I buoni proponimenti dell’Onu per il 2022… l’opinione di Rita Faletti

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Ci vuole un organismo mondiale autorevole e imparziale a stigmatizzare le violazioni  dei diritti umani, e ci vuole una consolidata ipocrisia degli Stati e l’ignavia delle opinioni pubbliche ad accettare delle non verità. Campione di faziosità e con una credibilità prossima allo zero, l’Onu, nato nel 1946 per difendere la giustizia, l’equità e i diritti umani, è l’incarnazione di un gigantesco imbroglio, non difficile da smascherare e confermato dal fatto che è privo di un’autonomia reale. L’Onu è, infatti, una declinazione della geopolitica mondiale all’interno del Palazzo di Vetro e si muove in conformità con essa. Muoversi è una parola grossa, se riferita all’obiettivo principale che si è dato, la pace, rispetto all’impegno e all’efficacia con cui lo persegue. Diciamo piuttosto che oscilla all’infinito come un pendolo: da destra a sinistra e da sinistra a destra, dalla condanna scontata dell’unico Stato ebraico al mondo, al silenzio e all’inazione altrettanto scontati di fronte ai crimini contro l’umanità, perpetrati in modo sistematico e massiccio in diversi Paesi. Cina, R.D. del Congo, Sudan, Siria, Afghanistan, Myanmar sono solo alcuni di questi. La disproporzione di trattamento colpisce chi conosce i fatti essendone testimone, fatti ignorati da chi crede alle narrazioni mainstream, fatti considerati un fastidioso inciampo dai corsari del politicamente corretto. Eppure, la storia è  vecchia di decenni: le Nazioni Unite hanno assegnato a Israele il primo posto nella classifica degli Stati criminali. Che significa più o meno questo: vietato difendere il territorio e i propri civili dagli attacchi terroristici e da missili e razzi. Quindi, sia fatta la volontà di Hamas, che, nella propria costituzione, ha scritto che Israele deve essere distrutta. Con il nuovo anno, la ignobile organizzazione onusiana, ha stabilito che un unico paese merita di essere oggetto di un’indagine “a tempo indeterminato”: una “commissione d’inchiesta” permanente monitorerà e riferirà sulle violazioni dei diritti in Israele, a Gaza e in Cisgiordania. Eppure, è curioso che nello stesso giorno in cui si inaspriva la mania persecutoria dell’Onu contro Israele, il Palestine Atlas Center for Studies and Research rilevava che il 45% dei palestinesi intervistati ritiene l’Autorità Palestinese responsabile delle crisi irrisolte nella striscia di Gaza, il 25% ritiene responsabile Hamas, solo il 15%  incolpa Israele e il 7% l’Egitto. I palestinesi hanno capito che i loro capi terroristi hanno sempre utilizzato centinaia di milioni di dollari di aiuti esteri non per costruire scuole e ospedali, ma tunnel e fabbriche di bombe. Hanno letto statistiche che dicono che l’esercito israeliano, in tempo di guerra, causa il più basso numero di vittime civili di qualsiasi esercito al mondo, sanno che Israele non è uno stato di apartheid, come i suoi odiatori vorrebbero. E’ onesto definire Israele Stato di apartheid se i giudici della Corte suprema israeliana sono musulmani, se il 40% dei suoi medici non è composto da ebrei, ma da arabi e musulmani, se il presidente della più grande banca israeliana è un arabo? L’odio è odio, il complottismo è complottismo, e le ragioni, quando non sono politiche, vanno ricercate nei disturbi della psiche e nell’ignoranza, una tempesta perfetta che scuote l’occidente. Nel mondo arabo, invece, qualcosa sta cambiando e bisogna riconoscerne il merito al presidente più schizzato che gli Stati Uniti abbiano avuto. Trump, promotore e firmatario degli Accordi di Abramo, ha creato le condizioni perché lo stato ebraico avesse il riconoscimento del mondo arabo sunnita. Le monarchie del Golfo hanno smesso di essere pregiudizialmente ostili a Israele: Barhain e Emirati Arabi hanno aperto il dialogo con il piccolo stato ebraico, dopo Egitto e Giordania, e intendono collaborare per lo sviluppo dell’intera regione. E’ la premessa per un’importante svolta storica che si completerebbe se anche l’Arabia Saudita decidesse di aderire agli Accordi. Il principe Mohammad Bin Salman è favorevole. Israele non guarda più a ovest, dove gli alleati europei si sono dimostrati amici titubanti e sleali. In quanto all’Onu, sono dell’idea che andrebbe istituita una commissione d’inchiesta che indagasse sul suo operato.

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