La lunga mano del Cremlino…l’opinione di Rita Faletti

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La violenza russa contro il popolo ucraino prosegue. Nelle città conquistate, l’eliminazione fisica brutale di chi ha lottato contro gli invasori e continua a farlo nei modi possibili e secondo le circostanze, è servita a stroncare la resistenza e terrorizzare, ma non a sottomettere nello spirito chi è sopravvissuto. Mosca non può farsi amare dai testimoni della sua ferocia, ma può, con la prepotenza, iniziare a cancellare la loro identità culturale. Lo sta facendo a Mariupol, la città martire per l’alto sacrificio di civili, mai sapremo quanti, dove la scuola è iniziata all’insegna di un modello di repressione in perfetto stile sovietico. L’inno russo obbligatorio precede l’inizio delle lezioni per inculcare l’amor patrio, i libri di testo sono scritti in lingua russa, dalla Russia provengono diversi insegnanti dal momento che i “colleghi” ucraini si sono rifiutati di prendere servizio pur conoscendo i rischi che potrebbero correre. Gli occupanti intendono far dimenticare agli abitanti rimasti la loro identità come popolo e le atrocità compiute dai russi durante l’ “operazione militare”. Il cemento di nuovi edifici, tirati su in tempi record per dare un’immagine di efficienza, in contrasto con il cinismo e l’indifferenza del regime nei confronti dell’essere umano, serve a coprire definitivamente i poveri cadaveri gettati nelle fosse comuni e umiliati per la seconda volta. Chi non aveva il diritto di esistere, ancora meno ha il diritto di essere ricordato e compianto. E’ la lezione che il carnefice di Mosca impartisce al Paese invaso e ai suoi sostenitori occidentali perché temano la vendetta del Cremlino. Che usa nei confronti degli ex amici gli stessi metodi che usa contro i nemici. Un paio di giorni fa,  Ravil Maganov, presidente del consiglio di amministrazione della Lukoil dal 2020, è volato da una finestra dell’ospedale di Mosca dove era degente. Vaghe le notizie sul suo precedente stato di salute, sicuro il suicidio. Si sa però che aveva criticato l’invasione dell’Ucraina e chiesto il cessate il fuoco. Alexander Subbotin, altro manager di Lukoil, è stato trovato morto, pare per aver bevuto del veleno di rospo durante una seduta sciamanica. Infarto, si è sentenziato. Dall’inizio dell’invasione, una sorprendente sequela di “disgrazie” si è abbattuta su alcuni oligarchi molto vicini a Putin. Sergei Protosenya, top manager di Novatek, è stato trovato impiccato nel giardino della villa che affittava in Spagna, Alexander Tyulyakov, top manager di Gazprom, ha fatto la stessa fine, ma in un garage. Leonid Shulman, dirigente di Gazprom  e Vladislav Avayev, ex vice-presidente di Gazprombank, sono stati trovati morti nelle rispettive abitazioni con una pistola accanto. Suicidi, elementare Watson.  Andrei Krukowski, direttore del resort sciistico di Gazprom, è precipitato da una scogliera a Sochi, un incidente. Yuri Voronov,  magnate legato a Gazprom, è stato  trovato morto sul bordo della piscina a San Pietroburgo. Strane coincidenze le morti ravvicinate di personaggi appartenenti al mondo degli affari e del settore energetico, strana la velocità con cui i decessi sono stati derubricati a suicidi e incidenti senza che indagini accurate abbiano escluso l’omicidio. Dunque, come non collegare quelle morti al Cremlino? In “Diario russo” la giornalista Anna Politkovskaia, assassinata nel 2006 a Mosca per aver indicato in Putin la causa della progressiva sovietizzazione del Paese, spiega come il Cremlino abbia sempre mirato ad impadronirsi delle aziende petrolifere, “in teoria a nome del popolo e di una fantomatica economia di stato” nella pratica per gestire l’enorme flusso di profitti delle materie prime attraverso l’oligarchia di stato, di cui Putin è stato l’ideatore assieme a un ristretto gruppo di persone, soprattutto ex cekisti (KGB), diventati oligarchi, con i quali aveva solidi rapporti. Gli oligarchi, con Putin, si identificano con lo stato e gestiscono il potere in forma chiusa. “L’oligarca è un funzionario governativo e più sta in alto più è ricco. Chi tiene le redini del mercato dell’energia ha anche il monopolio del potere”, scrive Politkovskaja. Non è strano, pertanto, che prima dell’invasione Putin abbia convocato gli oligarchi e che essi abbiano sostenuto l’ “operazione speciale”. L’andamento della guerra, le ingenti perdite russe, lo stallo e le sanzioni occidentali che non è vero che non stiano danneggiando l’economia russa, potrebbero aver convinto alcuni oligarchi della necessità di porre fine all’invasione. Per questo Maganov è “stato suicidato”? Mosca ha dimostrato che la riduzione della produzione di gas e petrolio non è la sua preoccupazione principale. Quello che invece preme al potere, è continuare a disporre delle risorse economiche per garantire la sopravvivenza del regime. Domanda: quanti sono gli oligarchi a condividere questa linea? Fino a che punto? Perché il dissenso esiste ed è un tema che ci riguarda da vicino: cosa sarà disposto a fare Putin pur di mantenersi in sella? L’Ue dovrebbe chiederselo se non vuole trovarsi faccia a faccia con l’orso.

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