E’ iniziata la conta per il Quirinale…l’opinione di Rita Faletti

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Formulare ipotesi e fare pronostici su chi sarà il prossimo inquilino del Colle ha superato la fase dei “C’è tempo”, “Non è rispettoso nei confronti di Mattarella”, “Meglio non fare nomi per non bruciarli”, ossia la fase della simulazione. Non che la successiva sia connotata da una maggiore sincerità, ma almeno vengono messi da parte finte reticenze e lo scrupolo a non parlarne. Sottovoce, a quattr’occhi o in piccoli gruppi, assai meno nei talk show. I partiti si preparano e si posizionano, prefigurando alleanze e accordi e isolando gli indesiderati. Chi conviene mandare al Colle? Il candidato ideale, ovviamente, quello più vicino alla propria linea politica e funzionale agli interessi personali e di partito. Incontri e cene si moltiplicano. Pare che Letta e Conte abbiano già provveduto con un tête-à-tête per suggellare la simbiotica alleanza con un patto: adoperarsi per la defenestrazione del nemico comune, Matteo Renzi, da cui sono stati entrambi defenestrati con merito. La prima avvisaglia si è vista in occasione della bocciatura del ddl Zan. Il segretario del Pd e il capo dei 5stelle hanno accusato il leader di Italia viva di aver boicottato la legge. Che un po’ si è boicottata da sola, un po’ è stata boicottata da un Letta in versione intransigente prima di diventare trattativista. Renzi si era limitato a pronosticarne il naufragio in assenza di un accordo con le opposizioni. Così è stato. Tornando al candidato ideale del Quirinale, non c’è dubbio che sarebbe Draghi. Ma Draghi è indispensabile anche nel ruolo di presidente del Consiglio e siccome non è possibile clonarlo, c’è chi sostiene che “Uno come lui anche da lì (dal Quirinale) può guidare un convoglio”. A sostenerlo è Giancarlo Giorgetti, convinto come molti che Draghi presidente della Repubblica sarebbe una garanzia per il Paese. Il ministro dello Sviluppo economico  favorevole al semi-presidenzialismo? Sembra di sì. Nella Carta costituzionale, il presidente della Repubblica rappresenta la nazione, ha una posizione di terzietà rispetto a tutti i poteri, non è direttamente coinvolto nel loro esercizio, pur svolgendo la funzione di indirizzo e talvolta supplenza del sistema politico. Nei fatti, da Scalfari a Mattarella, il potere del presidente della Repubblica è andato ben oltre. Forse è giunto il momento di apportare qualche modifica alla Costituzione più bella del mondo, approfittando della preziosa presenza di Draghi.  Con il semi-presidenzialismo, il titolare del Quirinale, eletto a suffragio universale, nominerebbe il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, gli altri membri del governo. Con Draghi al Colle fino al 2028 e magari Daniele Franco, attuale ministro dell’Economia, alla presidenza del Consiglio dei ministri per quattro anni, saremmo coperti dal rischio di ripiombare nelle mani di politici effimeri, capaci solo di espandere la spesa pubblica a discapito del Paese. La giunta capitolina di Gualtieri, che i romani hanno soprannominato “romanella”, cioè pasta riscaldata, è la prova che il Pd è quello di sempre: incapace di osare proponendo persone altamente qualificate, indipendenti dagli interessi di partito e delle correnti. I dem al governo con i rimasugli grillini, non produrrebbero  niente di meglio di un pastrocchio assistenzial-populista, un’orrendezza che consegnerebbe il Paese a un eterno immobilismo. In quanto al centro destra, è ancora in mezzo al guado: alla ricerca di una linea comune per mancanza di leader di livello e privo di una visione per il futuro, svincolata da tentazioni sovraniste. E vogliamo spendere due parole sul mondo sindacale? Impreparato a fronteggiare la globalizzazione, abbarbicato sulle solite posizioni rivendicative e contrario a togliere privilegi alle categorie protette.  Avere Draghi al Quirinale per 7 anni, significherebbe attuare le riforme strutturali necessarie all’implementazione del Pnrr e alla crescita economica. Obiettivo  altrimenti difficile da raggiungere.

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