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Una Chiesa sinodale sull’imitazione di Cristo…di Domenico Pisana

L’OSSERVAZIONE DAL BASSO
Tempo di lettura: 2 minuti

Il Sinodo della Chiesa italiana si interroga sulla necessità di una nuova evangelizzazione, proprio in momento in cui il dato 2022 della frequenza settimanale a un rito religioso comunitario è il più basso che si riscontra nella storia recente d’Italia. Negli ultimi 20 anni, il numero dei praticanti regolari si è infatti quasi dimezzato, passando dal 36% al 18,8%, mentre i mai-praticanti sono raddoppiati, dal 16% al 31%. La crisi va di pari passo con quella delle vocazioni dei sacerdoti: i seminaristi diminuiscono di anno in anno. Nella Diocesi di Alessandria, ad esempio, è sintomatico che su 77 parrocchie ci sono solo 44 parroci.
Urge per la Chiesa, sia nella sua dimensione gerarchica sia a livello di comunità parrocchiali, di associazioni e movimenti ecclesiali, una riflessione, un nuovo slancio missionario non per fare proseliti, ma per far comprendere che l’incontro con Gesù è una esperienza che può cambiare la vita: oggi bisogna riscoprire Gesù, portatore della lieta notizia del Padre nel contesto storico, sociale, politico e religioso del nostro tempo
E allora bisogna chiedersi: quale tipo di annuncio hanno ricevuto Pietro, Giacomo, Giovanni, Matteo, i discepoli e le folle che seguivano Gesù?
I vangeli ci dicono che per l’Uomo-Dio Gesù, realizzare la missione affidatagli dal Padre ha significato educare i discepoli e quanti lo seguivano a guardare i problemi di fondo dell’uomo:
– si pensi all’episodio del paralitico: “Ti sono rimessi i peccati”;
– si pensi alle parole di Gesù: “non sono venuto per i giusti, ma per i peccatori”;
– si pensi alla parola rivolta alla donna: “le è molto perdonato perché ha molto amato”.
Gesù nella sua azione evangelizzatrice:
dimostra commozione e grande compassione verso le folle (Mc 6,34; 8,2; Mt 15,32); verso i lebbrosi (Mc 1,41) e per la vedova di Naim (Lc 7,13);
– piange e versa lacrime: per Gerusalemme (Lc 19,41) e per Lazzaro (Gv 11,35);
– prende su di sé le infermità degli uomini (Mt 8,16- 17; Gv 9,2; Mc 2,5ss.);
– ascolta ed esaudisce le invocazioni di molti malati (Lc 7,21; Mt 10,49);
– manifesta profonda commozione di fronte alla morte (Lc 7,13; Gv 11,35) e pietà per le folle (Mc 6,34; Mt 14,14);
– accoglie i lebbrosi (Mc 1,40-44; Lc 17,11-19) e lotta contro il male (Mc 1,41; Lc 4,39; Mc 9,25; Gv 11,33-38).

L’evangelizzazione di Gesù, in buona sostanza, si incarna come testimonianza della sua straordinaria libertà, sincerità, schiettezza e capacità di prendere decisioni. La sua personalità esprime un uomo libero e liberante: – libero nei confronti delle tradizioni ebraiche, del digiuno, del sabato, della purità legale e dai formalismi (Mc 2,23ss.; 3,1ss.; Lc 13,10ss.; Gv 5,1; Mc 7,14-23); – libero nei confronti dei suoi stessi discepoli (Mc 8,33), e dei suoi familiari (Lc 2,49; Mc 3,20-21; 31,35; Gv 2,4); – libero nei confronti dei potenti (Lc 13,31-32) e delle folle (Gv 6,15).
La missione evangelizzatrice della chiesa contemporanea deve allora prendere coscienza che oggi c’è tanta sofferenza, tanto bisogno di compassione, c’è tanta gente che soffre interiormente, che è lacerata da contraddizioni e bisognosa di una parola di conforto e di salvezza. Le parole dell’evangelizzatore, sia esso vescovo, prete o laico, devono risuonare nel cuore come una speranza, aprire ad un orizzonte nuovo di vita; devono far comprendere che ai bisogni e ai problemi dell’uomo come la malattia, la fame, la solitudine, l’alienazione, il Figlio di Dio può dare delle risposte.
Quello di Gesù, dunque, è stato quasi un annuncio-educazione. Non però un annuncio ideologico, nel senso che Egli annuncia dei principi astratti e trae conclusioni, oppure dà un programma e poi espone i punti successivi di attuazione. Quello di Gesù è un annuncio fatto nella vita: i discepoli, le folle vivono con Gesù, vedono come lui reagisce a proposito di una situazione, come parla, come si comporta. Annuncio e vita si intrecciano. Gesù fa e insegna: questo è fondamentale nella missione evangelizzatrice di una Chiesa in cammino sinodale. Le cose si imparano così. Noi stessi, se interroghiamo la nostra esperienza, possiamo dire che ciò che abbiamo imparato, ci è venuto soprattutto dai contatti con veri cristiani: ci è venuto ora dalla parola forte di testimoni della fede; ora dal coraggio di tanti che non hanno avuto paura di rischiare per il vangelo; ora dall’incontro con qualche sacerdote che ci ha impressionato particolarmente; ora dal modo di dire, di fare, di reagire di quei cristiani che con le loro testimonianze sono stati un forte strumento di comunicazione del vangelo, insegnandoci molto.
E’ così che, oggi, uomini, donne, giovani possono imparare dai cristiani: non conta ciò che essi dicono, ma è il loro vivere da convertiti e seguaci di Cristo che diventa in se stesso comunicazione del vangelo. L’evangelizzazione di Gesù è stata un tipo di scuola di fede pratica. La gente sapeva riconoscere che Gesù era un Maestro differente dagli altri per la semplice ragione che egli faceva e viveva tutto quello che insegnava.
Gesù non fece conferenze sulla obbedienza, sul perdono, ma visse in obbedienza al Padre suo e perdonò Zaccheo, la peccatrice e la triplice negazione di Pietro. Gesù non tenne un corso sulla povertà e sulla solidarietà: fu povero e solidale con gli uomini e i poveri del suo tempo; Gesù non ricorse mai all’etimologia greca o ebraica per spiegare cosa significa l’amore, ma diede la massima prova dell’amore, dando la vita per coloro che amava.
L’autorità di Gesù non si basava su titoli accademici, ma sul fatto che viveva tutto quello che annunciava e comunicava; del resto a lui non interessava riempire la testa della gente, ma che la gente traducesse nella vita pratica ogni sua parola. Dunque per una Chiesa in stato di evangelizzazione, l’unico modello di azione pastorale nella sua missione non può che essere “la persona e la vita di Gesù”.

La pedagogia dell’evangelizzazione di Gesù

Non è inutile chiedersi: quale pedagogia utilizzava Gesù nella sua missione? Credo che leggendo attentamente i vangeli, si possa osservare che il metodo pedagogico del Maestro di Galilea avesse caratteristiche che lo distinguevano da tutti gli altri maestri in Israele.

a.Gesù annunciava ponendo domande. La sua pedagogia non favoriva la passività degli ascoltatori, ma li costringeva a riflettere, facendo loro tirare le conseguenze dall’intimo di se stessi. Gesù non dava una minestra già fatta, una ricetta bella e pronta, ma spesso interrogava direttamente coloro che lo ascoltavano perché imparassero ad entrare in loro stessi e a trovare le risposte alle domande più profonde del cuore. Ecco qualche esemplificazione:

Cosa cercano? – La gente chi dice che io sia? – Perché piangi?
– Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio?
– Chi è più grande, chi sta seduto a mensa o chi serve?
– Non vale la vita più del nutrimento e il corpo più del vestito?
– Perché con le loro tradizioni infrangono il comandamento di Dio?
– Di che cosa si preoccupano?
– Perché pensate male nei vostri cuori?
– Come possono dire cose buone, essendo cattivi?
– Perché hai dubitato?
– Cosa può dare l’uomo in cambio della sua vita?
– Cosa desideri che io ti faccia?
– Anche voi volete andarvene?
– Mi ami tu più di costoro?
– Di che cosa stavate discutendo lungo il cammino?

E’ impressionante il numero delle domande che Gesù fa in tutto il vangelo. Egli non pretendeva dare formule, ma che la risposta sorgesse dal cuore di colui al quale egli comunicava la sua parola.

b. Gesù evangelizzava con immagini e segni. L’ evangelizzazione di Gesù era semplice, immediata, diretta; egli non promulgò un codice di diritto canonico, né un prontuario morale, né un decalogo, ma diede messaggi che si potevano applicare a qualsiasi circostanza della vita.
E difatti,
– quando la gente contemplava i gigli dei campi o gli uccelli del cielo, capiva che non doveva preoccuparsi e doveva affidarsi alla provvidenza;
– quando una donna aveva in mano una perla preziosa, ricordava cosa è il regno dei Cieli;
– quando un contadino gettava la semente nel campo, capiva meglio ciò che era la Parola di Dio;
– i falegnami capivano molto bene che Gesù era la porta;
– gli impresari captavano perfettamente il significato della parabola dell’amministratore infedele;
– i pescatori non avevano difficoltà a penetrare nel mistero del Regno, quando questo era paragonato ad una rete piena di pesci;
– i vignaiuoli non facevano fatica a capire che il tralcio staccato dalla vite non poteva portare frutto e che Gesù era la vite;

c. Gesù rende partecipe la Chiesa della sua missione. “Come il Padre ha mandato me, io mando voi” (Gv 20,21). Se la missione di Gesù si è realizzata nell’essere salvezza di Dio per gli uomini, la missione dei cristiani di oggi non può essere altra che quella di estendere nel tempo e nello spazio l’opera di salvezza di Gesù, il quale non ha dato un consiglio, un suggerimento, ma un chiaro mandato: “andate e fate discepoli”.
L’uomo del nostro tempo, per avvicinarsi o riscoprire la fede cristiana cattolica ha dunque bisogno di incontrare discepoli di Gesù che sappiano portare frutto. Il segno dal quale si riconosce un albero è il frutto che produce. Un albero buono non può produrre frutti cattivi. Né un albero cattivo può dare frutti buoni. I rami e le foglie sono secondari, i fiori possono ingannare; ciò che importa sono i frutti.
L’uomo del nostro tempo riconosce i cristiani non tanto per le associazioni e le parrocchie che frequentano e alle quali appartengono, non per la croce che portano nel petto, per il rosario e le preghiere che recitano, non per le offerte che fanno o per la teologia che studiano, ma dai frutti che portano. Certo, fra tutti, eccelle il frutto dell’amore: la pietra di paragone che mostra il discepolo di Gesù è l’amore; i cristiani non saranno giudicati dalle apparenze, ma dal motivo di fondo: i frutti di giustizia, di bontà e di misericordia.

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