Anziani e emarginazione dopo emergenza. Esperienza Anteas Ragusa

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“Le persone anziane non stanno vivendo bene questa fase successiva all’emergenza, in primo luogo perché mantenere comunque al riparo dai rischi un anziano significa cancellare tutte le sue possibilità di costruire momenti di socializzazione, caratteristiche essenziali per un anziano, in quanto rappresentano uno degli elementi per cui lo stesso mette da parte l’ansia e la tristezza. Da anni costruiamo momenti di socializzazione e occasioni per uscire di casa e incontrare altre persone e promuoviamo le relazioni per mantenere una vita attiva, perché se si esclude o si isola un anziano subentra un fattore che è una malattia che si chiama depressione”.
A dirlo è il presidente di Anteas Ragusa, Rocco Schininà, che analizza con attenzione, sulla base dell’esperienza associativa, come si sta evolvendo la gestione della cura delle persone più deboli in città così come nel resto della provincia. “In secondo luogo – aggiunge il presidente – le persone anziane stanno vivendo male questa emergenza a causa dell’emarginazione. Noi riceviamo delle telefonate da parte degli anziani che ci dicono che non è possibile che l’età costituisca un elemento di discriminazione anche solo per uscire di casa. Tutto ciò anche con la complicità di quanto è stato detto, erroneamente, nella fase iniziale della pandemia quando è stato più volte spiegato: “Non preoccupatevi, è poco più di un’influenza, riguarda solo gli anziani, muoiono solo gli anziani”. Come può vivere un anziano quest’affermazione ripetuta costantemente alla televisione da parte degli esperti? Dopo anni trascorsi a comunicare che non erano più gli anziani di una volta, che dovevano rimanere attivi, viaggiare, frequentare i circoli sociali, fare una vita senza pensare al passato, ma costruendo il proprio progetto futuro, oggi gli anziani si ritrovano orfani di un progetto”.
Schininà spiega che “Anteas, per ora, non può più svolgere l’attività di socializzazione perché non si possono creare assembramenti per cui si sono dovuti fermare i vari laboratori. Ci si è concentrati, più che altro, sull’attività di assistenza alla persona. È un modo come un altro per fare sentire i nostri anziani attivi. Abbiamo poi cercato di fare in modo – continua il presidente – che potessero unirsi a noi alcuni giovani, sulla scorta dei progetti già portati avanti in passato. Tutto ciò fa bene all’anziano perché unire un legame intergenerazionale ti fa sentire considerato. Un anziano che parla con un altro anziano è quasi normale, un giovane che parla con un anziano inizia a diventare un qualcosa di più bello. In più, quello che dovremo cercare di fare, e noi ci stiamo tentando, è ridurre il divario digitale tra l’anziano e il resto della popolazione. Realizzare una video chiamata con un anziano è difficile, per cui ci stiamo dando un programma per il dopo coronavirus, perché anche dalle emergenze dobbiamo imparare qualche cosa, in quanto ci ha trovato tutti profondamente impreparati e allora abbiamo deciso che implementeremo l’insegnamento della conoscenza dell’utilizzo sia dello smartphone che di un computer, soprattutto di questi programmi di videoconferenza perché non vogliamo più che una parte della popolazione rilevante (le persone che hanno più di 65 anni sono il 27% dell’intera popolazione italiana) si senta tagliata fuori dai mezzi di comunicazione, dai collegamenti con gli altri e col mondo, dall’informazione. Chi non può fare questo è una persona che ha dei diritti limitati e non perché non ne sia capace, ma perché nella sua generazione non ha incontrato quel tipo di conoscenza”.

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