Il dilemma di Conte…l’opinione di Rita Faletti

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Ormai lo ripetono anche i bambini: Renzi ha creato questo esecutivo per fermare Salvini lungo la strada verso la presidenza del Consiglio e il governo del Paese. La pericolosità del capo della Lega, con il quale non vanno confusi esponenti del partito più illuminati e lungimiranti di lui, sembra essersi affievolita. Che i fatti e la ragione  abbiano convinto Salvini che rimanere con i piedi saldamente ancorati all’Europa è una necessità, un vantaggio e un’opportunità irrinunciabili, è possibile oltre che auspicabile. A confronto con l’alleata Meloni, che gli ha eroso consensi, Salvini potrebbe quasi sembrare un europeista. Ma forse è un azzardo fidarsi di ciò che appare, Salvini non ha dato prova di affidabilità, non più di altri. La questione di Renzi è diversa. L’ex presidente del Consiglio, con uno scarno 2 per cento, continua ad avere in mano il boccino da quando il Bisconte esiste. Non è poca cosa, un altro, chiunque altro, sarebbe scomparso dall’orizzonte politico. Fini, per fare un esempio, non esiste più e il suo partito aveva ben più del 2 per cento. Neanche le simpatie della sinistra l’hanno salvato dalla sparizione. Del resto, se la riconoscenza non è di questo mondo lo è ancora meno nel partito degli ex comunisti, pronti ad afferrare al volo qualunque occasione allunghi la loro pallida esistenza e altrettanto solerti nello sbarazzarsi di chi ha loro offerto il sollievo momentaneo di un respiratore artificiale. Renzi è andato bene quando il Pd aveva esaurito ogni energia, va bene oggi, quando la ricostruzione del Paese con i fondi europei non può avvenire con questo scombinato esecutivo refrattario al cambiamento, percepito come un attentato sia da chi vive la politica come consuetudine irrinunciabile sia da chi ne ha recentemente assaporato i benefici. Ecco che “vecchi” e “giovani” si trovano a condividere la scelta di sacrificare gli interessi del paese ai propri. Ecco che Conte diventa il campione di entrambi. L’arrogante D’Alema, che affetto da diplopia vede costole della sinistra dappertutto, pregusta la sconfitta di Renzi e non si spiega come l’uomo più impopolare (Renzi)  possa mettersi contro l’uomo più popolare (Conte); il re delle metafore Bersani paragona Conte a De Gasperi e persino Occhetto è spuntato dalle tenebre per consigliare il premier a mostrare coraggio e andare a trovare i voti in Parlamento. Questi zombi accecati dall’odio, unico sentimento che dia loro l’illusione che un po’ di sangue scorra ancora nelle vene sclerotizzate più che dall’età dal tramonto di un’ideologia,  aspirano alla rivincita sul rottamatore. Poi ci sono quelli che hanno alzato la voce contro Conte accodandosi a Renzi e un po’ nascondendosi dietro di lui e augurandosi che l’ex premier non facesse sul serio. Ora si appellano alla prudenza e al senso di responsabilità: il Bisconte non può cadere, al massimo qualche rimpastino, qualche spostamento di risorse da un progetto a un altro, qualche ritocchino-ino-ino. Perché, va detto, il senso di responsabilità non è verso il Paese, che di ben altro governo avrebbe bisogno, ma verso se stessi e il loro incerto futuro. Intanto Conte che fa? Medita. Non può cedere su tutto, si dice. Beh, trasformista è trasformista, e il piano del Recovery pare neanche esista, quindi ci si può mettere mano accontentando quel rompiscatole di Renzi. Poi c’è la questione della delega ai Servizi Segreti, di cui rimarrebbe responsabile, e allora perché non seguire l’esempio dei suoi predecessori? E il Mes sanitario? Che male ci sarebbe se si prendessero soldi preziosi in questo momento difficile? In fin dei conti significherebbe salvare capra-il partito del non voto- e cavoli-tutti gli altri, lui compreso.

 

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