
Nel proseguire la nostra riflessione sui vizi capitali, puntiamo lo sguardo sull’invidia. E’ un peccato che ha la sua radice nella superbia e che ne genera altri a catena. Spesso nella vita cristiana lo si relega ad un semplice sentimento umano, mentre in verità è un peccato fonte di male per se stessi e per il prossimo, perché ne genera altri come l’odio, la rabbia e il rancore.
Dante mette gli invidiosi nella II Cornice del Purgatorio: indossano un mantello di panno ruvido e pungente, siedono a terra appoggiati l‘un l‘altro contro la parete del monte e hanno gli occhi cuciti da filo di ferro che impedisce loro di vedere, poiché in vita essi guardarono il prossimo con occhio malevolo.
Ma cos’è precisamente l’invidia?
Il termine, etimologicamente parlando, indica una negatività: dal latino “invidere”, significa proprio gettare il malocchio, guardare qualcuno con ostilità.
Se per il Dizionario della lingua italiana si tratta di un “sentimento di cruccio astioso per la felicità, la fortuna, il benessere altrui”, per la Parola di Dio è però qualcosa di piu’, è un “correre dietro al vento”, è un vivere la propria vita con una forte mancanza di pace e con una distruttiva amarezza interiore che può provocare persino delle malattie, tant’è che il libro del Qoelet (4,4) afferma:
“Ho anche visto che ogni fatica e ogni buona riuscita nel lavoro provocano invidia dell’uno contro l’altro. Anche questo è vanità, un correre dietro al vento”; e il libro dei Proverbi(14,30) aggiunge: “un cuore calmo è la vita del corpo, ma l’invidia è la carie delle ossa”.
Capita a volte che nelle relazioni sociali, nei rapporti con gli altri, nelle aggregazioni sociali , culturali e religiose, sportive viene alla luce in modo strisciante il vizio dell’ invidia, che, fomentato dalla gelosia, spinge la persona a commettere atrocità, anche se non ha nulla da accusare alla sua vittima. L’invidia, in tal modo, non solo rovina la vita di coloro che hanno questa cattiva inclinazione (Proverbi 14,30), ma, quando prende piede, porta distruzione nelle famiglie e nelle comunità (I Timoteo 6,3-5).
Ma come agisce e reagisce la persona avvolta dal peccato di invidia? La Bibbia ci offre molti esempi che non possono non essere meditati da coloro che scelgono di lasciarsi guidare da Dio nella loro vita. Le modalità di reazione sono tante e varie. Si veda, ad esempio, la reazione di Caino contro suo fratello Abele, che portò all’omicidio. Si pensi alla reazione dei fratelli di Giuseppe che “…portando invidia a Giuseppe, lo vendettero, perché fosse condotto in Egitto”. Si noti anche l’invidia di Haman nei confronti di Mardocheo che lo portò alla morte: “Così Haman fu appiccato alla forca ch’egli aveva preparata per Mardocheo” (Ester 7,10). Quanti, purtroppo, sia nella chiesa che nella società come Haman sono impiccati alla “forca” dell’invidia, che loro stessi hanno preparato per qualcun’altro!
Nel Nuovo Testamento l’invidia non può coesistere con la vita del discepolo, se egli è divenuto uomo nuovo in Cristo. Così infatti si esprime l’apostolo Paolo:
“…un tempo eravamo insensati, ribelli, traviati, schiavi di ogni sorta di passioni e di piaceri, vivendo nella cattiveria e nell’invidia, odiosi e odiandoci a vicenda.”
Nessun credente, dunque, può fare esperienza di vera vita cristiana e di libertà dello spirito se non permette al Cristo Risorto di estirpare dal suo cuore le radici dell’invidia amara, in quanto essa denota immaturità e mancanza di carità cristiana (I Corinzi 3,3; 13:4). Anche fra i cristiani di Filippi, Paolo individua “alcuni che predicano Cristo per invidia e spirito di contesa… e rivalità e con intenzioni non pure” (Fil 1,15-17).
Secondo il Nuovo Testamento, in Cristo, i cristiani sono nuove creature. Dio ha generato in loro una nuova vita e li rende partecipi della Sua natura divina (II Pietro 1,4), chiamandoli così ad essere santi perché Lui è Santo, e invitandoli a non nutrire invidia per il fratello, ma a rivestirsi dei suoi stessi sentimenti.
Il peccato di invidia ha sicuramente una particolare forma di espressione anche nella gelosia. Capita che una persona possa trovarsi a vivere una totale frustrazione del proprio io e che si senta inferiore rispetto a un altro e, pertanto, non si rassegna a questa sensazione o verità.
Chi entra in questo tunnel, sarà sempre vittima del peccato di invidia e vedrà sempre il successo e il consenso dell’altro come un attentato alla sua identità, per cui anziché preoccuparsi di acquisire le abilità e le eccellenze altrui, egli si studia di attaccarle, di criticarle, di sminuirle.
L’invidioso è, infatti, una persona che vive sempre nell’insicurezza, che teme di non essere riconosciuto e apprezzato per quel che fa e che, pertanto, rimedia a questa fragilità e debolezza aggredendo. E difatti, nella nostra società liquida, relativista e poggiata sulla convizione che “si esiste se si appare”, l’invidia è un subolo veleno capace di danneggiare le relazioni fino al punto di desiderare che la persona oggetto di invidia venga umiliata e subisca il tracollo, la disfatta e il fallimento. Esiste pertanto un rapporto di continuità tra il peccato di invidia e il pettegolezzo, quello che oggi viene chiamato gossip e che sembra essere un vera industria di lavoro e di piacere nella quale albergano malelingue, illazioni e sguardi di cattiveria.
Mi viene da pensare, riguardo agli sguardi, al già citato Dante Alighieri, quando nel Purgatorio incontra appunto le anime degli invidiosi; esse appaiono, come già detto, proprio con le palpebre cucite, tanto a dimostrare che il malocchio si trasmetteva attraverso lo sguardo.
Per concludere, credo siano infine illuminanti, nella riflessione sul peccato di invidia, le parole di Papa Francesco che, in una sua omelia tenuta durante una celebrazione nella Cappella di Santa Marta diceva: “Invidia e pettegolezzi distruggono le comunità …. l’invidia, capace di distruggere una famiglia, è seminata dal diavolo nel cuore degli uomini”.
Forse un modo per sfuggire alla tentazione del diavolo, è quello di trasformare l’invidia in pregio, nel senso che occorre chiedere allo Spirito la forza di “vivere e guardare l’altro” non come persona da distruggere ma come persona di cui saper oggettivamente apprezzare le qualità e capacità, stimare le doti e i carismi quando questi sono utilizzati per il bene della collettività. In altri termini, dovremmo anche riflettere su quella che potremmo chiamare “invidia positiva”, intesa come stimolo e sollecitazione a saper emulare la persona oggetto delle invidie distruttive.





