Il rapporto tra Montale e De Pisis… di Domenico Pisana

Interessante saggio di Cesare Federico Goffis, filologo e critico dell’Università di Genova, nel decennale della morte del poeta
Tempo di lettura: 2 minuti

“Su cinque versi di Eugenio Montale”, Edizione L’Agave -Centro di Cultura, Chiavari, 1991, è il saggio che Cesare Federico Goffis, docente dell’Università di Genova, pubblicò nel decennale della morte del poeta. Goffis, è stato un filologo, un grande critico letterario e storico della letteratura italiana, una figura di rilievo che si è occupato dei principali autori italiani, dal Trecento al Novecento, e in particolare di Petrarca e Foscolo. Per l’“Enciclopedia dantesca” della Treccani stese numerose voci, fra cui spicca quella relativa ad Alessandro Manzoni.
Ci ha colpito molto il saggio che Goffis dedicò a Montale nel decennale della morte, perché si tratta di uno studio acuto e profondo che prende le mosse da una dedica di Montale a Filippo De Pisis, contenuta nella raccolta “Occasioni”, dedica che così recita:

Alla maniera di F. De Pisis. Nell’inviargli questo libro.
… l’Arno balsamo fino (Lapo Gianni)

Una botta di stocco nel zig zag
del beccaccino –
e si librano piume su uno scrìmolo.

(Poi discendono là, fra sgorbiature
di rami, al freddo balsamo del fiume)

Goffis ritiene, anzitutto, che questa breve composizione sia di forte interesse per “chi desideri considerare la posizione di Montale rispetto alla poetica elotiana del ‘correlativo oggettivo’”, quindi fa rilevare come la citazione di Lapo non sia casuale, ma tesa a designare “una stagione fiorentina ristoratrice, momento ideale di una vita che vibra ancora nelle Occasioni”. Ma cosa intendeva dire Montale con questa dedica all’amico pittore De Pisis? E’, questa, la domanda alla quale Goffis tenta di rispondere mediante una precisa, minuziosa e puntuale disamina critica dei cinque versi del poeta genovese, giungendo alla conclusione che tra lo stile montaliano e quello di De Pisis esiste un “sostanziale rapporto nel comune ricorso a segni-immagini isolati, accentuati rispetto alle forme del reale”. Per avvalorare questa sua interpretazione, Goffis si addentra nell’esame dei versi della dedica, prospettando livelli ermeneutici portatori di “indicazioni preziose di poetica”.

1. Il livello fenomenologico

I cinque versi sono certamente – sostiene l’Autore – da porre in rapporto con tutto il vasto mondo montaliano. La prima strofa, ove risalta l’immagine di un beccaccino colpito da una scarica di pallini che ne conclude il volo a zig zag, è da collegarsi ad una epistola di Montale, Lettera levantina del 1923, dai toni decadenti, inviata ad una giovinetta al fine di “svelarle che un filo ‘s’addipana’ fra le loro ‘distanti esistenze’, ossia la meditazione sull’enigma che ci affatica”. Goffis, riprendendo l’epistola, riporta nel suo saggio una citazione in cui Montale “racconta delle proprie cacce con ‘annosi archibugi’ ai colombi selvatici: …era la botta nell’azzurro / secca come di vetro che s’infrange. / Il colpito scartava, dava l’aria / qualche ciuffo di piume, e scompariva / come un pezzo di carta in mezzo al vento”.
Con questa comparazione Goffis fa rilevare alcuni elementi essenziali:

a)le corrispondenze tra la dedica e l’epistola: in entrambe si parla di “botta nell’azzurro” e di “qualche ciuffo di piume”, ma in situazioni antitetiche. Nella dedica non si fa infatti riferimento, a differenza dell’epistola, né a fucili né ad archibugi, visto che, fra l’altro, sulle sponde dell’Arno, ove Montale nel 1940 era solito passeggiare, era vietato sparare col fucile; si può quindi spiegare in questo modo il fatto che nei versi della dedica non compaia “nessuna rosa di pallini – afferma Goffis – (che) si inserisce nella spezzata traiettoria di fuga”;

b) il passaggio dalla dimensione reale dell’evento alla riproduzione pittorica: l’interpretazione goffisiana mette in luce il processo poetico creativo con cui Montale passa “dalla scena di caccia al tavolo di un incisore, con richiamo alla sgorbia che ha appena segnato l’intrico di rami, rendendo opportuna nella prima strofa l’immagine parallela della ‘botta di stocco’, il colpo dato col mazzuolo sul bulino o punzone o scalpello” (pp. 10-11). All’interno di questo processo è come se ci fosse una osmosi tra poesia ed arte pittorica: De Pisis “fissa l’istante, le apparenze”, mentre i versi montaliani scandiscono “parole e immagini in diacronia”, grazie alle quali il poeta “può inseguire con lo sguardo lo zigzagare del volo, cui si sovrappone la botta del mazzuolo, la stoccata che lancia l’uccello a librarsi in alto, reale nella coscienza oggettivante del poeta, perso nell’inconsistenza informale delle piume (non penne) volanti”;

c) il contrasto tonale tra il primo e il terzo verso: alla “durezza” del primo verso tronco si contrappone – afferma Goffis – la “morbidezza” e “leggerezza” del terzo, che si snoda “sul supporto delicato dei due accenti in nobili sdruccioli lessemi”.

2. Il livello ontologico-psicologico

L’interpretazione goffisiana avvicina Montale all‘amico pittore anche sul piano psicologico-esistenziale. E difatti come De Pisis libera, nella sua arte, gli oggetti da ogni sentimentalismo, così Montale, in questa breve lirica, contrappone al “tenero dell’uccellino ucciso” il sarcasmo del “freddo balsamo”, un ossimoro che “richiama le durezze dell’esistenza”.
La struttura dei cinque versi, dunque, risulta modellata su una orchestrazione di immagini che evidenzia la precarietà dell’essere, la fragilità e drammaticità dell’esistenza, spesso priva di gioia e senza luce: la botta, lo zig zag, le piume librate, lo scrimolo di un palazzo, le sgorbiature di rami sono certamente espressione di una dinamica esistenziale comune ai due artisti.
Ed è proprio in questa geometria di immagini che Goffis ravvisa due linee di movimenti:
a)un movimento discendente: esso ha la sua origine in un rapporto di causa ed effetto, e cioè la “botta”, cui corrisponde il “graffio delle sgorbiature”. La causa determina una proiezione verso l’alto, mentre l’effetto spinge verso il basso, ossia il fiume; lo zig zag è il tentativo, quasi istintivo, di evitare il pericolo e di sfuggire alla morte;
b)un movimento ascensionale: questo appare insito in quei due lessemi “librarsi e scrimolo”, che richiamano gli atti dello spirito, l’elevazione verso il cielo. Questo duplice movimento presente nella dedica sembra risentire in Montale di “quel conflitto bergsoniano fra il moto degradante caratteristico della materia, e quello ascensionale attribuito agli atti dello spirito”; conflitto individuato da Arshi Pipa e che Goffis riprende a conferma della sua tesi interpretativa.
Al di là, comunque, della “divaricazione lessematica” e strutturale operata da Montale attraverso la dialettica dei movimenti, e volendo poi spingersi verso un’allegoria etica, c’è da evidenziare la funzione simbolica del beccaccino. Il volatile interpreta il dramma dell’uomo, la cui vita è minacciata dalla “botta” ora dell’incomunicabilità ora dell’illusione, ora dell’inquietudine ora dalla percezione di quel continuo “male di vivere” tipico di Montale. E ancora, potremmo aggiungere la “botta” che proviene dall’odio, dall’inimicizia, dall’angoscia, dall’indifferenza, dall’emarginazione e dal disprezzo, dall’interesse e dalla sopraffazione.
Tutto questo, certamente, costituisce la “botta” che determina il dramma della vita e che fa scendere verso il basso, verso situazioni esistenziali che calpestano la dignità umana e dalle quali l’uomo cerca di liberarsi. Quel “zig zag” è l’espediente di salvezza che appartiene ad ogni essere, il quale non è sicuro di sfuggire alla morte, ma, almeno, fa qualche tentativo.
La sublimazione della vita avviene invece con l’elevazione dello spirito, con quel moto ascensionale che determina un “librarsi” verso l’alto e che Montale realizza attraverso l’arte poetica.

3. La polifonia della lirica

Goffis nel concludere l’esegesi dei cinque versi montaliani sostiene che in essi c’è “un sommesso canto a due voci, quasi un mottetto: una d’esse con immagini scarne sale dalla terrestrità dell’occasione all’attimo perfetto; l’altra ne ridiscende, e con rudezza di gelo riserva al poeta l’intimità amara della parentesi” (p. 13). E’ un canto che, a nostro giudizio, contempera quella poetica degli oggetti di cui Montale è interprete nelle Occasioni e della quale De Pisis, alla sua maniera, si fa portavoce nella sua pittura.
Certamente riteniamo che i versi di questa breve dedica siano, al di là degli spazi d’interpretazione, assai ardui ed impenetrabili; sembrano essere portatori di un messaggio che non vuole farsi decifrare, che vuole restare comunque nascosto. C’è, in essi, un guizzo, uno scatto, una vibrazione; tutto si riconduce a dati reali ed esistenziali, ad emozioni fuggenti e oggettivate in una successione di immagini dai rilievi netti e dall’accattivante cromatismo musicale. C’è in essi, altresì, la “terrestrità dell’occasione” che si rivela in tutta la sua insufficienza e che evidenzia come “le possibilità di combinazioni diverse dell’esistere – direbbe Giulio Ferroni – sono sempre minacciose”; c’è la ricerca di un valore “altro”, di un “attimo perfetto”, che appare comunque irraggiungibile perché non ha fondamenti nella natura, nella vita individuale e sociale e perché la storia è spesso una storia di parentesi amare ove si avverte tutta l’oscurità, l’inquietudine e l’incertezza dell’esistenza.

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