
MODICA, 07 Maggio 2026 – Il dibattito sul futuro di Modica si arricchisce di una prospettiva che mira a scardinare le consuete narrazioni sulla rigenerazione urbana. A intervenire sono gli architetti Antonio Stornello e Mark Cannata che, forti di un’esperienza internazionale maturata in contesti di pregio e siti UNESCO, invitano a un cambio di paradigma. Attraverso il lavoro del loro studio e l’utilizzo di Kassandra — lo strumento di supporto alle decisioni da loro ideato per monitorare la salute delle città — i due professionisti sottolineano come il destino del centro storico sia indissolubilmente legato a quello dell’intero territorio comunale.
L’idea centrale è che Modica debba essere finalmente letta come un organismo urbano unico e complesso. Secondo Stornello e Cannata, concentrarsi esclusivamente sul cuore antico della città è un approccio riduttivo che rischia di ignorare la natura profonda delle trasformazioni in atto. La città non è fatta solo di monumenti, ma di una trama fitta di quartieri residenziali, periferie, aree produttive e campagne densamente abitate che interagiscono costantemente tra loro. In questa visione, il centro storico non è un’entità isolata, ma una parte di un sistema interdipendente dove ogni zona influenza l’altra.
Negli ultimi decenni, osservano gli architetti, la città non ha vissuto un semplice svuotamento, quanto piuttosto una metamorfosi profonda. Le funzioni, le attività e gli stessi abitanti si sono ridistribuiti nello spazio, creando nuovi equilibri demografici. Accanto ai residenti storici, oggi la città è attraversata da flussi temporanei e nuovi cittadini che ne modificano la percezione e l’uso. Per questo motivo, la sfida non può essere ridotta al mero tentativo di riportare persone nel centro, ma deve riguardare la costruzione di una città capace di accogliere chi la abita, chi la lavora e chi la sceglie come nuova dimora, garantendo una qualità della vita omogenea.
Un punto cruciale della loro riflessione riguarda il coraggio di immaginare il futuro. Per Stornello e Cannata, la gestione dell’esistente non può limitarsi a interventi episodici o a piccole correzioni di rotta. Al contrario, sono necessarie visioni ampie, quasi utopistiche, capaci di spostare in avanti l’asticella del dibattito pubblico. Guardare ai migliori esempi di trasformazione urbana in Italia e all’estero non significa copiare modelli distanti, ma educare lo sguardo a soluzioni innovative che abbiano saputo trasformare le fragilità in nuove occasioni di sviluppo. Le grandi trasformazioni nascono spesso da idee che inizialmente appaiono eccessive, ma che sono le uniche in grado di indicare una direzione chiara per i decenni a venire.
Infine, il tema della qualità architettonica deve diventare un impegno collettivo che travalica i confini dei luoghi più celebrati dal turismo. Modica, proprio in virtù della bellezza del suo patrimonio storico, dovrebbe pretendere standard elevatissimi in ogni suo angolo, dai quartieri ordinari alle zone di margine, fino al delicato rapporto tra tessuto costruito e campagna. La bellezza dei monumenti non deve essere un alibi per accettare la mediocrità altrove; al contrario, deve essere lo stimolo per elevare l’idea stessa di città. In ultima analisi, per Stornello e Cannata, il rilancio del centro storico sarà possibile solo se Modica saprà pensarsi come una comunità consapevole ed esigente, capace di guardare al proprio paesaggio e al proprio futuro con un’ambizione all’altezza della sua storia.



3 commenti su “Modica, Stornello e Cannata: «Non guardiamo solo al centro storico, serve una visione dell’intera città»”
Architetti Cannata e Stornello intanto complimenti per Kassandra e per gli interventi alla biennale di Venezia e per gli studi sulla resilienza. Se avete bisogno di suggerimenti seri su come intervenire a Modica basta chiedere ad Amo Modica. È preparatissimo in tutte le branche, umanistiche, intellettuali e tecniche, vi bacchetterà se sbagliate approccio, state attenti e seguite i suoi (non) ragionamenti.
Non credo che questo articolo avrà molto seguito, è scomodo. Non credo in generale alle capacità dei paesani di guardare oltre. Non c’è visione e non c’è progetto d’insieme. E’ un fatto che è emerso palesemente dal dibattito. Il problema è prima sociologico, demografico e poi culturale. Oltretutto è bene soffermarsi sul paradosso del turismo di massa: quando il turismo smette di essere integrazione all’economia locale e diventa una monocultura, si innesca un processo di “museificazione” che trasforma i centri storici in gusci vuoti. Ed ancora… guardare oltre significa anche prendere atto che il Sud sarà sempre più Africa, che le abitudini della gente sono cambiate, il mondo è cambiato. I centri storici, al netto della stagione estiva, sono inadeguati, malavitosi, non vivibili. Molte chiacchere AI e poca sostanza di base. Ritengo utopistico tutto quanto. “La bellezza dei monumenti non deve essere un alibi per accettare la mediocrità altrove”.
Non credo che questo articolo avrà molto seguito perchè è scomodo. Non credo in generale alle capacità dei paesani di guardare oltre. Non c’è visione e non c’è progetto d’insieme. E’ un fatto che è emerso palesemente dal dibattito. Il problema è prima sociologico, demografico e poi culturale. Oltretutto è bene soffermarsi sul paradosso del turismo di massa: quando il turismo smette di essere integrazione all’economia locale e diventa una monocultura, si innesca un processo di “museificazione” che trasforma i centri storici in gusci vuoti. Ed ancora… guardare oltre significa anche prendere atto che il Sud sarà sempre più Africa, che le abitudini della gente sono cambiate, il mondo è cambiato. I centri storici, al netto della stagione estiva, sono inadeguati, malavitosi, non vivibili. Molte chiacchere AI e poca sostanza di base. Ritengo utopistico tutto quanto. “La bellezza dei monumenti non deve essere un alibi per accettare la mediocrità altrove”.