Falchi a confronto…l’opinione di Rita Faletti

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La mattina del primo giorno di Joe Biden alla Casa Bianca, Trump e Melania salgono a bordo dell’Air Force One per volare in Florida, alla residenza di Mar-a-Lago. Se ne va anche il bellicoso Segretario di Stato Mike Pompeo, stazza e colorito da buona forchetta, apparentemente pacioso, in realtà un “falco” della politica. Riunire l’America, gettare acqua sul fuoco divampato nell’ultima fase della presidenza Trump, stemperare per quanto possibile le contrapposizioni interne sarà l’arduo compito di Biden. Diverso il discorso sul piano della politica estera perché Trump qualche mossa l’ha azzeccata e nessuno, benché riluttante a riconoscerlo, intende invertire la direzione tracciata dalla sua Amministrazione, salvo su un punto fondamentale: l’isolazionismo.  La forza e l’autorevolezza di un Paese si valutano dalla sua politica estera e un Paese che non ha politica estera non può avere politica interna. Dunque il nuovo Segretario di Stato dovrà ripristinare la leadership americana nel mondo e far sì che il ruolo degli Stati Uniti torni ad essere quello di esportatore e faro della democrazia. La scelta è caduta su colui che da tempo è il pilastro del Partito democratico in politica estera e sostenitore di un approccio “duro” in tema di sicurezza nazionale, in linea con i neoconservatori del Partito repubblicano. Anthony Blinken, 58 anni, di New York, laureato alla Harvard University e alla Columbia Law School, è il nuovo  Segretario di Stato. Ha iniziato la sua carriera sotto Bill Clinton nel Dipartimento di Stato, trasferito successivamente alla Casa Bianca e al Consiglio di sicurezza nazionale, è stato Sottosegretario di Stato tra il 2015 e il 2017, opinionista del New York Times e analista dell’emittente Cnn. Da interventista liberal, sostenne “le primavere arabe” e nel 2013 spinse  per un’azione militare contro Bashar al-Assad  quando il regime siriano usò il sarin contro gli insorti nella periferia di Damasco uccidendo donne e bambini. Obama preferì non intervenire. Nel 2017, quando Trump colpì la Siria con un’azione dimostrativa, Blinken lo apprezzò pubblicamente. Alcune sue dichiarazioni all’audizione di conferma, sono il segnale che gli Stati Uniti non si discosteranno di molto dalla rotta descritta dalla precedente amministrazione. Blinken è stato inflessibile nei confronti della Cina: il regime cinese ha ingannato il mondo sul Coronavirus e si è reso colpevole di genocidio contro gli uiguri e altre minoranze etniche. Al tempo stesso, sul piano commerciale cercherà di premere su Pechino perché osservi gli standard internazionali, mettendo in soffitta la strategia dei dazi decisa da Trump. Sull’accordo nucleare con l’Iran, stracciato dall’ex presidente, Blinken  ha intenzione di ripristinarlo ma riconosce che la strada è lunga e implica la rinuncia, da parte della Repubblica islamica, a costruire l’arma nucleare. A tal proposito, il Segretario di Stato ha sottolineato che qualsiasi decisione dovrà essere condivisa da Israele e dai paesi arabi. Nel frattempo le sanzioni permarranno. In relazione agli Accordi di Abramo, il più importante successo dell’amministrazione Trump, Blinken ha dichiarato di volerli cementare così come Gerusalemme continuerà a essere la capitale dello Stato ebraico e la sede dell’ambasciata americana. Il che non esclude l’impegno ad alimentare il dialogo tra israeliani e palestinesi nell’auspicio che la difficile soluzione di “due popoli due stati”  si possa realizzare. Blinken ha anche anticipato che rivedrà i rapporti ora insoddisfacenti con la Corea del nord e manterrà chiuse le porte a qualsiasi negoziazione con il dittatore venezuelano Maduro, sostenendo invece, come già Trump, Juan Guaidò. Non è mancato il riferimento alla Turchia che ha acquistato sistemi anti-aerei da Mosca: non mancheranno le sanzioni per Istanbul. Ma ciò che ha fatto strabuzzare gli occhi all’ala più radicale dei democratici, sono state le risposte date al senatore repubblicano Lindsay Graham su alcuni punti dirimenti dell’amministrazione Biden in politica estera. Alla domanda se l’Iran sia il più grande sponsor del terrorismo, Blinken ha risposto “Sì”, se Israele sia uno stato razzista ha risposto “No”, cosa direbbe alle persone che arrivano da sud al confine americano “Non venite”, se gli accordi con i talebani in Afghanistan debbano essere sottoposti a condizioni “Sì”. Il messaggio era soprattutto rivolto al Partito repubblicano, ma è chiaro che il senso profondo è che il mondo è cambiato dai tempi di Obama ed è impensabile tornare indietro. L’affascinante Blinken sarà il nuovo falco della politica estera americana?  E’ presto per dirlo, ma i toni misurati e lo stile diplomatico non coprono la sostanziale fermezza di chi non può non mettere al primo posto gli interessi di una potenza mondiale. Nella geografia politica globale devi decidere se essere lupo o agnello. Chi pecora si fa il lupo se lo mangia.

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