Per una competizione elettorale onesta…di Domenico Pisana

L’OSSERVAZIONE DAL BASSO
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La “competizione” elettorale (non uso il lemma “campagna”, che è orribile perché non ci sono prodotti da commercializzare”) per le elezioni politiche e, per i siciliani, anche per quelle regionali, va ogni giorno accendendosi. Se per tanti lo scontro, la rissa, l’offesa, le accuse reciproche e quant’altro fa parte del gioco e a ciò sono indifferenti, per altri non è così, per cui mi permetto sommessamente di dire cose ovvie e di elencare 10 suggerimenti al fine di una competizione elettorale all’insegna dell’onestà. Si sa che la politica è ontologicamente divisiva, si perde il controllo, ma deve rispettare il senso della civiltà a cui tutti teniamo. Ricordando il vangelo di Matteo (5,37) dove Gesù dice il vostro parlare sia “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno”, invito i signori candidati di tutti gli schieramenti politici in campo a riflettere su queste osservazioni:

1.Parlateci dei vostri schieramenti e non di quelli dell’avversario; non pensate di essere unici e indispensabili, da quel momento farete molti errori;

2. Diteci i vostri obiettivi e non denigrate quelli degli altri; lasciate parlare i fatti: è più proficuo e convincente;

3. E voi colleghi della stampa nazionale non siate sempre provocatori, con domande che si prefiggono di attizzare polemiche per avere ascolti e portare gli interlocutori sul terreno altrui;

4. Non diteci cosa dobbiamo fare e dove stare, non parlate di voto utile, lo stabilirà il popolo italiano; il popolo sa scegliere nella sua sovranità, pure se a volte, purtroppo, il popolo sa scegliere i suoi beniamini anche tra i mestieranti;

5. State sereni, non vi agitate; sappiate che chi sarà eletto avrà tanti oneri da caricarsi sulle spalle, altro che fare festa; la vostra pazienza deve imitare la pazienza che Dio ha con gli uomini;

6. Con una pandemia ancora in corso, una guerra militare ed economica lacerante, una crisi devastante di tutti i settori portanti dell’Italia, smettetela di gareggiare, di aprire guerre, ma dite quello che volete e potete fare;

7. Mostrate un po’ di umiltà, comunicate sole le cose che pensate di realizzare per il bene dell’Italia e come intendete e con quali risorse pensate di farle; non vi circondate di adulatori perché l’adulazione fa male, eccita la vanità, e altera la visione della realtà;

8. Evitate promesse di cose irrealizzabili e pensate in modo particolare agli ultimi, ai poveri, ai diseredati, agli esclusi di qualsiasi colore essi siano;

9. il vostro parlare sia autentico, fatto nella sincerità e non nella doppiezza e nella menzogna; dica “no” alla tentazione che spinge a ingannare, insultare, demonizzare l’altro, a seminare odio, rancore, a risuscitare fantasmi;

10. Prendendo a prestito don Sturzo è più facile dal no arrivare al sì, che dal sì retrocedere al no; il no è più costoso del sì, ma spesso il no è più utile del sì; a volte il no è doveroso e il sì dannoso; l’uomo politico non deve aver timore di dire il no più spesso del sì; il no detto con garbo ma con argomenti aumenta credito e stima.
Questa onestà auspicata aiuterebbe ad alleggerire quella tendenza che favorisce l’astensione e la rinuncia a un diritto costituzionale. Va anche detto che il popolo deve saper discernere e comprendere, al di là della contraddizioni della politica, che una società non può fondarsi sul sospetto; una società deve essere attenta, vigilante, cauta, deve poter giudicare e verificare tutto con attenzione, ma se manca quel minimo di fiducia e si sospetta, per principio, di tutto e di tutti, si finisce per instaurare rapporti sociali logoranti e in continua tensione. Prima di accusare, di lanciare sospetti, occorre il coraggio di esigere spiegazioni dal legislatore, da chi amministra, dal politico, perché si possa capire se il suo agire è sincero, trasparente come l’acqua, l’aria, il vetro oppure viziato da interessi personali da nascondere, così da creare le condizioni per un rapporto di fiducia, senza il quale nessuna buona amministrazione e buon governo sono possibili.
Nella comunicazione politica si parla spesso di “bene comune”. L’espressione “bene comune” è il risultato di due parole: bene e comune. Bene indica un insieme di cose desiderate per sé e per gli altri in quanto facilitano l’esistenza individuale e collettiva. Comune, dal latino “cum – munus”, sta a significare un compito adempiuto insieme. Il bene comune è dunque l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono ai gruppi come ai singoli membri di una società di raggiungere il benessere e il progresso culturale, spirituale, morale ed economico di tutti, non lasciando indietro nessuno.
Se, poi, il bene comune è ciò che vogliono tutti, ossia schieramenti di centrodestra, di centro e di centrosinistra, come mai si fa tanta fatica a raggiungerlo? Perché ci si divide, si mettono ostacoli, si stenta a realizzarlo? Perché è anche vera un’altra cosa, e cioè che il bene comune non è compito solo dei politici e dei governi, ma anche della famiglia, della scuola, delle istituzioni sociali e religiose, del mondo dell’informazione, delle realtà sindacali e culturali e, in ultima analisi, di ognuno di noi. Di esso, insomma, tutti insieme siamo responsabili a vari livelli e con ruoli e responsabilità diversi. Se è vero che tutti desideriamo il bene comune, ognuno di noi si impegni a fare la propria parte, evitando di dare solo colpe agli altri.
La civiltà del (ben-essere, si badi al trattino) è opera di tutti insieme. Sogni? Utopia? Quelli che hanno sognato e hanno pagato di persona sono stati sempre seme di vero bene. Peccato che la società continui ancora oggi a piangerli, ipocritamente, dopo che sono stati eliminati.
Io credo che oggi ci sia la possibilità di aiutare i giovani all’impegno nella vita politica, ma a condizione che ci sia un effettivo desiderio, specie in chi ricopre incarichi pubblici, di voler davvero servire gli altri e realizzare il bene comune.

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