Partito dell’intelligenza collettiva…l’opinione di Rita Faletti

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Non è provato che un’esperienza quinquennale a Sciences Po – famoso istituto francese di studi politici che forma e seleziona le élite dirigenti – trasformi un modesto politico in un leader capace di unire e orientare le diverse anime di un partito sfilacciato e confuso. Nel Pd se lo auguravano, un po’ ingenuamente, quando accolsero con entusiasmo Enrico Letta. E’ abbastanza comune, da quelle parti, e anche un po’ provinciale, lasciarsi affascinare da nomi altisonanti e da contesti che trasudano intellettualismo e autoreferenzialità. Vuoi mettere con la prosaicità della vita quotidiana? Sciences Po. Più lo ripeti più ti senti parte di un mondo esclusivo. Al Nazareno aveva ripreso a circolare la speranza, magari con qualche venatura di scetticismo, fino a quando, Letta, parlando di come si prefigurava il Pd del futuro, usò l’espressione “il partito dell’intelligenza collettiva”. Sconforto e risolini beffardi. Trascorsi i primi cento giorni, ammettendo che la frase avesse un significato preciso o nessun significato, tocca prendere atto che nel Pd tutto è come prima. Scervellarsi alla caccia di ragioni vuol dire rifiutarsi di credere che leader si nasce, non c’è scuola che insegni a diventarlo. Ius soli, tassa di successione, voto ai sedicenni, ddl Zan, porte sbarrate al dialogo con l’arcinemico Salvini, un desolante déjà vu che ha tutta l’aria di essere, per Letta, una sfida alla sorte. Letta che smina il terreno che lui stesso ha disseminato di cariche esplosive. Ius soli e tassa di successione sono state disinnescate nell’indifferenza generale; il ddl Zan, vincolato al “prendere o lasciare”, si trascinerà a settembre. Conseguenza delle porte sbarrate a Salvini, il quale, nel botta e risposta quotidiano con il segretario del Pd, si diletta a rigirare il coltello nella piaga: si preoccupasse delle sue 18 correnti e sappia che il Governo Draghi, con la Lega nella maggioranza, è in una botte di ferro. Allusione a quello che è chiaro al mondo: l’alleanza con Conte e il M5s è per Letta una priorità da anteporre alla lealtà al governo Draghi, benché più volte ribadita, e quindi al paese. Empatia, calcolo e ambiguità. Conte chiede modifiche alla riforma Cartabia? Letta lo appoggia. Ma è costretto a sorvolare sulla menzogna dell’ex avvocato del popolo che ha espresso timori sull’estinzione del processo penale per il crollo del Ponte Morandi  a causa della riforma Cartabia. Conte mente sapendo di mentire, con la complicità di Letta.  Infatti, la riforma si applica per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020 ( la tragedia di Genova è del 2018) e la prescrizione è bloccata fino alla sentenza di primo grado. Inoltre, prevede che i processi per reati gravi abbiano tempi più lunghi per celebrare ogni grado di giudizio. Il che contrasta con quanto Conte disse dopo il crollo: “Non possiamo aspettare i tempi della giustizia” facendo leva sull’emotività  e usando strumentalmente a fini politici una tragedia. Un comportamento ignobile che tutti fingono di aver dimenticato. Altro che onestà. Due giorni fa, Draghi ha sottolineato che la riforma Cartabia, approvata all’unanimità in un recente Cdm, è passibile di miglioramenti di carattere tecnico, ma l’impalcatura dovrà rimanere inalterata. “Il Governo chiederà la fiducia sulla riforma Cartabia, nessuno vuole l’impunità.” Ha concluso il premier tirando una bordata a Conte e forse, indirettamente, a Letta. Che oltre alla guerra insulsa a Salvini, rincorre Conte e il suo sgangherato movimento da cui si aspetta un ritorno di favori: il sostegno alle suppletive del Collegio di Siena per la Camera. “Se sarò sconfitto, ha detto, lascerò il Pd.” Gongola  Matteo Renzi e gongolano i renziani che nella città toscana presenteranno i loro candidati. Siena è una città difficile nei confronti di chi non ama e chissà che Matteo Renzi, che finora non ha sbagliato una mossa, non riesca a mandare a segno anche la prossima. Prosit!

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