“Un ragazzo all’Inter” – Milano, 1965

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Storia di Giannino Ruzza

Ha quattordici anni, una valigia piccola e le scarpe da calcio già consumate. È il 1965. Fino a poche settimane fa giocava nel campetto del suo paese, tra amici e terra battuta. Poi, un pomeriggio qualsiasi, sugli spalti si presenta un uomo silenzioso: è Giuseppe Invernizzi, ex giocatore dell’Inter e talent scout, che osserva senza parlare troppo. Qualche giorno dopo arriva la notizia: “L’Inter lo vuole vedere a Milano”. Parte con il padre, in treno. Non ha mai visto Milano davvero. Dal finestrino scorrono campagne, fabbriche, stazioni grandi come non ne aveva mai immaginate. Non parla molto. Stringe la borsa con dentro le scarpe, una maglia e una lettera della società. Milano lo inghiotte subito: traffico, rumore, fretta. Non è più il campo dietro casa. Viene accompagnato verso il campo di allenamento, il Centro Sportivo Angelo Moratti, lontano dalla città. Il viaggio sembra lungo, quasi un altro mondo. Il campo è perfetto. Troppo perfetto. Gli altri ragazzi corrono più veloce, parlano poco, sembrano già “grandi”. L’allenatore fischia. Non ci sono presentazioni lunghe. Si gioca. Ogni tocco è un esame. Ogni errore pesa. La sera non torna a casa. Viene portato in una pensione con altri ragazzi. La stanza è semplice: due letti, un armadio, silenzio. Mangia senza dire molto. Poi si sdraia. Per la prima volta capisce davvero cosa significa essere lì: non è più un gioco. Il giorno dopo sveglia presto. Scuola. Poi di nuovo allenamento. Nessuno gli promette niente. Nessuno gli dice che resterà. Passano i giorni, una decina appena. Alcuni compagni spariscono all’improvviso. Una sera ci sono, il giorno dopo non più. Nessuno fa grandi discorsi. I motivi sono tanti, e il ragazzo li capisce piano piano: c’è chi è bravo ma non abbastanza per il livello dell’Inter, chi non regge il ritmo fisico degli allenamenti, chi ha tecnica ma non ha carattere, chi soffre troppo la lontananza da casa, chi a scuola va male e non riesce a conciliare tutto, e c’è anche chi, pur essendo più forte di altri, tiene troppo il pallone, non passa la palla, gioca da solo: e a quel livello questo non viene perdonato. Alla fine tocca anche a lui. Passano i giorni, viene chiamato in ufficio. Poche parole, gentili ma fredde. Non è detto che sia finita per sempre, ma lì, in quel momento, il sogno si ferma. Oppure no. Dipende. Alcuni tornano a casa. Altri ripartono da squadre più piccole. Qualcuno, pochissimo, resiste e va avanti. Di ragazzi così, ogni anno, ne arrivano tanti. Pochissimi restano davvero. Ma tutti, almeno una volta, hanno fatto quel viaggio: dal campo di provincia al sogno nerazzurro.

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3 commenti su ““Un ragazzo all’Inter” – Milano, 1965”

  1. Tonino Spinello

    Questi erano gli anni passati, quando si cercavano i talenti da Nord a Sud, oggi neanche vengono guardati i nostri ragazzi, ci sono le quote nere da fare rispettare e da portare avanti come una prassi normale, quasi un dovere.
    Infatti specie nel campionato di serie A tra neri e stranieri a giocare sono solo loro e molti sono pure mediocri, poi l’Inter tra stranieri neri e stranieri bianchi è quella che porta la bandiera.
    E questo lo dico da ex interista, il calcio non lo seguo più e mi ha pure nauseato.
    Questo è un altro motivo perchè la nazionale non solo non vince più, ma non riesce nemmeno a qualificarsi anche se gioca contro avversari mediocri.
    Poi ci sono tanti soldi che girano ma questo è un argomento che va messo nel casellario dei bimbi viziati.

  2. Signor Spinello, il suo commento fotografa un malessere diffuso, ma lo interpreta con categorie sbagliate.
    Il calcio moderno è, per definizione, internazionale: lo è in Italia come in Inghilterra, Spagna o Germania.
    Attribuire il declino della Nazionale a presunte “quote” o al colore della pelle dei giocatori significa ignorare le vere cause: formazione, programmazione e qualità del sistema. È su questo terreno che il calcio italiano ha perso competitività. Il resto è una scorciatoia narrativa che non regge ai fatti.

  3. Tonino Spinello

    Posso essere d’accordo in parte Ruzza, ma sull’internazionalità la mia definizione è che uno sport internazionale si chiama tale perchè giocato tra “Nazioni” di tutto il mondo. O semplicemente perchè viene praticato e giocato chi più chi meno chi asfissiante, in tutto il mondo. Ogni Stato coltiva i suoi talenti e poi li mette in mostra nelle varie competizioni. Anche quelle che organizzavano negli oratori dei Salesiani.
    Ma lasciamo perdere le Nazionali, prendiamo ad esempio l’Inter che spesso gioca la Champions e vengono effettuati gli inni nazionali, a quanti stranieri fotte del nostro inno? Se lo cantano è perchè scritto nel contratto milionario.
    I tempi descritti nell’articolo parlano di un calcio ancora sano, non giravano tanti soldi e non diventavi straricco, per questo molti abbandonavano o ci rinunciavano per tanti motivi. Le squadre allora li insegnavi a memoria perchè ogni anno si cambiava poco e oltretutto essendo nomi italiani sapevi pure quelle avversarie.
    Ma se questa è narrativa diffusa, allora non ci resta che adorare il calcio che deve piacere, il calcio televisivo, quello spettacolare (dentro e fuori il campo) che ti fanno vedere e ti raccontano tutti i giorni senza tregua.

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