Referendum sulla giustizia…l’opinione di Rita Faletti

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Politica e giustizia si sono incontrate al livello più basso nella scala della credibilità. Dei politici si pensa e si parla male da sempre, anche gratuitamente e generalizzando. Sull’onore dei magistrati si è andati cauti, si sono fatti dei distinguo e il volume della voce non si è mai alzato al di sopra del bisbiglio. Come si può mettere in dubbio l’integrità di chi amministra la giustizia? Il rispetto per la toga sfiora la soggezione e acuisce la percezione della distanza tra il cittadino comune e il magistrato. Circondato da un alone di sacralità e tronfio del proprio potere, l’uomo di legge rivendica con forza l’indipendenza delle proprie funzioni con cui camuffa i propri interessi corporativi. In poco meno di trent’anni, responsabile la debolezza della politica, le Procure infernali hanno fatto man bassa di politici, imprenditori e amministratori. Finiti nel tritacarne del giustizialismo con la schiuma alla bocca, e in contiguità con certi giornali. Le Procure hanno investito sulla cultura del sospetto, costruito teoremi invece di cercare prove, sostituito alla presunzione di innocenza la presunzione di colpevolezza, confuso penale e morale, interpretato la legge invece di applicarla, calpestato il diritto dell’imputato al giusto processo. Fino a quando, dietro la superiorità presunta e l’intoccabilità pretesa, è spuntata la verità, e il palco è crollato con il fragore da motore di aereo in decollo. Per l’ironia maligna della legge del contrappasso, la magistratura si trova oggi sul banco degli imputati, quello che aveva assegnato ai politici.  Di fronte al discredito totale, la riforma della giustizia, da tempo rivendicata da una parte non minoritaria del Paese, ma ostacolata in tutti i modi dai diretti interessati, è diventata improcrastinabile. Affidata al ministro Cartabia, entro la fine di luglio verrà presentata in Parlamento. Scettico sui risultati, per la convinzione che con Pd e M5S non potrà esserci nessuna vera riforma della giustizia, Salvini ha preferito la via referendaria con i Radicali. Enrico Letta, che dai primi giorni del governo Draghi fa di tutto perché Salvini se ne vada per incompatibilità con il governo, lo ha accusato di servirsi del referendum come strumento di lotta politica. Mario Perantoni, M5S, afferma che i quesiti referendari hanno lo scopo di imbrigliare la magistratura e limitarne l’indipendenza facendo del garantismo un cavallo di battaglia. E Letta, desolante come al solito nella sua pusillanimità, per non incrinare i rapporti con il Movimento e il suo gigante del diritto Alfonso Bonafede, introduce l’alternativa repellente tra giustizialismo e impunitismo. Termine, quest’ultimo, che nulla ha a che vedere con il garantismo di matrice liberale, ma che vorrebbe descrivere la posizione di chi invoca il garantismo per assicurarsi l’impunità. Espediente retorico vuoto e molto al di sotto di: né con lo Stato, né con le Br. Per tornare ai quesiti referendari, sei in tutto, i più importanti sono la responsabilità civile dei magistrati, la limitazione della custodia cautelare e la separazione delle carriere, presente in tutte le democrazie occidentali.

 

 

 

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