Rai. Il giornalista modicano Di Natale assolto dopo 10 anni

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Un processo durato quasi dieci anni (la querela da cui origina è del 21 luglio 2011), di cui ben sei spesi in un dibattimento che ha richiesto 26 udienze. Un solo reato ipotizzato, calunnia. Un solo imputato: il giornalista modicano Angelo Di Natale, già direttore della nostra testata, all’epoca dei fatti dipendente Rai.

Ora è arrivata la sentenza, ovviamente nel solo dispositivo (le motivazioni entro novanta giorni): assoluzione perché il fatto non costituisce reato.
L’ha emessa  il Tribunale di Palermo, dopo i magistrati che ne hanno preceduto l’azione: pm procedente, gip, gup, pm requirente. Tutti concordi nel chiedere il giudizio o, come quest’ultimo, la condanna.
Di Natale ha voluto una sentenza, rinunciando alla prescrizione, maturata dopo sette anni e mezzo, nel 2019.
Ciò ha richiesto una lunga attività istruttoria la quale, con centinaia di documenti e decine di testi ha confermato che in quell’esposto del 2 maggio 2011 – ‘corpo del reato’ – aveva scritto la verità.
“Ovviamente – scrive in un post su Facebook l’interessato – io ho sempre saputo di avere, in quell’esposto ai vertici Rai, scritto la verità e sono certo che – per forza oggettiva di cose – lo abbia sempre saputo anche chi mi ha querelato. Non posso dire perché non lo abbiano saputo, o voluto sapere”. I fatti, oggetto di questo processo per calunnia, sono gli stessi per i quali la Rai decise di licenziarlo, ormai oltre otto anni fa.
”La mia ‘colpa’, di giornalista dipendente Rai, è stata quella di avere difeso il Servizio pubblico, finanziato dai cittadini con il canone e vilipeso da interessi privati e violazioni di vario genere che i fatti da me segnalati (appunto nell’esposto ‘corpo del reato’) riconducono alla gestione di Tgr Sicilia ad opera dell’allora capo redattore Vincenzo Morgante, autore della querela che ha innescato il processo”.
Quando la Rai – azienda concessionaria del Servizio pubblico, il cui 99,55% del capitale è dello Stato – si trovò nel 2011 a vagliare quei fatti, avrebbe potuto (e dovuto) scegliere la verità per far cessare, anche nel modo più indolore possibile, quelle violazioni.
“Io del resto, come dipendente, avevo il dovere di segnalarli, così come impone il Codice etico. E ovviamente avevo il dovere di non prestarmi, con la mia opera di giornalista, ad assecondare pratiche di asservimento del prodotto editoriale a commistioni di interessi privati e a palesi violazioni delle norme, giuridiche e deontologiche, che sono il fondamento dell’informazione e, a maggior ragione, dell’informazione del Servizio pubblico disciplinato dal ‘Contratto di servizio’ con lo Stato, nell’esclusivo interesse dei cittadini.
Invece la Rai avrebbe imbastito un Auditing strumentale e finalizzato in ogni suo atto (lo ha dimostrato il processo penale a Palermo) a travisare, ribaltare, piegare, distorcere, falsificare i dati di realtà per pervenire alla conclusione che le mie segnalazioni non fossero vere.
Non per questo però la Rai mi ha licenziato: altrimenti avrebbe dovuto affrontare il contradditorio, e magari un’istruttoria giudiziale, sulla verità o meno di quelle segnalazioni.
Scelse invece, nel 2013, ancora una volta come nell’Auditing di due anni prima, la via della fuga dai fatti e della menzogna, costruendo una falsa causa: una mia inesistente violazione del dovere di esclusiva. In pratica avrei lavorato anche per un’impresa concorrente, pur non potendolo fare. Ma ciò era falso. Io non avevo lavorato per alcuno, ma – da cittadino – avevo semplicemente esercitato il diritto costituzionale di esprimere pubblicamente il mio pensiero. Come avevo sempre fatto prima. E come – prima, durante e dopo – hanno fatto e fanno migliaia di colleghi, come è giusto che sia.
Il mio licenziamento, per violazione del dovere di esclusiva a fronte della semplice espressione di un’opinione, è unico nella storia della Rai.
La Rai avrebbe potuto contestarmi – visto che le ritenne infondate – la non veridicità delle segnalazioni contenute nell’esposto, ma non lo fece. Per licenziarmi fabbricò invece una falsa ‘giusta causa’ consistente nel qualificare l’esercizio del mio diritto di manifestazione del pensiero come una prestazione di lavoro ad altra impresa editoriale.
Per fare un esempio, pertinente ed efficace, è come se l’autista di un’impresa pubblica di trasporto, o il medico di un ospedale pubblico, fossero stati accusati – e licenziati – per essere, in effetti, entrambi quali cittadini-utenti, l’uno salito come passeggero sul bus di un’altra azienda, ovviamente guidato dall’autista di servizio; l’altro entrato in una diversa struttura sanitaria in qualità di paziente.
Un imbroglio, avente finalità unicamente ritorsiva in quanto avevo osato difendere gli interessi del Servizio pubblico smascherando quelli privati così ben curati da quel capo redattore. La cui sete di vendetta, ben sostenuta in quel momento dai vertici dell’azienda, è l’unico movente di un provvedimento disciplinare illegittimo, abusivo, discriminatorio, ingiusto: la punizione inflitta da chi agisce per male a chi ha agito per bene e continua a farlo – pur vessato, intimidito, emarginato, discriminato, minacciato – nell’adempimento dei suoi doveri e nel rispetto delle norme vigenti. Del resto, dopo quell’Auditing e prima del licenziamento avevo ricevuto ben sette provvedimenti disciplinari, tutti fondati su falsi dati di realtà e ritorsivi, come emerso chiaramente nel processo penale di Palermo: erano l’avvertimento che mi veniva rivolto a modificare la mia condotta, revocando quelle segnalazioni. Non raccolsi quell’invito e fui licenziato con una falsa contestazione: qualificare prestazione di lavoro ciò che non lo era e che, neanche per la Rai, lo era mai stato prima.
Quell’imbroglio ha retto in ogni grado del giudizio civile avente per oggetto il licenziamento. Potrebbe sembrare incredibile, ma è accaduto: un esito giudiziale costruito su travisamenti, omissioni, accorgimenti speciosi, violazioni, distorsioni, anomalie; sulle biografie di giudici chiamati a decidere la controversia di lavoro; e su errori assurdi. Cito, per tutti, quello della Corte di Cassazione che ha bollato come improcedibile il mio ricorso, nei motivi – praticamente tutti – che riconducono alle norme del contratto nazionale di lavoro dei giornalisti (norme escludenti la legittimità del licenziamento) perché avrei dimenticato di allegare tale contratto. Ma ciò non era vero, come attestato per fortuna dallo stesso timbro della Cassazione. E al successivo, e conseguente, mio ricorso per revocazione, la risposta è stata: ‘inammissibile’. Insomma la ‘Suprema Corte’ si era sbagliata a ritenere che non avessi allegato il contratto, ma – come fossimo dinanzi ad un gioco delle tre carte ad opera di un imbroglione o bullo di paese – scoperto l’inganno la sentenza non cambia.
Ovviamente la ‘legittimità del licenziamento’ ha avuto bisogno che i fatti mai venissero esaminati, che nessun mezzo istruttorio, né alcun testimone, fossero mai ammessi. E così è stato.
La prima sentenza della Cassazione sul licenziamento è del 2016, quella in primo grado del Tribunale, in veste di Giudice del lavoro, del 2014.
Devo solo a questo processo l’esame dettagliato dei fatti. Che prima tutti mi hanno negato. In prima battuta la Rai quando ordì un Auditing-farsa. Subito dopo la magistratura civile nella controversia di lavoro: mai esaminati i fatti, mai visionata quella che la Rai presentò falsamente come mia prestazione di lavoro a terzi in violazione di esclusiva, mai ammesso un solo teste, sempre ignorata – benché totalmente documentata – la colossale persecuzione discriminatoria durata due anni prima del licenziamento. A seguire la magistratura penale quando, prima di questo processo, dispose l’archiviazione dei procedimenti aventi me – ma soprattutto il Servizio pubblico – quali parti offese.
E’ stata la pretesa di Morgante di farmi infliggere, dopo le altre, la punizione finale – una condanna penale per calunnia – a determinare questo processo”.

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