La ragazza che voleva vivere…l’opinione di Rita Faletti

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Che abbiamo un problema con l’islam è parso evidente quando stampa e notiziari hanno evitato con cura di usare il termine femminicidio nel dare le prime notizie della scomparsa e probabile uccisione di Saman Abbas, la giovane pachistana che si era opposta al matrimonio combinato deciso dalla famiglia. Il neologismo “femminicidio” è entrato a far parte del lessico comune con un significato preciso: “qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di genere e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico della donna in quanto tale, fino alla schiavitù o alla morte”. La definizione descrive alla perfezione la tragedia della povera Saman, che ancora minorenne era stata ospitata in una struttura per sottrarsi agli abusi di una famiglia che le imponeva l’obbedienza all’islam e alle sue regole. In Pakistan, delitti come questo sono frequenti, anche per forme lievi di disobbedienza. Anni orsono mi trovavo in quel paese e lessi in un giornale una notizia da far accapponare la pelle: una donna era stata ammazzata, tagliata a pezzi e sotterrata nel giardino di casa.  “Qui succede e nessuno si stupisce” disse Ashraf, la nostra guida. Una zanzara ti vola attorno con troppa insistenza? La spiaccichi contro qualcosa e te ne liberi. In Italia, come  in molta parte d’Europa, i media non hanno scrupoli lessicali: un femminicidio è un femminicidio, sempre che il contesto nel quale il crimine si è consumato sia nostrano e nostrani gli attori. Saman era pachistana di fede islamica e aveva deciso che voleva vivere all’occidentale. “Per chi abbandona l’islam c’è la morte” ha detto il fratello di Saman, che ora vive in una comunità protetta. Chi considera l’islam una religione alla stregua delle altre, ignora la verità. Islam non è solo religione, è politica, rapporto uomo-donna, gesti precisi nella preghiera, modo di vestirsi, di parlare. Tutto è islam, è un’esperienza totalizzante che non ammette deroghe. Questa è la sua forza e insieme la sua debolezza in quanto ostacola ogni possibilità di comprensione della complessità della realtà e di dialogo con le altre religioni e culture. Saman è stata uccisa da un parente per aver commesso il peccato di disobbedienza all’islam, disobbedendo alla famiglia e macchiandone l’onorabilità. La “sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale” , che è il movente di questo omicidio, ha fatto arretrare i media che hanno preferito scantonare pilatescamente di fronte a un termine in uso in occidente per l’occidente, come dire che il femminicidio è un delitto che appartiene all’uomo bianco. Islam, sharia, delitto d’onore, espressioni introvabili nei vari articoli di giornale che si sono occupati della vicenda. Ritrosia, ipocrisia, sudditanza? Qualunque sia la ragione, è grave. C’è poi l’universo femminista, sempre in prima fila a condannare il catcalling e accusare l’uomo di sessismo. La Murgia, quella che si sente turbata dalla divisa del generale Figliuolo, forse preferirebbe un tranquillizzante pareo a fiori, ha dichiarato: “Non sopporto di sentire che non tutti gli uomini sono maschilisti”. Ma guai a sfidare il patriarcato islamico con tutto il suo ricco armamentario di fatwe, minacce, violenze e morte; si potrebbe incorrere nell’accusa di razzismo e islamofobia. Chiediamoci piuttosto se la nostra vigliaccheria non sia per caso complice della scomparsa di Saman e di tante altre donne che come lei hanno avuto e avranno il coraggio di ribellarsi contro la barbarie di una cultura che non sopporta nemmeno di vederle ridere.

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