Biden-Harris: quale America?…l’opinione di Rita Faletti

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I voti della Pennsylvania sono stati determinanti per Joe Biden per aggiudicarsi i 270 voti, in realtà sono stati 273, indispensabili per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti.  Con i democratici che festeggiano e Trump che continua a contestare il risultato e cliccare con insistenza su Twitter di essere stato imbrogliato (cheated) e di essere pronto a ingaggiare una battaglia legale, l’America si appresta a chiudere una pagina controversa e per qualche aspetto imbarazzante della propria storia recente. Ma con la consapevolezza che quattro anni non si cancellano in un solo giorno. Prima di fare piazza pulita del trumpismo e dei suoi effetti, il paese simbolo della democrazia e della libertà deve fare i conti con le ragioni e le pulsioni di quegli elettori, una parte non minoritaria, che nel 2016 hanno preferito a Hillary Clinton un tycoon senza esperienza politica che prometteva di dare voce all’America inascoltata delle retrovie. Dagli anni Ottanta, infatti, i liberal americani hanno smesso di coltivare una visione ambiziosa del futuro del paese che includesse persone di tutti i tipi. Hanno preferito concentrarsi sulle minoranze e i movimenti intorno all’identità di genere. Se vuoi governare, non puoi dimenticarti di parlare del bene comune che riguarda tutti. I dem hanno trascurato varie fette dell’elettorato escluse dai temi delle identità, come i bianchi della working class e gli evangelici. Un errore che è stato compreso e ha spinto Biden a raddrizzare il tiro in campagna elettorale e parlare di politiche, competenze e decenza, evitando accuratamente temi arcobaleno adatti ai movimenti più che ai partiti. Questo cambio di direzione ha riavvicinato ai democratici il centro moderato.  Joe Biden, nel discorso della vittoria tenuto ieri notte, ha detto che sarà il presidente di tutti gli americani. Una dichiarazione che può sembrare scontata ma che non lo è affatto. Il nuovo presidente eletto sa che il paese è spaccato e che il lavoro che lo attende è delicato e difficile. L’esplosione del razzismo e dell’antirazzismo ideologico che abbatte le statue dei presidenti americani, l’estremizzazione di posizioni diverse che hanno avvelenato il clima e indebolito nel mondo l’immagine di un paese percepito da sempre come un faro di libertà, richiederanno un processo di ricomposizione e di coinvolgimento dell’opposizione che non sarà disposta a perdonare nulla. Una questione che invece ha contribuito fortemente alla sconfitta di Trump è stata la sottovalutazione del virus e la mancanza di strategia per combatterlo. In politica estera Biden dovrà ricostruire il legame con l’alleato europeo, snobbato da Trump e dalla sua linea politica di impronta sovranista. Un cammino a ritroso non totale né brusco, piuttosto un disimpegno più morbido e lento, con punti di condivisione sui valori di una storia comune. Una mano tesa al vecchio continente desideroso di ritrovare l’atmosfera di collaborazione naturale con il partner storico in una fase in cui l’attacco alle libertà e le falle della Ue lo rendono particolarmente vulnerabile. Con Corea del nord e Iran, il dialogo sarà aperto, senza però alcuna concessione alle ambizioni nucleari dei due paesi. Le relazioni con la Cina non subiranno cambiamenti se non nell’approccio più soft.  Il multilateralismo caratterizzerà l’amministrazione Biden-Harris ma non implicherà la possibilità di deflettere dalla traiettoria ormai consolidata in politica estera. Allo sconfitto Trump, va comunque riconosciuto il merito di aver mantenuto tutte le promesse, cosa rara, e di aver risposto agli attacchi dei media liberal che negli anni della sua presidenza hanno martellato sulle “bugie”. Che ci sono state, ma alcune erano semplicemente differenze che le sinistre catalogano sotto altre definizioni, in quanto intolleranti di opinioni altre dalle loro.

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