Il coraggio che manca…l’opinione di Rita Faletti

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La questione del gas, del prezzo che fluttua, del rischio di un taglio totale delle forniture, come promette Putin se verrà approvato il tetto sul prezzo del gas russo, tiene i Paesi dell’Ue sospesi  tra il vorrei e il non posso. Ieri i ministri dell’Energia dei 27 non hanno deluso le aspettative di chi ravvisa nel comportamento dell’Unione la spiccata propensione alle mezze misure, al ritardo o alla retromarcia. Von der Leyen preme perché si  arrivi a un accordo sul tetto al prezzo del gas, ma l’unanimità è lontana. Sedici Paesi, tra cui l’Italia, hanno espresso parere favorevole sulla misura emergenziale che Draghi per primo aveva proposto, tre solo sul gas russo, tre in base a verifiche sostenibili con una apertura ragionevole, cinque hanno espresso contrarietà: Francia, Germania, Olanda, Repubblica Ceca, Ungheria. Con la coda tra le gambe, da cani che aspettano di essere bastonati, i paesi del velleitarismo e dei piccoli passi timorosi,  hanno incassato l’ennesima figuraccia che hanno tentato di nascondere dietro ulteriori restrizioni sul rilascio dei visti di ingresso nella Ue di cittadini russi. Cosa che lascia Putin nella totale indifferenza. In conclusione, a metà settembre un altro incontro dovrà stabilire il price cap su tutto il gas naturale liquefatto  proveniente non solo dalla Russia, ma anche da Qatar, Stati Uniti e Norvegia, per non fare sentire il carnefice troppo isolato. In Italia, i partiti con i loro poco commendevoli leader che per interessi del tutto contrari al bene del Paese hanno azzoppato il governo Draghi, chiedono ora che lo stesso governo, in carica per gli affari correnti, si occupi della questione energetica per aiutare famiglie e imprese in difficoltà. Una preoccupazione che non li aveva  sfiorati quando avevano brigato, in solitudine o in compagnia, per liberarsi dell’unico italiano che ha governato con senso di responsabilità ed efficienza il nostro paese e guidato con autorevolezza e determinazione l’Europa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ieri mi avete cacciato, oggi mi chiedete di darvi una mano, è quello che probabilmente Draghi pensa  sorridendo dell’insipienza e dell’arroganza di cialtroni per colpa dei quali nel febbraio del 2021 era stato chiamato a mettere in carreggiata un paese quasi fallito. A chi non ha memoria, ricordo infatti che la dipendenza italiana dal gas russo ha le sue radici nell’ideologismo  e nell’ambientalismo autolesionista dei  grillini con la complicità della Lega e l’inerzia del Pd. Bisogna risalire al 2014 per  fare un confronto tra la produzione nazionale di gas, fino allora pari a 7,3 miliardi di metri cubi, e la produzione attuale di 3,3 miliardi, 4 miliardi in meno, e chiedersi se non fosse stato possibile usufruire dei  92 miliardi di metri cubi di gas che si trovavano e si trovano sui fondali italiani. Non solo si è stupidamente rinunciato ad estrarre quello che ci appartiene, si è addirittura limitata la produzione senza considerare che il fabbisogno del nostro Paese è di circa 75 miliardi di metri cubi di gas annui. Ponendo che si fosse mantenuto il livello di estrazione del 2014, oggi non dovremmo bruciare carbone e olio combustibile e avremmo più gas per fare fronte alla crisi. Una verità che i responsabili  si guardano bene dal confessare agli italiani ignari, preferendo buttare la croce sull’Europa, in questo caso incolpevole.  Il 18 febbraio scorso, 6 giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, in conferenza stampa Draghi comunicò la decisione di aumentare la produzione di gas italiano, riattivando le piattaforme esistenti. L’estrazione non è partita a causa dell’ostruzionismo di molti partiti, tra cui M5s e Pd.  Nel 2016, Matteo Renzi aveva tentato di abrogare, via referendum, il decreto che ampliava da 5 a 12 miglia dalla costa il divieto di ricerca e perforazioni in mare. Esplose la protesta dei No Triv e il referendum fu bocciato. L’agenda populista è sempre piena di appuntamenti: oggi la battaglia è contro i rigassificatori, i termovalorizzatori, il nucleare di ultima generazione, a cui Cingolani è favorevole. Cingolani, non uno qualunque. Ma in Italia va così: professionisti del qualunquismo e incompetenti  con arie da esperti sbagliano clamorosamente, fanno finta di niente, lasciano passare il tempo sufficiente perché il popolo dalla memoria corta abbia dimenticato del tutto e tornano all’attacco, sempre uguali, stessi slogan, stesso catastrofismo.  Questo è il Paese dove il ridicolo si trasforma in tragico e dove gli orrori del passato non sembrano insegnare un granché. Mi riferisco anche all’abitudine ad attingere ai soldi pubblici, che si chiamino spese in deficit o scostamento di bilancio poco importa, essenziale è trovare una soluzione immediata sottovalutando le conseguenze che saranno altri a pagare: le generazioni future e il governo che verrà. Per questo Giorgia Meloni ha invitato a non fare promesse impossibili da mantenere.

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