Islamabad: colloqui tra ostacoli e speranze…di Rita Faletti

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A Islamabad si apre oggi un delicato negoziato tra le delegazioni statunitensi e iraniane, con l’obiettivo di consolidare il cessate il fuoco di due settimane e, se possibile, porre le basi per la fine del conflitto. Nella capitale pachistana sono giunti JD Vance — considerato dagli osservatori iraniani il meno ostile al regime — insieme a Witkoff e Kushner. Per Teheran partecipano il presidente del Parlamento Ghalibaf e il ministro degli Esteri Araghchi. A fare da mediatori sono il primo ministro Shehabaz Sharif e il capo delle Forze armate Munir, già impegnati nelle scorse settimane nella difficile preparazione di un’intesa. Il loro ruolo è cruciale: un fallimento ricadrebbe sulle loro spalle, mentre un successo rappresenterebbe non solo un passo verso la soluzione del conflitto, ma anche l’occasione per il Pakistan di tornare protagonista sulla scena internazionale dopo anni di isolamento. Ciò significherebbe riaprire i canali con Washington e garantirsi un sostegno prezioso in eventuali crisi future con l’India, soprattutto sulla spinosa questione del Kashmir. Le aspettative restano basse, ma l’attenzione è alta. Osservano con interesse l’Arabia Saudita, legata a Islamabad da un patto di mutua difesa; le frange più radicali dei Guardiani della Rivoluzione a Teheran; e la Cina, partner strategico del Pakistan. A frenare le speranze sono le condizioni poste dalle parti: dieci punti richiesti dall’Iran e quindici dagli Stati Uniti. Donald Trump è stato netto: «Hormuz riaprirà, con o senza l’Iran. Niente armi nucleari è il 99 per cento della questione». Lo Stretto, vitale per il commercio globale, è oggi ostaggio di Teheran. I Paesi del Golfo, che lo vogliono libero come sempre è stato, hanno già garantito a Trump il loro sostegno qualora la guerra dovesse riprendere contro un regime considerato minaccia comune. L’Iran, dal canto suo, non intende rinunciare a Hormuz come strumento di pressione: ha accettato il negoziato per evitare un’escalation incontrollabile e per presentare internamente il cessate il fuoco come una vittoria. Tra le sue condizioni figura l’alleggerimento delle sanzioni, ma Washington non può concederlo, né permettere che 460 chili di uranio arricchito al 60% restino nelle mani del regime. Le divergenze appaiono insanabili: le richieste di entrambe le parti sono agli antipodi e un compromesso sembra irraggiungibile. Inoltre, Teheran non è in grado di rimuovere le mine piazzate nello Stretto, un ostacolo tecnico che complica ulteriormente l’intesa. Israele, che non ha inviato una delegazione a Islamabad e si era opposto al cessate il fuoco, è il più scettico sull’esito dell’incontro. A Gerusalemme si è consapevoli che, nonostante l’indebolimento militare e la perdita di comandanti esperti, la Repubblica islamica conserva ancora capacità di ripresa. Tra le condizioni poste da Teheran vi è la richiesta di non subire ulteriori attacchi, ma Washington non può accettarla. Per Trump, l’Iran deve restare sotto pressione: «Il dito è sul grilletto», ha confermato Netanyahu, ribadendo la linea dura.

 

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3 commenti su “Islamabad: colloqui tra ostacoli e speranze…di Rita Faletti”

  1. Mi domando, se l’iran attaccasse la coalizione americana, come fa la coalizione epstein normalmente in questo casi, sarebbe tutto normale vero?

    La Spagna già si è messa di traverso su hormuz, mentre in realtà non sono le mine ma i droni siluro elettrici non rilevabili la vera paura nello stretto.

    E comunque, io la vedo come una bella calata di brache, Israele non è che è scettica, è che non vuole proprio il cessate il fuoco, altrimenti come fa ad avere il modo di creare la grande Israele?

    Inoltre, come tanti sospettano, l’uscita dalla nato degli usa, potrebbe far supporre uno scontro in un prossimo futuro di Israele e Turchia. Mentre l’iran, potrebbe ricadere sotto l’ombrello nucleare di Putin.
    Certo, uscissero gli usa dalla nato, potrebbe prendersi finalmente anche la Groenlandia… (rimane il dubbio sulle basi a casa nostra, spero lascino le chiavi sotto al tappeto).

    Fatto sta, che l’iran ha dimostrato di non voler cedere su nulla, sia diplomaticamente che militarmente. Credo che i negoziati verteranno sui rapporti di forza che, nucleare a parte, non sono certo a vantaggio di USraele. Vorrei tanto vedere l’idf sul campo contro l’iran, o contro hezbollah, anziché contro i palestinesi, ma non succederà mai.

  2. Non credo che all’IRAN possa convenire di danneggiare o affondare una nave mercantile europea, se lo facesse darebbe lo spunto a chi sta cercando di restare fuori di inserirsi e dare una mano agli Stati Uniti.
    Quindi la soluzione potrebbe essere diversa, escludo anche il pedaggio sempre per gli stati dichiarati neutrali.
    Speriamo nel buon senso di chi buon senso non ha (Trump), e nella mediazione del Pakistan e nella mediazione, speriamo anche della Cina.

  3. Le parti sono lontanissime, non potrà esserci l’accordo.
    Ed è verissimo che le mine nello stretto di Hormuz, l’Iran non è più in grado di rimuovere.
    Trump è in un vicolo cieco.
    Se rade al suolo l’Iran creerà una crisi senza precedenti.
    Se per caso trovano un accordo, per riaprire e rendere sicuro lo stretto ci vorranno mesi.
    Attenzione, per accordo si intende che l’Iran salvi almeno la faccia a Trump.
    l’America ha perso guerra, e faccia.
    L’unico vincitore è Netanyahu, almeno per un’altro po’ di tempo.
    Per Italia ed Europa la catastrofe è arrivata.

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