2 Giugno: festa di che cosa?… di Domenico Pisana

Dalla festa della retorica alla festa del cambiamento
Tempo di lettura: 2 minuti

Per non dimenticare! E’ questa la frase che si sente spesso pronunciare in varie occasioni celebrative della nostra storia. Il 2 giugno, ad esempio, non deve farci dimenticare la scelta della repubblica come valore e strumento di democrazia e di libertà.
Ma diciamocelo con franchezza: quanta retorica e ipocrisia si nasconde a volte dentro tutta questa realtà! In un tempo come il nostro in cui la democrazia sembra sfociata in una sorta di “laisse faire” per cui nella Repubblica , in nome della libertà, ognuno fa tutto e il contrario di tutto senza norme e regole; in un tempo in cui la coesione sociale sembra utopia e in cui il conflitto e la delegittimazione dell’altro sembrano le regole che animano quotidianamente la vita degli italiani in tutti settori ( da quello politico a quello sindacale, da quello sociale a quello economico, da quello culturale a quello dell’informazione etc…) che senso ha celebrare una festa come quella del 2 giugno, in cui l’unica cosa che vale sembra essere la vacanza per andare al mare e fare un ponte più lungo? La festa della Repubblica mi sembra solo una festa mediatica che serve a ricordare, a far risvegliare per un istante la nostalgia, ma senza alcuna ricaduta umana e di riflessione sulla vita degli italiani. Per il mondo della scuola è solo vacanza; non aiuta gli studenti, come di fatto dovrebbe accadere, a fare una riflessione per un arricchimento di crescita sul piano umano, culturale, storico e civile.
Qualcuno dirà: allora la eliminiamo? No! Il problema è un altro.
Bisognerebbe cambiare la frase, passando dalla visione della “festa per non dimenticare” alla visione della “festa per testimoniare”: partendo dal Presidente della Repubblica per arrivare all’ultimo cittadino. La festa dovrebbe far nascere la convinzione che ognuno di noi, a vario titolo, è chiamato ad essere “costruttore di repubblica”, “costruttore di democrazia”.
Serve una Repubblica con presidenti e politici non “nominati” ma “eletti” dal popolo, che sappiano testimoniare l’altra faccia della politica, quella in grado di smentire, con i fatti, tutte quelle persone che si sono ormai rassegnate a pensare che la politica non è altro che ricerca di potere, e pertanto ha un volto diabolico in quanto la smania del potere induce al ricorso di qualsiasi mezzo, anche il più scorretto e disonesto, pur di conquistarlo e mantenerlo.
Serve una Repubblica in cui coloro i quali detengono incarichi pubblici e assumono poteri, sappiano testimoniare l’altra faccia del potere, quello cioè che non si fa servire ma che, al contrario, viene esercitato come servizio all’intera comunità, allo Stato in quanto garante del bene comune, alla propria Regione, città o Provincia; quello che evita il dominio sugli altri, il loro asservimento e sfruttamento, il ricorso all’inganno e alla malizia; quello che sa essere libero dal pregiudizio, dalla prepotenza, dal ritenersi superiore alle leggi stesse e che rifugge dalla corruzione.
Serve una Repubblica e una generazione di cittadini che sappiano rimettere al centro i valori morali senza far ricorso alla menzogna, all’uso spregiudicato del denaro, al trasformismo, allo scontro fine a se stesso. Non serve una Repubblica “ring – arena” dove alcuni devono vincere e altri devono perdere, ma una Repubblica in cui i valori del dialogo, della libertà, della solidarietà, dell’uguaglianza e della giustizia non siano “predicati” ma “testimoniati”. Da tutti. Utopia? Forse! Ma se non ci sforza di tendere verso questi ideali repubblicani aspettando solo che comincino gli altri, forse è meglio smettere di festeggiare. Tanto non cambia nulla!

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