
sottrae, tutto, e l’infanzia.”, p. 41..
Anche la figura paterna è segnata dalla fatica e dalla storia: “Ho paura papà di non vederti più, di non sentire la forza del tempo / sulle tue mani bruciate dalla fatica, / di uno sguardo che ha portato con sé la guerra”, mentre la memoria si fa paesaggio antropomorfo.
L’esperienza del trauma e la frammentazione del Sé
Il dolore fisico ed esistenziale viene descritto attraverso immagini di frammentazione: ossa, spine, ceneri, trincee. La poetessa trasfigura il corpo ferito dove la sofferenza penetra i tessuti, si fa scheletrica: “Entra nelle ossa lieve e tagliente / quella pace che viene dalla memoria” e ancora “Sono una pietra che l’acqua segna senza ritorno,/ un filo di spine mi lega alla terra”; sperimenta altresì la dissociazione da se stessa di fronte all’assoluto: “Ho incontrato me fuori di me quando il cielo è tornato dietro le stelle”, definendosi in un altro testo come “una musica spezzata, al confine degli uomini”.
Se la morte e il dolore sono pervasivi, l’acqua (sotto forma di pioggia) assume il ruolo di elemento purificatore e risolutore. È attraverso la pioggia che si compie il disegno del titolo: l’accettazione della finitudine: “Piove per lavare una vita, / piove per lavare una guerra, / piove per perdonare la morte.” La pioggia livella i tormenti, zittisce le armi del passato e concede una tregua all’inferno quotidiano. Il perdono non cancella il lutto, ma lo trasforma in uno spazio abitabile, permettendo al tempo di scorrere di nuovo: “andrò via sempre di più / e poi finalmente perdonerai la morte”.
La cifra stilistica di Laura Pavia si affida a un verso libero, dal ritmo sincopato, spesso frantumato da enjambement che mimano il respiro affannoso o il singhiozzo (“lasciando quel niente che singhiozza / tornando indietro”). I termini chiave (luna, morte, silenzio, dolore, ossa, ombra) ritornano in modo ossessivo, quasi combinatorio, creando una struttura a risonanza.
In ultima analisi, Perdonare la morte si configura come un’opera di rara densità etica ed espressiva, un viatico in versi in cui la parola poetica non si limita a registrare il dolore, ma si fa carico della sua radicale trasfigurazione. Attraverso una scrittura rigorosa, affinata dagli studi classici e spogliata di ogni compiacimento retorico, Laura Pavia compie un atto di eccezionale coraggio letterario ed esistenziale: abitare la finitudine non per arrendersi al nulla, ma per strappare a quest’ultimo frammenti di senso e di indistruttibile dignità.
La sua versificazione, franta e sincopata, diventa così un riverbero dell’anima, dove le crepe del vissuto, le ferite della storia familiare e collettiva e l’abbraccio purificatore della natura si ricompongono in un disegno universale. Quello di Laura Pavia non è sicuramente un canto consolatorio, bensì un invito rigoroso a restare vigili e presenti di fronte all’inverno della vita, a tracciare “stelle sulle ossa dei caduti” e a riconoscere nella poesia l’ultimo, strenuo argine contro l’oblio. Un’opera necessaria, che trasforma l’angoscia del limite nella più ferma e accorata preghiera di permanenza umana:
Ho lasciato altrove un pensiero.
Siamo su una strada lunga dove
il silenzio non ha parole,
e scale che aprono scale
e nessuna finestra in quel luogo
che nasconde le crepe dopo la morte:
è la perfezione del dolore
che anche i muri trafigge.
E la luna:
lei guarda come le pietre guardano,
mentre il silenzio ricuce
fino a dentro concedere quiete., p. 76


